Lanterna verde

«Certo che risparmieremmo denaro e ridurremmo rifiuti installando una di quelle cose che ti permettono di bere l’acqua del rubinetto già depurata, magari anche frizzante»
«O anche una di quelle caraffe, sai, lì al supermercato ce n’è una che tu ci metti l’acqua, c’ha il filtro, così»
«Potremmo anche comprare delle bottiglie di vetro da riempire, magari con l’acqua depurata da quei cosi che ti dicevo prima».

L’ambiente è una cosa importante, che futuro lasceremo ai nostri figli? Già quello che abbiamo noi fa abbastanza, diciamolo sì, schifo. Le bottiglie di plastica sono tante, sempre troppe. E ci sono posti dove la differenziata ha raggiunto livelli ridicoli. Inopportuni. Perché c’è chi la fa e chi non la fa, chi se ne frega e alla base di tutto c’è sempre troppa poca educazione. Ci sono isole felici di ecologismo e isole felici di rifiutismo. C’è molto da fare, ma lo vogliamo fare?

«E se però così, togliamo lavoro a chi le fabbrica, le bottiglie?»

Questo è il problema del boicottaggio: che il mondo è un sistema complesso in cui spesso ciò che può essere considerato un bene comune futuro è un male comune presente; e ormai le interconnessioni non si possono disunire, è tutto troppo ineluttabilmente un unico sistema.

Allora, dov’è il cambiamento? Nel sacrificio del presente per il bene del futuro?  E quanto siamo disposti a sacrificare?
Personalmente non mi sento di boicottare la grande multinazionale per un’ideologia anticonsumistica che sento profondamente anacronistica, fallimentare nell’azione. Non mi sento di boicottarla in nome del popolo sfruttato nel paese in via di sviluppo, perché se anche calano i suoi profitti, l’interconnessione le permetterà di trovare altri terreni di fertile sviluppo; e io ci avrò solo guadagnato una coscienza a posto e il licenziamento di molti. Non sarà il mio boicot individuale o il nostro boicot collettivo a decidere le sorti di quella multinazionale, sia del cioccolato o della benzina, bensì eventuali decisioni sovranazionali, internazionali.
Meglio comprare l’acqua in bottiglie di plastica, allora, che…

«Arrivano da sorgenti vicine al punto vendita, così i costi sono minori. E poi le bottiglie sono in plastica riciclabile».

Gianmarco

Io e la bimba

Senza contenuti. Servono? Eppure oggi sono più dentro che fuori, il mio contatto con il mondo è a senso unico, verso l’interno. In colonna solo vetture e vetture, piene di immagini, suoni, pensieri ed oggetti che in coda aspettano, in viaggio, verso la mia comprensione di quei mille e più punti irrisolti della realtà. Quindi, niente contenuti. Tutta una bugia, una fuffa. Parole che se le leghi stanno insieme a malavoglia. Come se iniziali e finali si guardassero l’un l’altra guardinghe, come a chiedersi “che ci fai, dopo di me?”. Ma tutto rimane irrisolto, insoluto, oggi. Forse perché insoluta è la vita stessa, almeno con gli occhi di oggi verso il domani, mentre già lo ieri acquista profondità ed una parvenza di percorso.

Ieri ho incontrato una bambina. Sapete no, che lavoro sugli alberi. Dell’intera classe di ieri, una bambina di dieci anni ha lasciato il suo segno. Aveva un avambraccio di plastica, di silicone, finto, morto, insomma, senza possibilità di movimento. Avete mai visto una bambina senza un braccio arrampicarsi sugli alberi? Io l’ho visto, aggrappata alle corde, con i suoi movimenti differenti da quelli dei compagni, ma pur sempre sul percorso, pur sempre in cammino verso la meta. Questa è la vita, dopotutto. Ognuno con i propri mezzi, avanti come gli è permesso, solo però se davvero lo si desidera. Su quello stesso percorso, quanti bambini con entrambe le braccia, piangendo, mi hanno gridato “ho paura” ed hanno deciso di non proseguire. Anche la vita è così? Chi si arrende, chi prosegue? Quale volontà, quale desidero soffia sulle nostre vele?

Giulio