Pedine

Com’è stare in periferia2012 Viaggio Nepal e Cina (988)

dove i condomini

gli immigrati

le case accatastate

la spazzatura che s’accumula

il bianchetto alla mattina

la grande strada

che passa proprio qui

il treno che sferraglia di notte

sferraglia di giorno

sferraglia anche il respiro

e il tram che non arriva.

 

Com’è stare in periferia

del mondo

dopo tanto stare al centro,

dove la scuola

gli ospedali malconci

la connessione scadente

le famiglie abbandonate

le speranze disabitate

le donne domestiche

il lavoro che manca

la cattiva informazione

ché l’ha detto la televisione,

i giovani immobili

i pregiudizi che risalgono

la colpa ai cinesi

ai marocchini

agli albanesi.

 

Com’è dopo aver creduto

per quattro cinque decadi

d’essere in centro

tra la gente perbene

tra i nostri simili

(i dissimili ce lo hanno dato a intendere

di essere simili a loro).

 

Eravamo soltanto

periferia inurbata,

campagna concentrata

schiacciata distillata

messa lì apposta

nel vasto spazio economico

del tabellone

a far il gioco d’altri

giocatori sì, al monopoli

ma senza case e senza alberghi.

Giulio

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L’arte del suppelletile

Immagine

.

E rientrando

appendo il mio cuore alla porta

come il vestito di un ospite,

come le inutili chiavi

di un auto inceppata per strada

.

Nascita (2) – Canto della autocoscienza

Che fa qui

ad avvizzire tra le crepe del giorno?

Qual è il tuo scopo volgare

e quello sublime?

Quante frecce conti nell’arco della vita

e di quali ammanchi per fare centro?

Cosa ti nascondi, ancora

e quali confessioni, quali bisbiglii

ti sei concesso negli anni?

Ed anche:

sai perché sei nato?

Stai bene incastonato nel reale,

in questa slabbratura vergine del cielo?

Oppure ti manchi

ti manchi terribilmente?

Se anche tu ti mancassi…

 

Ti sono accanto.

Sai, accanto

ti sono inutile come un firmamento

nella notte acerba del mondo

nella notte senz’occhi,

se per niente ti manchi

se per nulla ti cerchi.

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Foto: Algarve 2014

Giulio

Lamento verde

Cosa sono i tuoi occhi.

Come palpebre di salice

gettate a terra,

come la rabbia

che ti sbuca dalle mani,

che lo strozzeresti

se solo tornasse

se solo capisse

se solo potesse…

ma niente.

Giulio

Rime dalle Filippine

Saffo

Non è una cosa semplice
Eumolpo mio diletto
vivere come dovremmo
ma è semplice illusione
anche solo il voler farlo.
Truppe truppe e marescialli
ingenti contingenti di peones
e ardite filippine che trapassano
sfoggiando gambe
d’indubbia discendenza.
Appaiono dalle sconnesse
fessure scalcinate
di questo bar di finto lusso
in una Manila che pare uscita
dalla malata mente
di un regista holliwoodiano..
Fìccatelo bene nella zucca
è solo concussione
portata avanti per reclame
ininterrotte trasmissioni
mesi e mesi di disgelo
ci preannunciano pedate
nel fondo soffice del culo.
Mostrando inutilmente
diplomi ed attestati
da laureati in birra calda
io e te andremo curvi
per file interminabili
a diportar vecchiezza
fra i malnati della vita.
E l’unica maniera
di sentirsi ancora umani
sarà paragonare
la puzza del sudore
con quella del vicino.
L’unico modo di consolarsi
sarà passare i giorni
alla veranda cercando
di riempirli, scaccolandosi,
con i favolosi tesori
che vi troveremo dentro.
.

 

Finestra aperta

Rosa-saetta, cirri alti di petali:
nel cielo un tripudio interiore.
L’attimo finestra si è aperto
ancora per cambiare l’aria
di questo presente stanza.
Va smossa l’inedia conservatrice,
lei ama le ragnatele perenni
la sicurezza stantia della polvere.

Cose fuori da casa

Sotto il piano del cielo

una donna che cammina

un diedro di sole alle spalle

un albero in controluce

stomi, glucosio, clorofilla nel mattino.

Un padre e una ruota

raggi, cerchi, mozzo e copertone

due ruote di bicicletta

due braccia di bambino

che si aprono nell’aria

come in volo.

Un’urna perfetta

bianca bianca

nuova nuova

contenente i segreti nascosti

stanchi della vecchiaia.

Giulio

Canzoncina per cretini

C’è un’aria fredda che non so: di rame

un fumo fino fino sminuzzato

dolce sì, ma d’un dolce d’aspartame

che effonde per le strade e per il prato.

Nei crani si fa un blocco di catrame

e il pensiero v’invecchia da neonato:

nessuno che si chieda il nero sciame

d’onde venga, quest’odio raffinato

che pure è nell’inspiro delle genti

criptato nelle parti per milione

cosicché, quando uno inizia a dire

farfuglia imbalbettato e va a morire

la speme poco dopo la ragione.

Non prima: ora siamo, deficienti.

Parti per milione

Giulio

Tuo.

Forte rombo-cascata
tra i polmoni al centro;
fitta d’amore del brivido
di un salto nel vuoto.

il dubbio scomparso
come nebbia al sole
caldo d’estate, abissi
di luce, il buio un ricordo.

Giacomo