Dittatore

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che non muori, non scompari, non invecchi
che permei, più profondo di quanto immaginassi
realtà e immaginario

Quando la fine del tuo impero
del tuo dolore, della tua rabbia
la tua vittoria

Quanti i tuoi figli, i tuoi pensieri
dinastie epiche bibliche
ridicole
funeste

Quando affonderanno per non tornare più?

Irene

Foto: Eva Munter

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Le differenze filosofiche tra scienza e politica

E’ incredibile il diverso atteggiamento di politica e scienza.

Chi legge un articolo scientifico parte “diffidente”,  o meglio, per accettare la verità scritta nell’articolo si ha bisogno di vedere tesi, argomentazioni, citazioni, ragionamenti… Si deve dimostrare che quanto affermato è una cosa vera, se no, a priori, non viene creduta.

“Tutto è falso eccetto ciò che vien dimostrato vero.”

Nella politica è l’opposto. A priori crediamo a ciò che ci viene detto, non ci interessiamo di argomentazioni, citazioni, ragionamenti, semplicemente accettiamo subito la cosa detta prendendola per verità, sarà poi compito di altri smentire.

“Tutto è vero eccetto ciò che vien dimostrato falso.”

Mi sembra assurdo che due meccanismi così agli antipodi l’uno dall’altro coesistano nella stessa società. E’ come il coesistere di due filosofie opposte all’interno dello stesso essere umano. Una normale mente darebbe di matto. Beh, in effetti, anche la nostra società sta dando di matto…

Giacomo

Sogno un ritorno a Pangea

La terra, il nostro pianeta, non ha limiti, non ha bandiere, non ha confini di stato.
La terra ci nutre, ci disseta.
La terra ci ospita, e non ci chiede alcun affitto.
La terra si dona, e non ha un libretto di istruzioni.
La terra è per noi, e non ci dice cosa possiamo fare e cosa no.
La terra si fida di noi…

…e noi?

Noi ci spartiamo i pezzi di terra versando sangue, facendo guerre, noi dichiariamo con non so quale diritto – questo è nostro, quello è vostro, e guai se ci metti piede se non ti ho dato il permesso, piuttosto stai nel tuo paese e muori di fame! –
I più forti riescono a stabilirsi su terre fertili, buone, redditizie. Gli altri…rimangono là come dei fessi. Degli altri non ci interessa, non siamo noi, sono altrove. Peggio per loro. Dimentichiamoli, se nessuno li considera non fanno nemmeno notizia. I nostri giornali non ne parlano, i telegiornali non ne parlano, quindi si dimenticano.
Abbiamo inventato la politica, con la quale decretiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato, manco fossimo degli dei. Qualcuno dirà che è necessario avere le leggi perchè l’uomo ha bisogno di essere guidato, perchè senza leggi andrebbe tutto a rotoli. Le leggi le abbiamo nel CUORE e da SEMPRE, e chi dice di non sentirle è un FALSO e mente a se stesso. Non serve scriverle per interpretarle male. Sarebbero troppe, e le parole non basterebbero per esprimere un sentimento di giustizia. Sarebbero sempre insufficienti. Creare le leggi è far sì quindi che esista l’ingiustizia.
I confini di stato sono recinti fasulli e inutili. Manco fossimo delle bestie che devono essere rinchiuse!
Grazie alla loro esistenza persone stanno male e altre stanno bene.
Grazie alla loro esistenza in una parte del pianeta si può inquinare, in un’altra no, dimenticando che l’aria è sempre la stessa e se ne infischia dei confini, lei va dove vuole, dove “tira il vento”.
Confini, limiti.
L’aria non ha limiti, se il mio vicino inquina io respiro la stessa aria.
L’acqua non ha limiti, se il mio vicino inquina un fiume, o un mare, io berrò la stessa acqua, la stessa acqua evaporerà e pioverà sulla mia terra, farà crescere le mie piante avvelenate, fonte del mio cibo.
Che senso ha avere gli stati? Avere politiche diverse?
Che senso ha avere confini di stato?
Che senso ha sentirsi proprietari di fare ciò che si vuole sul “proprio stato”?
L’Italia non è nostra, è del mondo.
L’Australia è anche nostra, come è nostra l’africa intera, con i suoi problemi e la sua fame.
Prendiamone atto, cominciamo a pensarla in grande, da Aironi.
Un unico stato, ritorniamo a Pangea.

Giacomo

Eclissi

Eclissi di sole parziale a Milano: le nuvole copriranno il sole per tutto il giorno. È il duro mondo, Luna: sono arrivate prima loro.

* * *

Il problema, o la verità (cioè, la verità è il problema) è che la FIAT vuole andarsene dall’Italia. L’orgoglio nazional-industriale non può certo permetterlo. Ma quanto può essere produttivo costringere un’azienda a rimanere dove non ha interesse a rimanere?  Come un figlio capriccioso che vuole andarsene di casa, ma ci resta un po’ per rendere ai genitori la vita difficile, un po’ per comodità. Da un lato la logica imprenditoriale dirotta la produzione verso lidi più ameni, dall’altro il dirottamento ha conseguenze importanti sulla vita di una buona parte della popolazione. Già, un dilemma o un paradosso à la Zenone, o forse soltanto la cancrena di un sistema politico-industriale vicino al collasso.

* * *

Non si trova Yara. I giornalisti dicono che le informazioni a riguardo sono coperte dal massimo riserbo. Ci mancherebbe: come servizio d’informazione, il massimo che dovrebbe essere concesso di dire ai tiggì è: «Scomparsa ragazza in provincia di…  Fatta così così e così, al momento della scomparsa ecc. Gli inquirenti indagano. Nel caso la vediate, chiamate il.» e poi «Continuano le ricerche di Yara. Nessuna novità/Aggiornamenti. Gli inquirenti continuano. Se la vedete chiamate il.» Questa è informazione; tutto il resto è Barbara D’Urso.

* * *

L’eclissi di una sazia e spenta civiltà.
Questo vuoto esploderà. Esploderà.
(Subsonica, La glaciazione, ‘L’Eclissi’, 2007)

Gianmarco

La monnezza del pensiero che genera poesia

I rifiuti sono negazioni che rimuoviamo volontariamente dalla nostra vita; o anche involontariamente, per superficialità, inerzia, dimenticanza, paura. Oggetti che riteniamo di non poter più utilizzare, scarti della vita, marcescenze che ci infastidiscono, scomodo surplus che ingombra il cammino e sporca la vita.

Questo avviene anche con il pensiero: ci insegnano oggi che per vivere bene occorre sbarazzarsi delle riflessioni scomode e compromettenti, responsabilizzanti, scandalose, vergognose, depressive. E’ fastidioso guardare in faccia le parti più brutte nostre e del nostro mondo, ci vuole un gran coraggio, ed è più comodo evitarle facendo una strategica pulizia o lasciare che siano gli altri a smaltirle.

Eppure la poesia e la speranza per me nascono soprattutto da qui, dal rifiuto, dallo scarto, dal rigurgito, dalla smorfia di disgusto di dolore di rabbia nei confronti del presente:

1967 – Dino Buzzati, Urlo

Grazie allora a chi parla di mafia e narcotraffico,  dell’isolamento dei portatori di handicap, di immigrazione e razzismo, di tossicodipendenza, di eutanasia, aborto, omosessualità, di un’Italia indebolita da un cattolicesimo inutile; grazie a chi denuncia la propria condizione di lavoratore precario o di disoccupazione, a chi si sdegna dell’attuale immagine della donna e dell’abuso dei minori,  a chi comprende e rende noto che se gli studenti in manifestazione agiscono con violenza fanno solo il gioco voluto dai nostri politici al governo.

Parliamo assieme di tutto questo, parliamone a lungo. E poi ripartiamo da qui: perché da qui nasce l’idea di un sogno comune di poesia, da qui nasce lo sforzo per riproporre la dignità nostra e del nostro paese. Se non prendiamo coscienza del mostro che ci vive ogni giorno accanto nelle nostre vite quotidiane, esso ci ingloberà nelle sue viscere più profonde. Lentamente la nostra vita di persone alienate diventerà un’abitudine e per sempre ci abitueremo alla pubblicità battente degli schermi televisivi nelle stazioni dei treni e delle metropolitane, allo spaccio nel parchetto dietro casa, alle pasticche in discoteca, all’ubriaco lasciato solo il sabato sera accasciato per terra, ai cinquecento euro di stipendio mensili. E se lentamente un pomeriggio d’inverno ci scenderà una lacrima di malinconia sulla guancia, non sapremo nemmeno più ricordare che cos’è che ci manca.

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace — uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordigno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.

Giulia

Poesia di Eugenio Montale

La frutta

Ci siamo arrivati, alla fatidica frutta. Le parole che corrono sulle prime pagine dei giornali e nei forum di informazione, quelle che suonano più o meno come “Meglio essere uno sporco maschilista che essere gay”. A questo punto, cosa rimane da fare? Non lo sappiamo più, forse. Più che denunciare, indignarci, dire fare baciare lettera testamento, sembra che niente abbia la forza necessaria a far cadere questo soffocante potente che si è nutrito dei bassi istinti, che è stato votato dalle basse emozioni… Questo è il punto: Berlusconi è un’emanazione culturale (lo è sempre stato, lo è diventato?), penso a volte che sia una specie di concretizzazione di alcuni valori culturalmente accettati, un’incarnazione di come l’italiano vorrebbe che sia l’italiano che cerca di essere. Un uomo con una virilità ostentata, detentore di un potere squisitamente economico con cui può raggiungere i suoi obiettivi, raggirare la legge, trovando l’inganno una volta fatta la legge, o facendo una legge con l’inganno, sistemando i propri affari, salvaguardando gli interessi del familismo amorale. Un uomo che, nonostante l’avanzare dell’età, si attornia di gioventù, legittimando la costruzione di mete culturali allineate alla logica del successo e dei quindici minuti di celebrità. E ci sarebbe da dirne ancora: il fatto è che ho l’impressione che ad un certo punto B. sia apparso, come fosse stato creato nel laboratorio della società italiana, come fosse comparso nella forma che conosciamo, cullato e alimentato dalle nostre infime volontà di potere, pompate dal rampantismo degli anni Ottanta e dal modello d’azione sociopolitica che – piccolo incidente di percorso – Tangentopoli aveva mostrato. Che sia apparso come quella frutta geneticamente modificata che non marcisce mai, se non in chi se ne ciba, diventando tumore.

Gianmarco

 

Cose nostre

Sono alle prese con un corso per amministratori locali sull’infiltrazione mafiosa negli appalti pubblici. Rifletto.

L’origine della mafia ha a che fare con l’irrisolto problema della quadratura del cerchio. Provate a immaginare: sovrapponete una tela di ragno ad un reticolo di quadrati e non combaceranno, logico. Rimarranno dei vuoti: quando si pensò di creare un’Italia unita e unica, si cercò di sovrapporre la nuova ramificazione dei poteri, ossia la ragnatela con centro a Roma, su territori che già avevano una loro propria maglia di poteri locali. In Sicilia, ad esempio, la maglia era reticolare, con le terre coltivate dai mezzadri e i padroni nelle grandi città. In mezzo, faceva da intermediario il gabellota, colui che era incaricato di riscuotere i proventi delle terre e faceva da tramite fra i signori di Palermo e Catania e i lavoratori della terra: aveva cioè il compito di controllare il territorio in vece. Significò un enorme potere in mano a questi protettori dell’ordine aristocratico. Quando in Sicilia giunse il velo dell’Italia unita, andò solo a poggiarsi sulla maglia del potere locale così costituito. Rimasero dei vuoti.

La mafia si nutre del vuoto. E se natura horret vacuum, la mafia – essendo tutt’altro che un fenomeno naturale – ci sguazza. Coloro che erano intermediari fra il territorio e l’aristocrazia che lo governava da lontano, restò intermediario fra il territorio e il nuovo Stato che lo governava da lontano. In altre parole, riempì il vuoto. Fu figlia del vuoto.

Parlando di contratti di appalto per lavori pubblici, sappiamo che la mafia si infiltra in ragione di due condizioni: il sempre più labile confine fra economia legale e illegale; e lo svuotamento delle multinazionali o in generale della fabbrica, ossia la decentralizzazione e il dislocamento. Di cosa stiamo parlando se non di vuoto? L’organizzazione dell’economia legale e quella dell’economia illegale, intrecciandosi, non coincidono, e lasciano tasselli da riempire. Organizzazione: il primo pensiero va alla legislazione. L’esplosione dell’organizzazione fordista-taylorista del lavoro, caratterizzata da concentrazione e subordinazione (nel senso del lavoro), ha lasciato dietro di sé una congerie di forme di lavoro parasubordinato e con ampi margini di autonomia, che la legislazione traccia a grandi linee, lasciando spesso all’interpretazione. Lasciando, cioè, dei vuoti.

Il bambino che scrive grazie alla Camorra perché dà lavoro a mio papà e ci protegge, non significa che l’organizzazione criminale offre un lavoro che lo Stato non offre, o la protezione in vece dello Stato, bensì che lo Stato, su quel territorio, ha lasciato dei vuoti di significato, non è presente.

La mafia non è, come si è spesso detto, uno Stato nello Stato, ad esso parallelo o contrapposto, bensì uno Stato per lo Stato, nel senso di pro, a posto di.

Finché non si riempiranno i vuoti che intercorrono fra potere centrale e potere locale, la criminalità organizzata sfrutterà gli spazi oscuri, le ombre, le nicchie, gli interstizi che lo Stato non si preoccupa di colmare. Lasciandoci il dubbio che forse, in fin dei conti, l’Italia ringrazi per lo sporco lavoro che qualcuno deve pur fare.

Gianmarco

Per un’analisi sociologica e storica delle origini della mafia in Sicilia:
Block A., La mafia di un piccolo villaggio siciliano, 1860 – 1960, Einaudi, 1997