Prove dell’esistenza dei poveri

“Da noi i poveri non esistono”
“Come, scusa, non esistono?”
“Non esistono, non ce n’è”
“Non ci sono poveri?”
“No. Perché comunque la casa ce l’hanno dai tempi in cui la dava a tutti lo Stato, la disoccupazione è bassissima… ah beh, poi certo, se ti ammali e non hai una famiglia… i disabili, i mutilati… quelli sono tutti per strada”.
I poveri non esistono, quindi, perché non consideriamo degni di nota alcuni tra gli esistenti.
E allora la semplice esistenza è in certi casi una protesta, in quanto confutazione della non esistenza.
Una prova dell’esistenza non solo dei poveri, ma anche della povertà, non solo dei miseri, ma anche della miseria.

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Milano è deserta – si dice . A Milano son tutti in vacanza: i negozi e i bar chiusi, le email “out of office”, i telefoni degli uffici che squillano a vuoto. Eppure il tram in direzione periferia è pieno, di gente che in vacanza, evidentemente, non ci va. Alle sei e mezza due uomini dall’accento straniero, uno giovane e uno vecchio, si urlano contro. Perché stai in mezzo, non fai passare la gente. Ma che cazzo dici, non sono mica in mezzo. E scommetto che non hai nemmeno il biglietto, non fanno passare gli italiani (proprio così, ha detto “gli italiani”) e non hanno il biglietto in tasca. E a te che cazzo te ne frega. Dov’è lo Stato, dov’è il governo, qui ognuno fa quello che gli pare, non rispettano i vecchi, e non hanno il biglietto, e nessuno che apra bocca.
Anch’io sono stata zitta.
Ma agli increduli posso dire: “I poveri esistono. Ho le prove”.

Arianna

Foto: Atene, quartiere di Exarchia, murales dedicato ai poveri e ai senzatetto

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Ciò che è giusto conta

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Mi avevano detto che no

che la formica

e la cicala

e poi i soldi ed il potere,

accumulare beni:

sant’accumulo.

Me lo hanno detto

con l’esempio

e non con le parole,

da crederci,

da darsi subito daffare.

Invece no.

Invece qualcosa di più umano

da dentro dice cose universali

dice il giusto conta

fare il giusto

avere il giusto.

La povertà è un valore

non come mancanza

ma come equidistanza.

Perché ciò che è giusto conta

e fanculo agli escrementi

di cui s’adorna il mondo.

Giulio

Guardie e ladri

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Sono le sei di sera, a Milano, in periferia.

Dalla fermata del tram vedo due uomini, separati da una cancellata di metallo.
Il primo cammina più veloce, il secondo gli sta dietro a fatica, ma non lo molla.
Il secondo indossa una felpa e un gilet rossi, è un po’ calvo.
Il primo tiene in mano un sacchetto di plastica, pieno. Sul sacchetto c’è scritto “Conad”.

“Restituisci la roba che hai preso…”
“Non è roba tua, non ti permettere”
“Restituiscila, ti ho visto dalla telecamera!”.

L’uomo col sacchetto attraversa le rotaie del tram, corre.
L’uomo con la felpa e il gilet rossi dietro: lo segue.

Due ragazzi alla fermata commentano:
“L’hanno visto dalla telecamera, l’hanno visto rubare… hanno chiamato i carabinieri”
“Speriamo che arrivino presto”.

Io resto in silenzio, ferma. Guardo i due uomini che si allontanano.
Sono triste.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Puzza di povertà

Ieri sul tram un uomo si è seduto di fianco a me.
Era vestito con un giaccone liso e sporco, aveva i capelli unti, le mani tagliuzzate, e sporche pure loro. Puzzava.
Puzzava davvero. Tanto. Facevo fatica a stargli vicino.
Non volevo però alzarmi e cambiare posto, perché temevo potesse rimanerci male.

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Ho resistito un po’, forse dieci minuti.
Poi mi sono alzata e mi sono avvicinata alle porte d’uscita, fingendo di dover scendere alla fermata successiva. Il tram era abbastanza pieno, c’erano altre persone tra me e quell’uomo. Spero non abbia notato la mia mossa.

E’ successa una cosa da niente, forse.
O forse no.

Arianna

Foto: Mosca 2012

Schizofrenia quotidiana

In centro girano una fiction Rai. Ci son persone vestite come la fine dell’ottocento, sedute sulla panchina. Cineprese, carrelli, microfoni, camper degli attori, perfino una carrozza con i cavalli, là sul fondo, e feci spalmate sul porfido.

Sulla panchina vicina agli attori stanno due persone. Due senza dimora, uno ubriaco.

Sia gli uomini di fine ottocento, sia gli straccioni se ne stanno là, al proprio posto, ed entrambe le realtà fingono di non vedersi.

Dovrebbe esserci un’attrice famosa, dicono.

ImmagineGiulio

Una stanza a Parigi

ombreUn posto nel mondo, spesso, è complicato.
Allora si comincia dal posto dove si torna, quando si finisce di lavorare, di chiacchierare, di fare due passi attorno. Si comincia dal posto dove si dorme e si può stare in pigiama (senza per forza dormire). Si comincia, insomma, da una qualche forma di casa.

A Parigi, se sei (relativamente) povero, e magari anche sprovvisto di garanti francesi, è facile trovarti in un posto come una stanzetta, in una casa sporca e fredda, in un quartiere in cui la sera (anche se non vuoi, razionalizzi, cerchi di convincerti…) hai paura. In alternativa o in aggiunta (a seconda dell’indice personale di sfiga), è facile trovarti in un posto come una stanzetta, con un/a padrone/a di casa alcolizzato/a, oppure semplicemente molto avaro/a, oppure stronzo/a.

Questa è la Parigi che viviamo in tanti.
Senza negare i teatri, i cinema, le conferenze, i seminari, i lavori e i lavoretti, quando mi dicono: “Aaah, Parigi… come ti invidio!”, ecco, quando mi dicono così rispondo: “No, non mi invidi. Ora ti spiego perché”.

Arianna

Foto: Gegio

La rabbia dei poveri

Ottocento 
Novecento 
Millecinquecento scatole d’argento 
fine Settecento ti regalerò.

Se ne sta lì, con lo sguardo basso, e dice “sono incazzato, sai” con un accento così lontano, così clandestino, così… pieno di rabbia. Si arrabbia. La sua vita è una miseria. Dentro la galera è una miseria, fuori una miseria, al punto che quasi ti vien voglia di andare a chiedere di tornarci dentro e di scontare quel che manca subito, senza aspettare. Tornare a casa non è possibile, “troppe persone a cui spiegare che non ce l’ho fatta”, prima bisogna mettere da parte un po’ di soldi. “Voglio indietro i contributi, ho lavorato dieci anni regolare e prima di andare voglio indietro i contributi che ho versato”. Non me lo dici, ma so che spacci. “Ma poi, non so, c’è qualcosa nella mia testa… che non funziona. I medici non lo capiscono, quando mi prendono i pensieri ho voglia di far male alla gente o di suicidarmi.” Sorride, con il sorriso della verità. Vero e amaro. E ancora vero.

Figlio figlio 
unico sbaglio 
annegato come un coniglio 
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio. 

“E’ possibile, tuttavia, è già successo, che una persona sappia una cosa che nessun altro sulla Terra sa.” Quando dice quella cosa, tutti gli danno del pazzo, ma lui sa che è così, è proprio così e non ci sono ragioni. Non ci sono nemmeno persone. “Persone? Quali persone? Mi ricordo, delle persone nel vecchio mondo, quando tutto era luce, quando esistevo. Non come adesso, che sono morto, e che le persone non esistono, sono dei fantocci, simili ai vecchi loro stessi, eppure diversi per i piccoli particolari… tu ad esempio: tu eri simile. Ma un po’ diverso, parlavi in modo più pacato. Quando sogno, sogno del vecchio mondo. Ma qui tutto è falso, tutto è morto, nessuno mi è davvero vicino.” Ti abbraccio e ti bacio sulla fronte. Avrei voglia di piangere, di scrollarti di dosso la malattia, di farti tornare a sentire ciò che non ha mai smesso di esistere. “Non sei male, come fantoccio del vecchio te stesso. Sei più dolce però.” Fai una smorfia, amara, come di chi sa come vanno le cose.

Und einige krapfen 
frùer vor schlafen 
und erwachen mit walzer 
und Alka-Seltzer fùr 
dimenticar.

Mettere l’apparecchio acustico a diciotto anni non è facile. “Mi fa male alle orecchie e in più sai che c’è? Ci sento peggio di una volta. Con l’apparecchio sto perdendo quel poco di udito che mi rimane. Forse quel medico bravo, quello specialista trova una cura. Forse, lo spero.” L’apparecchio con la pila nuova fischia come un fischio di un fischietto, ma piano. Forte solo nell’orecchio. “Mi fa venire il mal di testa e al lavoro mi da fastidio: in fabbrica sento ogni cigolio, ogni scricchiolio di ogni macchinario.” Mentre parliamo, mi leggi il labiale, a compensare con la vista quello che la tua vita (acerba e minuta) ti ha tolto. Battere la testa e perdere le orecchie, per un po’ di velocità sulla neve. Poi ti decidi e da un cofanetto estrai due fagiolini di plastica, praticamente non si vedono. “Gabriele” bisbiglio quasi senza voce. Alzi gli occhi e mi guardi. Ora mi senti davvero.

Quanti pezzi di ricambio 
quante meraviglie 
quanti articoli di scambio 
quante belle figlie da sposar.

Le storie dei poveri, mi fanno rabbia. Rabbia. RABBIA. Gli ultimi saranno i primi, eppure mentre raggiungono il podio vengono calpestati e ricalpestati dai passi di tutti i penultimi, i terzultimi, i quartultimi, i quintultimi, i sestultimi, i settultimi, gli ottultimi, fino a quando non so più come si dice. Passati al setaccio e svuotati della forza di vivere e di provarci. Tutto questo mi fa rabbia, soprattutto quando succede proprio qui, dietro l’angolo di casa, dove tutti vedono e non vorrebbero vedere e quindi non vedono. Va tutto bene. Eppure.

Le uniche parole che sento davvero reali sono “rabbia” ed “eppure”.

Cantami di questo tempo 
l’astio e il malcontento 
di chi è sottovento 
e non vuol sentir l’odore 
di questo motor 
che ci porta avanti 
quasi tutti quanti 
maschi , femmine e cantanti 
su un tappeto di contanti 
nel cielo blu.


Citazioni da “Ottocento” di De Andrè.

Giulio

Lettera aperta ai dentisti

Stimati dentisti,

vi scrivo per porvi alcune domande dettate da un’esigenza di comprensione della vostra categoria professionale e del suo orientamento valoriale. Premetto che mi sottopongono regolarmente e senza eccessivo timore alle vostre cure e che presumo abbiate scelto la professione che esercitate mossi – in primo luogo – da una genuina passione per l’odontoiatria.
Ho suddiviso le domande che vorrei porvi in due categorie: domande di ordine oggettivo (conoscenza di fatti) e domande di ordine soggettivo (le vostre interpretazioni dei fatti).

Domande oggettive:

  1. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti si indebitano per pagare le cure da voi dispensate?
  2. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti alla domanda: “Andrete in vacanza?” rispondono “No, quest’anno ci va il mio dentista”?
  3. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti non possono permettersi le cure odontoiatriche che voi suggerite e restano pertanto senza uno o più denti?
  4. Siete a conoscenza del fatto che i pazienti di cui sopra (cfr. domanda 3) non vivono su un altro pianeta, né in un altro continente, bensì a pochi km di distanza dai vostri studi e dalle vostre abitazioni?

Domande soggettive:

  1. Ritenete onesto chiedere ai pazienti se vogliono ricevere la fattura del pagamento e poi, sulla base della loro risposta, modulare il prezzo del trattamento?
  2. Ritenete giusto che tutti – a prescindere dal ceto sociale, dall’età, dal genere, dalla nazionalità… – abbiano accesso a cure odontoiatriche? Se sì, quali azioni intraprendete/avete intenzione di intraprendere per andare in questa direzione?
  3. Vi sentite in colpa se confrontate la vostra situazione economica con quella dei vostri pazienti (di alcuni di essi, in particolare)? Se sì, come affrontate il senso di colpa?
  4. Siete orgogliosi di essere dentisti, e del modo in cui lavorate?

Grazie,

Una paziente

Default, capitalismo, povertà,

Dal feudalesimo al colonialismo.
Dall’imperialismo al capitalismo.

Oggi direi che viviamo nell’economismo.
L’economia comanda e le sue leggi governano tutto. Le scelte politiche sono estremamente influenzate dai loro risvolti economici, tant’è che i politici sono uomini d’affari, gestori di appalti, imprenditori, e scambiano favori con altri imprenditori, fanno leggi ad hoc, e si favoreggiano l’uno con l’altro. E così dal grande al piccolo nella vita di ogni persona le scelte vengono fatte in misura del rendiconto economico e sempre più la morale e l’etica vengono calpestate dalle leggi dell’economia. L’economia permette sovrabbondanza e sprechi in certe nazioni e povertà fame malnutrizione in altre. Le guerre nascondono tutte macchiavellici scopi economici e non è raro scoprire la multinazionale che fa i soldi da uno scontro piuttosto che da uno sterminio. L’inquinamento ambientale è una voce di spesa valutata e predetta  sui conti economici delle più grandi aziende. Ci siamo talmente abituati a questo sistema che ci sembra normale che in inverno un manichino vestito di tutto punto stia al caldo dietro una vetrina e un barbone malconcio muoia di freddo sul marciapiede davanti.  Esiste persino un libro che conta le morti causate dal nostro sistema economico.

A me sembra che i segnali d’allarme che il sistema non funzioni più sono tanti, troppi.

Gli stati ricchi fanno default.
E’ partita l’Islanda, poi la Grecia è stata salvata da un miracolo e continua a chiedere maxiprestiti per sopravvivere. L’Irlanda è messa malissimo, l’Ucraina molto male, Portogallo e Spagna pure, Slovenia e Slovacchia a seguire. E solo per citare alcuni tra gli esempi più gravi.
L’Italia ha appena avuto una crisi recentissima durante la settimana scorsa e ci siamo salvati dal default per un soffio, gli USA hanno un conto alla rovescia con scadenza il 2 di agosto per risolvere la questione e mettersi d’accordo sul tetto del debito se no faranno default pure loro.

Cosa sta accadendo?
Siamo giunti al termine?
Il sistema non funziona più?

Sto aspettando un cambiamento radicale, su vasta scala, che sconvolgerà le vite di tutti. E’ finita l’era del capitalismo. Oggi occorre rimboccarsi le maniche e studiare un nuovo modo di vita, sostenibile, equo, giusto, da capo, dal principio.

Non è possibile che accada questo:

Mentre noi pensiamo a questo:

Giacomo

Parole africane

Qualche giorno fa ho ascoltato alcune parole, che voglio condividere con voi. Sono parole di un congolese emigrato in Italia:

Quanto mi sento ricco da 1 a 10? Beh, io mi sento ricco 10: ho il necessario per vivere e ospito immense ricchezze dentro di me, però non posso stimarmi ricco 10, perché attorno a me ci sono persone che muoiono di fame, di freddo e di guerra. Allora sono ricco 5: una media tra la mia ricchezza e quella degli altri.

La Repubblica del Congo è un Paese benedetto da Dio, un Paese in cui le foreste stanno bene, i pesci stanno bene, i diamanti stanno bene. Soltanti gli esseri umani soffrono.

Mi dissero: “Vai, parti, attraversa la foresta, il deserto, il mare e vai a cercare in Europa la gente etica, che voglia collaborare con la nostra gente etica”. E io attraversai la foresta, il deserto, il mare e arrivai in Italia, dieci anni fa. Non mi manca niente qui, però la gente etica nella mia terra continua a soffrire.

Arianna

Illustrazione di Elisabetta Bernardi