Adesso sbocco – La nascita di un pazzo

La nascita di un pazzo
Chi sono io?
Non so ancora.
Cerco me stesso.
Cerco me stesso in ciò che mi circonda, cerco di vedere me stesso riflesso nelle persone che mi stanno attorno.
Cerco i miei simili.
Dove sono i miei simili?
Esistono?
Mi sento solo.
Esco di casa, mi immergo tra la gente.

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Casual talkings
Qui parlano di moda.
Cosa va oggi? Come bisogna vestire? L’hai vista quella rivista?
Non ho mai saputo nulla dell’argomento.
Sto zitto.
Faccio sorrisi, ma non capisco cosa ci trovi la gente di interessante.
Poi il discorso gira, cambia, e ci si ritrova nei gossip.
Hai visto chi hanno fotografato su…?E hai visto con chi si è messo quella?
Non avrei mai pensato che l’attore Caio fosse gay…
Sto zitto ancora.
Non so nulla.
Mai che mi sia interessato nulla dei gossip, dei vip, di vite di persone che manco conosco e che non c’entrano nulla con la mia vita. Fosse il capo del governo potrebbe anche interessarmi, visto che fa le leggi che dovrò poi rispettare, che faranno il mio futuro, ma cosa mi interessa invece di altri personaggi “famosi”…(famosi per gli altri, io non avevo mai sentito il loro nome fino ad oggi!)
Mi guardano.
Silenzio dalla mia parte.
Annuisco.
Continuano a guardarmi.
Sorrido, faccio un cenno, dico sì sì, avete ragione, ci stavo pensando pure io, poi stacco la testa e tutto quello che ci sta dietro, lascio il mio corpo a osservare inespressivo di fronte a sé mentre dentro penso ai cavoli miei e fuori scorrono inesauribili fiumi di parole che non hanno per me alcun senso.
Zac.
Un occhiata, un attimo di silenzio.
Rientro e mi ricollego al discorso.
Siamo arrivati ai film usciti di recente al cinema.
Sto zitto ancora.
Stacco.
Riattacco.
Siamo allo sport.
Sto zitto.
Stacco.
Riattacco.
Eccoci ai motori, nuove macchine, quella ha 300 cavalli…
Zitto ancora.
Non ho il tempo nemmeno di staccarmi che subito si cambia e…
…si parla dei programmi televisivi, hai visto quello, quella lì ha fatto proprio una brutta figura, hai visto chi hanno eliminato là, cosa hanno pensato qua, che ridere che ha fatto quel tipo sull’altro canale…
Stacco.
Sono ormai 6 anni che la televisione non la guardo più.
Sono stufo delle pubblicità, dei programmi, di quello che passa in quel cubo (ormai diventato piatto).
Quindi sto in silenzio, è l’argomento tra i tanti di cui sono ignorante, dove sono davvero un fuoriclasse di ignoranza.
Riattacco.
La voce passa ai cantanti pop, quelli che fanno i video in mtv, quelli che sono nelle top ten, quelli di qui e quelli di là, quelli di su e quelli di giù, ossia sempre a parlare di quelli di cui ancora non so nulla di nulla, e rimango ancora, un’altra volta, inevitabilmente irrimediabilmente in silenzio.
Cosa penseranno di me?
(“Ma perchè non parla mai quello? Che antipatico!”)

Il discorso di un pazzo
Non mi dispiace però. Me lo merito forse. Sono io a non interessarmi per primo. Mi dispiace invece di buttar via il mio tempo a dover sorbire questi discorsi, mi dispiace ancor di più di non aver il coraggio di urlare in mezzo a quella piazza, gremita di gente, che non me ne frega un cazzo di tutte queste cose inutili, assurde, futili, che non mi aiutano a sentirmi bene, a farmi crescere, ad essere felice, a dirmi chi sono e cosa ci faccio qui. Piango dentro me stesso, stritolato da convulsioni, afflitto da conati di vomito, quando invece mi piego a questo fiume, a questa corrente e fingo (per lavoro o per altro) di essere interessato, e faccio un sorriso, dico sìsì hai ragione, che roba, ascoltando queste parole, questo little chatting di cui non me ne è mai fregato nulla.  Sono un ipocrita? Lo dico apertamente, e qui mi sfogo, forse faccio male, ma questa musica che le bocche di tutti cantano io non la so, non mi piace, non l’ho imparata. A volte vorrei scappare da tutto questo, mi sembra solo un mare di falsità e immondizia che mi soffoca. E chi cavolo è sta gente? Non mi riconosco in nessuno di loro. E’ un incubo che mi fa sudare freddo. Dove sono i miei simili? Esistono ancora? Sono io quello sbagliato? Il diverso? L’associale? Quello fuori-sistema? Sono fuori? Sono pazzo? E se non voglio parlare di queste cose quali sarebbero i miei discorsi allora? Di cosa vorresti parlare potreste chiedermi?
Vorrei parlare di quella signora, con la testa china, seduta sui suoi talloni, ginocchia a terra, che fa la carità, con vestiti sporchi, senza guardare in faccia i passanti, così belli, così alla moda, così lontani che le passano accanto, le sfiorano la mano con i loro cappotti e le loro borsette di alta moda, ma non si fermano, non si accorgono? Non la degnano di uno sguardo e passano oltre, attirati dalla prossima vetrina. Dubito che si siano proprio accorti di esserci passati accanto. Occhi che non vedono ciò che gli sta davanti, ma vedono bene ciò che sta dietro questa vecchia signora, la maglia di gucci per esempio, sul manichino dietro le sue spalle. Io cammino là nel mezzo, non mi sento né da una parte né dall’altra, incapace di prendere una decisione, vedo e rimango di sasso, passo oltre come tutti ma tormentato,  pieno di domande, e come sempre in vita mia non riesco a prendere parte, e continuo a cercare di capire quale sia la mia strada, come se non l’avessi appena sentita chiamarmi e graffiarmi la pelle. Forse più di tutti sono io che mi faccio schifo. E tiro oltre, per non dovermi cambiare, perchè è faticoso e forse non so nemmeno bene cosa voglia dire. Cos’altro vorrei dire? Quali altri sono i miei discorsi? Ecco, potrei porvi un’altra cosa su cui riflettere.

Pensate un attimo, scusate, all’assurdità della cosa, da un punto di vista esterno, completamente fuori degli schemi. Pensate all’assurdità della cosa dal punto di vista di chi non conosce le dure leggi dell’economia e della società del consumismo. Cosa vede della medesima scena di cui sopra?

L’uomo sta in strada, al freddo, vestito di stracci.
I manichini invece stanno al caldo, vestiti di lana e flanelle.

Io sono un pazzo.
Sicuramente.
E…
Scusatemi.
Ora…
Basta parole, basta.
Aiutatemi a distruggere questa società, distruggiamola e ricostruiamola da capo.
Non ne posso più.
Davvero.
Ho la nausea.
Adesso sbocco.

Giacomo

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Senza pillole

Debian stava morendo.
– Tutto si risolve nella morte – pensava, – tutto finisce là, come se ne fosse irrimediabilmente attratto. Una sorta di forza di gravità dalla potenza infinita. Nessuno può sottrarsi alla legge, nessuno può non morire… –
Stava venendo sera quando Debian si perse nei suoi pensieri. Lo sapeva, non gli sarebbero rimaste che poche settimane, lo sentiva dentro. In quei momenti gli sembrava di non aver mai vissuto veramente ma costantemente perso in una nuvola mentale di pensieri, preoccupazioni, aspettative.. che offuscava tutto, rendendolo meno afferrabile. In effetti, gli mancava proprio questo: non riusciva ad afferrare la realtà. Ora, lo sentiva, se avesse potuto tornare indietro sarebbe riuscito a vivere intensamente, diversamente, con una luce nuova, senza rimpianti, rimorsi, rendendo ogni giorno speciale, degno di memoria, rendendo ogni momento così importante e intenso che avrebbe potuto morire in pace perchè felice e conscio di aver Vissuto con la V maiuscola.
– Perchè non sono mai riuscito a vivere così? – si domandava – e proprio ora, vicino alla mia morte, capisco cosa avrei dovuto fare, come avrei dovuto comportarmi, quale slancio per la vita avrei dovuto avere. Nella morte si racchiude il senso della vita, sì, è nella morte che per antonomasia si capisce esattamente ciò che è reale, ciò che esiste, ciò per cui val la pena combattere, soffrire e morire. Nella morte giace l’ultimo segreto della vita, quello per cui essa si rivela, infine, sotto i suoi vestiti, sotto i drappi del lavoro, della carriera. Nella morte si realizza di averla riempita di illusioni così da non aver tempo di fermarsi a pensare e porsi delle scomode domande. Una vita a scappare dal pensiero che tutti siamo destinati alla morte, una vita a scappare dalla realizzazione della mia condanna che ho appesa alla testa fin da quando ero in fasce. La morte, ebbene, è uno scrigno, un forziere che contiene il senso della vita. –
Finiva così di pensare che un medico entrava nella sua stanza.
– Come va oggi Debian? Abbiamo preso le medicine? –
– Sì, dottore – e rispondendo così stringeva forte il pugno che aveva serrato da più di tre ore con le due pillole dentro che si stavano lentamente sciogliendo col sudore. – le ho mangiate e mi sento proprio bene ora! –
Con quelle dannate pillole finiva addormentato e non riusciva più a pensare. Doveva pensare, non poteva farne a meno. Figurarsi se gli ultimi istanti della sua vita potevano essere trascorsi dormendo!
– Allora domani ti dimettono, sei contento? Ti hanno riferito la notizia, vero? Stai bene e qui non ha più senso che tu rimanga! Hai una vita da vivere fuori. Sicuramente dovrai tornare a vedere il dottor Roborosky una volta a settimana, per vedere se le medicine che prendi per la tua malattia mentale vanno bene o se devono essere ridotte. Giusto una chiacchierata amichevole col dottore, ti fa alcune domande, ti fa vedere alcune immagini e poi torni a casa. Allora? Che mi dici? –
– Sono senza parole dottore. Non vedo l’ora. –
Dentro cominciava già a morire. Lo sentiva. Lo sapeva. Se lo aspettava. Era arrivata.

Giacomo