Alla mia rabbia

E va bene: ti ho vista, ti ho sentita,
adesso però
smetti di correre intorno:
siediti.

Come devo fare con te?
Arruffata con i pugni serrati,
il broncio e gli occhi scuri,
come posso
cullare il tuo morso?

Vuoi addormentarti con una parola
per immaginare
cose lontane, non queste,
cattive
così dentro, incastrate a stare.

 

 

 

 

 

 

L’odio è nelle tue lacrime
appuntite
che nascondi,
non sai nemmeno perché
ma cresce
tutta questa, e ancora
paura.

Nessuno verrà
a salvarci.
Siamo e saremo insieme
io e te:
meglio allora che ti sieda.

Parliamo.

Foto: Iran 2017

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Parole di rabbia

vietnam-2016

Come stai, oggi,
non lo voglio sapere.
Dopo queste notti
senza sonno
dopo i pianti, i silenzi, le voci
che tormentano te
e poi noi

basta.

 

Oggi voglio andare in giro
a graffiare
la pelle liscia
di quelli che dormono
sogni d’oro: che vengano le rughe,
le occhiaie, i segni
pure a loro.

E mentre li graffio
ci sarà un urlo
una furia di fiato
contro la loro ignoranza
del male.

Graffierei quelli che osano
le lamentele, una scortesia,
toni bruschi: li farei piangere
finalmente
pure loro.

E in mezzo a questi volti
non più belli
sanguinanti e tagliati
forse
troverei un angolino
in cui farmi piccola, chiudere gli occhi
e stare.

Foto: Vietnam 2016

La grande rabbia e l’amore

La grande rabbia, che ti sbuca dalle mani, come se d’un tratto aprissi le palme e fuori ne sgorgasse la pressione dell’ingiustizia. E’ tutto sbagliato, ovunque. Solo gli esseri umani mantengono una propria umanità, ma a momenti. In altri momenti l’hanno smarrita già, oppure l’hanno semplicemente dimenticata, per un po’. Tutto il resto è sbagliato. La società, la politica, la finanza, la guerra, la disuguaglianza, l’ambiente, l’immigrazione, l’edilizia, la scuola, il lavoro, l’alcol e le droghe, la sessualità, la religione. E’ tutto potentemente distorto, volgarmente contraffatto da far venire il vomito. Poi ci potremmo dire molte cose, autogiustificarci, perdonarci o defilarci nelle responsabilità.

Ma, a me, sbuca la rabbia dalle mani, mi viene da piangere di fronte all’enormità della deviazione che abbiamo intrapreso, come umanità, dal senso dell’esistere su questo pianeta. Se chiudo gli occhi e ripenso ai passati nascosti, a quelli non divulgati, alla bellezza estetica di certe vite lontane…

…l’unico desiderio che prende forma, è quello di ritirarsi, di astenersi. L’unica protesta che mi viene davvero in mente è quella di disertare questa umanità, per amore. Per amore della stessa. Nel frattempo sono ancora qui, a fare. E pur sapendo che anche altri, mi sento solo, ché siamo troppo pochi.

Giulio

Lamento verde

Cosa sono i tuoi occhi.

Come palpebre di salice

gettate a terra,

come la rabbia

che ti sbuca dalle mani,

che lo strozzeresti

se solo tornasse

se solo capisse

se solo potesse…

ma niente.

Giulio

Prendi un altro

Un fatto, m’han detto, ma dai, che roba, è successo, un dolore, che vuoi, chissà dentro, mi spiace, e dire, tu pensa.

Ti spiace?
Mi spiace, certo, mi spiace.
Sollevata, però, sospiro: “A me, a noi, non capiterà”.

Poi, il nome.
Mia figlia, mia madre, io.

La disgrazia, di colpo, tragedia.
E guarda quanti, lì a guardare!

Ah, perché proprio io?
Se solo un altro, un altro qualsiasi!

Sarebbe diverso?
Sì, sarebbe diverso.
Per me, sarebbe meglio.

Arianna

Il vulcano Puyahuè

Il vulcano Puyahuè

Acquerello di Niccolò Da Ronco

Il vizio della lamentela

“Con tutte ‘ste tasse, dovrebbero garantirci i servizi della Norvegia! E invece… lasciamo perdere, guarda, e ringraziamo di avere ancora un lavoro”
“La nostra cooperativa per ora regge, ma secondo me il colpo di grazia, che affosserà anche noi, deve ancora arrivare”
“Sai, avevo anche pensato a un figlio… ma poi mi son sentito in colpa. In che razza di società lo faccio vivere?”
“Dalla prima elementare in poi, è uno smantellamento continuo della voglia di fare, dell’entusiasmo di imparare. A mia figlia piaceva andare a scuola; adesso invece non vede l’ora che arrivino le vacanze”
“Guardo i miei ragazzi e penso… ‘aiuto!’. Loro sono tutti baldanzosi ‘mi iscrivo lì, così poi…’, ‘mi iscrivo là e ho la strada spianata’. Ma quale strada spianata! Se mi chiedessero un consiglio non saprei proprio cosa dire, tutte le porte mi sembrano chiuse. E la cosa più grave è che non abbiamo ancora toccato il fondo: le cose possono soltanto peggiorare”

La serata più allegra, finisce immancabilmente su discorsi tristi, scoraggiati, di chi sta peggio di prima, e teme che in futuro rimpiangerà il presente, che pur non sembra roseo. Il vizio della lamentela è contagioso, basta che una persona cominci, e subito un’altra le fa eco, poi un’altra, e un’altra ancora. Certo: le ragioni non mancano. Che fare, dunque? Siamo destinati a lamentare le nostre disgrazie, arrabbiati e impotenti?

Arianna

La rabbia dei poveri

Ottocento 
Novecento 
Millecinquecento scatole d’argento 
fine Settecento ti regalerò.

Se ne sta lì, con lo sguardo basso, e dice “sono incazzato, sai” con un accento così lontano, così clandestino, così… pieno di rabbia. Si arrabbia. La sua vita è una miseria. Dentro la galera è una miseria, fuori una miseria, al punto che quasi ti vien voglia di andare a chiedere di tornarci dentro e di scontare quel che manca subito, senza aspettare. Tornare a casa non è possibile, “troppe persone a cui spiegare che non ce l’ho fatta”, prima bisogna mettere da parte un po’ di soldi. “Voglio indietro i contributi, ho lavorato dieci anni regolare e prima di andare voglio indietro i contributi che ho versato”. Non me lo dici, ma so che spacci. “Ma poi, non so, c’è qualcosa nella mia testa… che non funziona. I medici non lo capiscono, quando mi prendono i pensieri ho voglia di far male alla gente o di suicidarmi.” Sorride, con il sorriso della verità. Vero e amaro. E ancora vero.

Figlio figlio 
unico sbaglio 
annegato come un coniglio 
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio. 

“E’ possibile, tuttavia, è già successo, che una persona sappia una cosa che nessun altro sulla Terra sa.” Quando dice quella cosa, tutti gli danno del pazzo, ma lui sa che è così, è proprio così e non ci sono ragioni. Non ci sono nemmeno persone. “Persone? Quali persone? Mi ricordo, delle persone nel vecchio mondo, quando tutto era luce, quando esistevo. Non come adesso, che sono morto, e che le persone non esistono, sono dei fantocci, simili ai vecchi loro stessi, eppure diversi per i piccoli particolari… tu ad esempio: tu eri simile. Ma un po’ diverso, parlavi in modo più pacato. Quando sogno, sogno del vecchio mondo. Ma qui tutto è falso, tutto è morto, nessuno mi è davvero vicino.” Ti abbraccio e ti bacio sulla fronte. Avrei voglia di piangere, di scrollarti di dosso la malattia, di farti tornare a sentire ciò che non ha mai smesso di esistere. “Non sei male, come fantoccio del vecchio te stesso. Sei più dolce però.” Fai una smorfia, amara, come di chi sa come vanno le cose.

Und einige krapfen 
frùer vor schlafen 
und erwachen mit walzer 
und Alka-Seltzer fùr 
dimenticar.

Mettere l’apparecchio acustico a diciotto anni non è facile. “Mi fa male alle orecchie e in più sai che c’è? Ci sento peggio di una volta. Con l’apparecchio sto perdendo quel poco di udito che mi rimane. Forse quel medico bravo, quello specialista trova una cura. Forse, lo spero.” L’apparecchio con la pila nuova fischia come un fischio di un fischietto, ma piano. Forte solo nell’orecchio. “Mi fa venire il mal di testa e al lavoro mi da fastidio: in fabbrica sento ogni cigolio, ogni scricchiolio di ogni macchinario.” Mentre parliamo, mi leggi il labiale, a compensare con la vista quello che la tua vita (acerba e minuta) ti ha tolto. Battere la testa e perdere le orecchie, per un po’ di velocità sulla neve. Poi ti decidi e da un cofanetto estrai due fagiolini di plastica, praticamente non si vedono. “Gabriele” bisbiglio quasi senza voce. Alzi gli occhi e mi guardi. Ora mi senti davvero.

Quanti pezzi di ricambio 
quante meraviglie 
quanti articoli di scambio 
quante belle figlie da sposar.

Le storie dei poveri, mi fanno rabbia. Rabbia. RABBIA. Gli ultimi saranno i primi, eppure mentre raggiungono il podio vengono calpestati e ricalpestati dai passi di tutti i penultimi, i terzultimi, i quartultimi, i quintultimi, i sestultimi, i settultimi, gli ottultimi, fino a quando non so più come si dice. Passati al setaccio e svuotati della forza di vivere e di provarci. Tutto questo mi fa rabbia, soprattutto quando succede proprio qui, dietro l’angolo di casa, dove tutti vedono e non vorrebbero vedere e quindi non vedono. Va tutto bene. Eppure.

Le uniche parole che sento davvero reali sono “rabbia” ed “eppure”.

Cantami di questo tempo 
l’astio e il malcontento 
di chi è sottovento 
e non vuol sentir l’odore 
di questo motor 
che ci porta avanti 
quasi tutti quanti 
maschi , femmine e cantanti 
su un tappeto di contanti 
nel cielo blu.


Citazioni da “Ottocento” di De Andrè.

Giulio

nell’urlo, la rabbia

sasso nel dirupo
e s’avvia, frana,
slavina di nervi,
indomabile tigre,
bestia da schiaffi,
ti vedo ti sento
seme dell’odio,
che mi consoli,
mi accompagni,
mi difendi
violento;
rabbia:
vecchia amica
ti rincontro,
inconscia,
strega,
e sotto il velo,
lentamente,
dopo tanta fatica,
scorgo il tuo volto:
…e nell’urlo
riconosco me stesso.

Giacomo

translation:

rock in a gorge
it begins, landslide,
avalanche of nerves,
untamed tiger,
beast made to be slapped,
I see you I feel you
seed of hatred
you that consul me,
you that accompany me,
you that defend me
violent;
anger:
old friend
we meet again
unconscious,
witch,
and under the veil,
slowly,
after so much effort,
I see your face:
…and in the shriek
I recognize myself.

Giacomo