Memorie di un pellegrino

Eravamo noi fedelissimi riuniti per un’esperienza unica del suo genere. Ritrovarsi con loro ogni volta è come se fosse la prima. Sono diventati come fratelli per me, persone verso cui nutro un’enorme stima e affetto.
Eravamo tutti allegri ed emozionati come bambini. Ero contento anche di aver lasciato dietro le spalle le mie aspettative e questo, ero convinto, mi avrebbe giovato permettendomi di vivere libero e disposto la Pratica nella sua essenzialità.
Smontato da cavallo mi ritrovai subito immerso nella natura. La voce del torrente poco lontano cantava decisa la sua melodia, mentre lo splendore delle stelle emetteva una tenue luce diffusa che ci lasciava intravedere forme e ombre nell’oscurità. Mi sentivo abbracciato dall’atmosfera silente che regnava in quel posto selvaggio. Camminammo in fila indiana lungo un sentiero che costeggiava la foresta e seguiva l’andamento del torrente avvolti nel nostro mantello scuro. Saremmo giunti a breve alla cascata. Io ero l’ultimo e chiudevo la fila del gruppo.
Mentre muovevo i miei passi feci finta di essere sospeso nell’aria, a qualche metro da terra sopra la mia testa, osservando dall’alto il mio corpo indaffarato che camminava sottostante. Questo lavoro di immaginazione è chiamato “terzosservazione” proprio perché si finge di osservarsi dall’esterno, dal punto di vista di una ipotetica terza persona. E’ molto utile riuscire a cambiare prospettiva perché permette di notare cose che altrimenti passerebbero inosservate, soprattutto di noi stessi, come una postura scorretta, movimenti goffi o meccanici, inutili, superflui. Dall’osservazione dei movimenti e della postura possiamo risalire anche al nostro carattere, al nostro stato interno, alle nostre emozioni e quindi renderci conto di stati d’animo interni di cui non eravamo pienamente consapevoli.
Arrivati alla cascata il rombo dell’acqua faceva vibrare l’aria e i nostri spiriti. Un rumore costante cominciava a prendere spazio nella mia mente lasciandone sempre meno ai miei pensieri. Ci inerpicammo su per un sentiero che portava direttamente ai piedi della grande cascata che si stagliava altissima davanti a noi. Ho ancora oggi l’immagine vivida davanti agli occhi di quella enorme colonna d’acqua in caduta, della tenue luce che l’illuminava rendendola, nella sua veloce caduta, bianchissima. Le nostre fiaccole emanavano fasci di luce nell’aria permettendo di vedere chiaramente come  piccolissime gocce d’acqua danzassero nell’aria mosse dal vento leggero che spirava da Est.
In silenzio ci sedemmo a cerchio per la meditazione mentre due di noi armati avrebbero fatto la guardia al gruppo. Avevamo adottato quelle misure di prudenza perché poche settimane prima era stato avvistato un gruppo di mercenari aggirarsi nella zona, e non volevamo essere colti impreparati. Dopo essermi seduto e sistemato per il freddo e per l’umidità con opportuni mantelli sulle spalle e sulle ginocchia, chiusi gli occhi e mi lasciai andare, come trasportato da una musica dolcissima finché lentamente mi persi in quel silenzio interno che si era generato. Il frastuono dell’acqua infatti si muoveva come una spazzola nella mia mente pulendola e svuotandola dai miei pensieri, dalle mie preoccupazioni. Mi unii così al rombo della cascata e diventai suono, poi diventai cascata stessa perdendo quasi la percezione del mio stesso corpo. Il tempo si era in qualche modo deformato perché lo scorrere dei minuti fu molto più veloce di altre meditazioni che sostenni precedentemente.
Finita la Pratica la mia mente era sgombra, candida, trasparente. Un profondo benessere mi aveva improvvisamente invaso, il mio respiro era lento, calmo e profondo. Non avevo pensieri, semplicemente osservavo ciò che mi circondava in una pace interiore davvero intensa. In silenzio ritornammo ai cavalli.
Non chiusi gli occhi fino all’alba e rimasi con gli altri miei fratelli a chiacchierare concitato su un tavolo all’aperto di una delle locande del posto…

Demetrio

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L’innamoramento di Sofia -1-

Sofia sale le scale con qualche pensiero. Non è sicura della sua scelta di iniziare una nuova scuola di chitarra. E’ molto timida e forse non se la sente di inoltrarsi in un nuovo ambiente, e di rapportarsi con nuove persone. Chissà se è all’altezza della situazione, si chiede. Se imparerà qualcosa o se gli altri progrediranno senza di lei. Qualche pensiero, insomma, e al contempo la bella sensazione di cominciare una nuova attività. Giunta al primo piano, conosce due ragazze che si trovano lì per lo stesso motivo. Si scambiano due parole in attesa dell’arrivo del maestro e degli altri compagni. Sembrano simpatiche e qualcosa si scioglie in lei, è più serena. L’atmosfera si fa tranquilla. Mentre osserva le due, in un istante senza tempo, si sente “chiamata” a voltarsi. Nessun suono, solo una forte sensazione, una sorta di calamita invisibile. E gira il capo. Incontra uno sguardo. Uno sguardo familiare, laggiù, in fondo alle scale. Tutto sembra fermarsi. Non sa più per quale motivo sia lì. Viene completamente assorbita da quegli occhi dolci che ha la sensazione di conoscere molto, molto bene…
Anche lui sale le scale. Saluta e si presenta sorridendo. Passano pochi istanti e il ragazzo prende la chitarra di Sofia che era appoggiata sulla sua gamba. Lei percepisce il gesto come un assoluto di intimità e mentre lui giochicchia con lo strumento senza dire una parola, lei fa l’amore con lui, osservando con la coda dell’occhio quei piccoli movimenti, lasciandolo fare, rimanendo anche lei in silenzio. Come un temporale di passione nascosto dai veli del mondo, prende vita un’intesa potente e segreta tra i due. In sottofondo una chiacchierata ineffabile colora lo stato superficiale delle cose. Sofia non è certa di quel che sta accadendo, eppure, qualcosa di denso, ma di invisibile, le impedisce di razionalizzare la situazione, come se fosse immersa in una fede profonda, dettata dall’intuizione e dal cuore. “Fa il corso con me, fa il corso con me” pensa e arrossisce, sorridendo allo spazio. Lui prende a parlare con le altre due, girandosi verso Sofia solo per rivolgerle uno sguardo, uno sguardo serio, immobile, ed inspiegabilmente la magia diviene un solido nel cuore dell’innamorata…

Raji

Bellissima, in treno o chissà come

Quel giorno il signor F. venne a sapere che lei sarebbe arrivata in città l’indomani. In un primo momento rimase folgorato nello scoprire che quella donna, assoluta celebrità, stava arrivando esclusivamente per incontrarlo. Per incontrare lui!
– Sicuramente verrà a trovarmi qui a casa – pensò F. – devo mettere tutto in ordine, preparare ogni cosa. – Pensò di iniziare dalle faccende domestiche, si spostò in poltrona e chiese alla donna di servizio di cambiare le lenzuola, di metterne di nuove e profumate. Di cambiare le federe anche e di preparare un mazzo di rose rosse, fresche e belle, in onore di lei. La signora C., pallida per l’emozione, non disse nulla e corse via, verso i propri mestieri. Voleva molto bene al signor F., erano vent’anni che ogni giorno si occupava della casa. Spolverava le fotografie, catalogava le carte, preparava il pranzo e le pareva di metter ordine alla sua vita e dopo dieci lunghi anni si accorse di esserne innamorata. Per altri dieci non disse nulla, lo amò in silenzio ed ecco che oggi il signor F. le faceva preparare delle rose per quell’altra, che sarebbe arrivata così d’improvviso, il giorno seguente. Non era giusto, pensò. Avrebbe voluto svuotare la chiusa dei propri sentimenti strozzati, come una diga rotta di rabbia e d’amore ed invece rimase ancora in silenzio. Preparò le rose, trattenendo a stento le lacrime. Il signor F. da parte sua aveva altro a cui pensare. Scrisse al figlio ormai adulto; non poteva chiamarlo dato che si era trasferito in Olanda per lavoro. Gli descrisse la noia dei giorni precedenti e di come ora fosse tutto così diverso, come il cuore avesse ripreso a battergli a mille per l’emozione e l’attesa di lei, quella affascinante bellezza. Anche se era vecchio, il torace ritmava i colpi come fosse un quindicenne innamorato, che una tale occasione non se l’aspettava, proprio non ci aveva pensato mai, nemmeno negli ultimi anni. Riordinò i propri scritti ed infilò alcuni volumi al loro posto nella libreria. Si chiese perché avesse utilizzato tutto quel tempo per leggere o scrivere. Utilizzato o sprecato, questo non sapeva più dirlo adesso. Poco sapeva dire in quel momento e iniziò a ritenere che tutto il detto prima fosse stato quasi superfluo, che lei arrivava, bellissima, in treno o chissà come e che lui non era pronto o aveva comunque dovuto affrettare i preparativi. Rimase in silenzio sulla poltrona, per ore. Poi con estrema fatica si alzò, ma di fame non ne aveva. Appoggiato al girello, come un neonato vecchissimo, si trascinò in camera, vide le rose e le lenzuola pulite e ne fu felice. Sul cuscino una lettera, la calligrafia quella della signora C. Lesse la parola amore, la parola fedeltà ed anche silenzio, paura e poi in fondo dire tutto, dire tutto e poi addio, amore. Il signor F. pensò che le donne, non le aveva mai capite. Buttò la lettera sul comodino. Quindi si distese e fece per dormire. Poco dopo mezzanotte sentì il suono del campanello, nitido e chiaro e poi un vortice di vento venire su e su per la tromba delle scale, infilarsi come un fumo sotto la porta d’ingresso e venire dentro, aleggiare nell’atrio e poi lì, nella stanza. Aveva occhi di tenebra e labbra di porpora. Era la morte. Non che ci fosse davvero, ma era lì e lui lo sapeva. Inspirò, espirò e non capì. Il signor F. morì infatti, subito prima di capire.

Giulio

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (7 di 7)

Provò a premere gli antitraghi con gli indici, per tapparsi le orecchie, ma già i profumi lo assalivano, e li riconosceva tutti, tutti insieme eppure uno ad uno. Conosceva i loro nomi. Al fine si arrese, adagiò le mani sulle cosce e riaprì gli occhi nell’ultimo chiarore del giorno, mentre da dietro al cielo comparivano le stelle e il bagliore della luna non ancora sorta. La temperatura scese un poco, ma lui ebbe caldo, si tolse la giacca e rimase nel biancore della camicia indossata, sotto il biancore della notte, fino a quando verso le quattro del mattino, seduto ancora su quella panchina, iniziò a piovere. Bevve ogni istante di quella notte come un bicchiere di vino perfetto, gustandone le sfumature e l’armonia d’insieme, e con la pioggia iniziò, anch’egli a piangere a dirotto, come se tutta le immagini che si erano stratificate in quella giornata, dalla letizia mattutina al maremoto emotivo della sera, si rimescolassero, sottosopra, nel baule ricolmo di tesori dei suoi ricordi. Con le ultime forze che gli rimanevano, prima di essere sopraffatto, riaprì la raccolta di poesie ormai fradice e lesse, Ed è subito sera, queste parole solamente. Si sentì solo, si sentì sul cuore della terra e si sentì trafitto dal primo raggio di sole del mattino, ed anche se, diamine, era l’alba, in quel momento preciso tramontarono le sue facoltà mentali, il cuore prese il sopravvento e piangendo commosso si liberò da tutte le paure, da tutte le astrazioni, da tutti i limiti della mente umana. Si alzò in piedi, ma non era più lo stesso: se ne andava, mezzo storto, con le gambe un poco piegate, facendo attenzione ad ogni passo, storcendo i piedi verso l‘esterno in una innaturale rotazione della caviglia. Aveva le braccia proiettate in avanti ed in quella chiara mattinata di primavera le mani si erano trasformate in scandagli, simili alle antenne delle formiche. Sul volto del dottor Bazzoli albeggiava un sorriso a ventotto denti, quelli del giudizio soltanto mancavano all’appello: li aveva definitivamente persi durante la notte.

…the End.

Giulio

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (6 di 7)

Nel parapiglia generale, mentre alcuni ragazzi ridacchiavano, si picchiettavano le meningi con il dito indice, altri ancora stavano immobili ed i loro volti disegnavano un enorme punto interrogativo, che non avrebbe avuto risposta. Il dottore, così amava farsi chiamare, si alzò di scatto, come spinto da una molla posizionata sotto le natiche e a grandi falcate uscì dall’aula, poi dalla scuola e vagò, vagò per le vie euforico, emozionato, osservando gli uomini e le donne in strada, chiedendosi cosa diavolo gli stesse capitando, ma senza paura, come se il mondo avesse deciso naturalmente di svelargli il nuovo ed egli lo accogliesse senza riserve o dubbi. Stette per ore in un parco cittadino, sorridendo e guardando fiori ed alberi, come un bambino osservava i bambini, poi seduto su una panchina apriva la borsa di pelle scura, ne estraeva di tanto in tanto il libro di poesie, leggendo qualche verso. Dentro il suo cuore si apriva a mondi nuovi, sentiva, percepiva la fine del suo eterno inverno interiore e l’inizio di una fase nuova, senza possibilità di errore. Poteva percepire intensità emotive tali che il temette che il suo fragile petto avvizzito potesse spezzarsi nella pienezza di quella realtà; rischiò di perire di crepacuore così come un assetato nel deserto rischia di morire non di sete, ma d’acqua, nel berne in grande quantità dopo una lunga astinenza. In questo stato il dottore giunse al tramonto, ancora nel parco, e quando si sentì davvero sommerso da ciò che vedeva chiuse repentinamente gli occhi ed allora furono i suoni che lo invasero, ogni rumore anche impercettibile tuonava nelle sue orecchie come il rombo di un aereo, lo spezzarsi di un ramo, il rimbalzare di un pallone.

…to be continued.

Giulio

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (5 di 7)

Uscì di casa leggero ed in strada si sentì libero, al punto che accennò un breve passo di danza, prima di ricordarsi il suo nome ed il suo ruolo di professore, che gli fecero riprendere la cadenzata camminata canonica, lasciando però trasparire una eleganza nuova. Guardò in alto ad osservare il cielo e camminò un poco con il collo reclinato all’indietro, come fosse ad un passo dal perdere l’equilibrio e cadere a terra. Vedeva in quell’azzurro una strana solidità, come una presenza materiale più pronunciata. Alcune nuvole che si stavano allontanando all’orizzonte gli parvero di un biancore brillante, nuovo, ne osservò le forme con rinnovato entusiasmo come fossero statue itineranti immense che a breve sarebbero sparite dalla vista, forse cadendo a terra, forse disperdendosi in vapore: andavano osservate nei dettagli e nell’insieme, prima che mutassero per sempre. Forse per il bel sole che incideva a terra ombre nette, la realtà tutta gli parve più ricca. Mi sembra quasi di poter distinguere i mattoni con cui è costruita la realtà, pensò per un attimo e poi, Che sciocchezza!, ma sorrise. Si gettò in libreria una decina di minuti prima del lavoro e, tamburellando un ritmo sconosciuto con indice e medio sulla coscia, si diresse verso i libri di poesia. Ecco, sfilò dalla mensola una raccolta di poesie di Quasimodo, pagò di fretta e letteralmente corse al lavoro. Si stupirono gli studenti, nel vederlo arrivare in ritardo e trafelato, alcuni minuti dopo i ritardatari. Ma non disse nulla, si sedette e per un attimo ebbe intenzione di riprendere il filo delle proprie lezioni. Non era dell’umore per le interrogazioni o forse non era dell’umore per insegnare la filosofia. Nella borsa, come incandescente, vibrava quella raccolta di poesie, la sfilò dall’interno senza dire nulla e lesse. Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole. Si fermò, sorrise. Non era ancora sera dopotutto, non era il caso di continuare. Lo prese però una gioia strana, guardò verso gli studenti attoniti che scomposti si giravano in avanti ed indietro verso i compagni, gettavano a lui una occhiata fugace nel bisbigliato silenzio che era calato a seguito di quell’azione senza significato apparente, temendo fosse un tranello, un altro tentativo di inserire un segno positivo o negativo vicino al nome di qualcuno. Il dottor Bazzoli, vedendoli così impacciati, scoppiò in una risata sonora, e la sua voce greve risuonò e rimbalzò tra le pareti della piccola aula al secondo piano dell’edificio. Scusate, disse, oggi è un giorno differente, ogni minuto scorre come nuovo, vive di una nuova luce. Mi rivolgo a voi come non avrei pensato. Ma adesso, arrivederci. E così detto stette in silenzio.

…to be continued.

Giulio

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (4 di 7)

E’ dal mattino che precedette il giorno della sua apparente follia che seguiremo i suoi passi, che poco a poco entreremo nelle sue ragioni, conoscendo già lo svolgersi dei fatti futuri. Questo anziano signore sulla sessantina si svegliò con una strana sensazione, come una allegrezza in corpo che non gli capitava da anni e forse non gli era mai capitata. Aprì la finestra della sua camera, spalancò gli scuri ed il sole di maggio gi accarezzò il volto, gentile. Sentiva i suoi pensieri come slegati, come se, poco a poco durante le prime azioni del mattino,  a quei soliti puntini di sospensione si sostituissero aggettivi, incisi e subordinate d’ogni tipo, come se il filo logico dei suoi pensieri stesse diventando d’un tratto, accade proprio ora sotto i nostri occhi invisibili, fluido snello ed agile, come quello di un Socrate ventenne. Durante la colazione insieme alle parole vennero a galla emozioni nuove, mai provate o almeno dimenticate. Sentiva una gioia cristallina crescere nel petto smagrito dalla sua vita solitaria. Conosceva le parole per descrivere quelle emozioni, eccole lì, già servite sul piatto della sua mente nel giro di qualche secondo e conoscendo le parole poteva discernere poco a poco sentimenti via via più raffinati, come filtrati da un lessico più completo. La tristezza non era malinconia, la malinconia non era sofferenza, v’era più poesia. La poesia che non aveva amato mai in tutta una vita gli parve degna di pregio. Senza riferimenti in particolare, la poesia tutta, tutti i poeti nel loro sforzo sovraumano di ricondurre in parole le sfumature dei mondi visibili e invisibili che albergano dentro i confini di ciò che definiamo per semplicità essere umano. Mosse qualche passo fino allo studio, dove tra gli scaffali, i manuali, i commenti alle opere dei grandi filosofi, cercò un libricino di quel poeta italiano, di cui gli sfuggiva il nome. Non lo trovò. Fa niente, pensò, farò un salto in libreria a comperare un nuovo compagno a tutto questo spremersi di meningi che ho accumulato qui.

…to be continued.

Giulio

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (3 di 7)

Come ogni mattina il dottor Bazzoli, nel giorno che precedette quello della sua follia apparente, si vestì di tutto punto, camicia e giacca scura, per dirigersi al lavoro. Insegnava la materia più delicata ed al contempo difficile del mondo, quella capace di prendere un sedicenne e farlo sprofondare in un depresso disagio esistenziale ed al contempo annoiare tutti i suoi compagni di banco lì attorno: la filosofia. Era un insegnante rigoroso, amava definirsi hegeliano e, a detta di qualcuno dei suoi alunni più maldicenti, amava considerare il suo mai appagato bisogno di smembrare ogni problema, razionalizzarlo ed incasellarlo, un naturale effetto della triplice ripartizione in tesi antitesi e sintesi così come fu definita dal grande filosofo. In effetti il suo metodo era ossessivamente minuzioso: per scelta aveva eliminato le valutazioni classiche eccessivamente grossolane, con la numerazione da zero a dieci, dall’inferno all’eccellenza, per sostituirle con un complesso sistema di segni positivi e negativi che ad ogni impressione, durante le interrogazioni, annotava su un suo certo quadernetto. Quindi, contando il numero di più e meno presenti vicino ad ogni nome, mediante qualche algoritmo ancora sconosciuto alla matematica moderna calcolava alla fine del quadrimestre le votazioni degli studenti, piegando all’ultimo la testa ai convenzionali numeri. Amava ritenersi acuto, acuto al punto da escogitare tutta una serie di trabocchetti per mettere nel sacco gli studenti impreparati durante le interrogazioni, domande subdole e poste in un linguaggio accademico dei tempi in cui aveva studiato, a cui gli interrogati balbettavano qualche magra risposta senza senso. Durante le spiegazioni, soppesava ogni parola con razionale inquadramento all’interno della frase, con attenzione alla sintassi, prendendosi delle pause silenziose e meditabonde tra una parola e l’altra, come una infinita serie di puntini di sospensione, mai stanchi di uscire in fila indiana dalla sua pensierosa testa fumante di filosofo a scuola. Ogni tanto, con una certa ironia che gustava da solo in una classe di ragazzi sonnacchiosi, nel bel mezzo di una spiegazione su Parmenide esclamava, Le finestre sono aperte, possiamo dirlo!, per poi dire una parolaccia qualsiasi, che nella sua mente contorta ma precisa vedeva passare tra le file di banchi di compensato, aleggiare ed indugiare un poco nell’aria per poi uscire libera rapita dal vento primaverile. Il dottor Bazzoli insomma era un uomo particolare, ma la sua particolarità, oltre ad essere un po’ noiosa per quegli studenti sfaccendati, non era poi di danno a nessuno, se non forse a quei pochi alunni che, se avessero avuto un oratore meno preciso e più vispo, avrebbero amato la filosofia come si ama una donna fascinosa e piena di mistero.

…to be continued.

Giulio

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (2 di 7)

Questi cavalli avevano dei sacchi, legati con qualche laccio misterioso alle natiche, a raccogliere le erbacee feci puzzolenti e così trainavano il calesse, peso della proprio sterco e turisti compreso. D’altra parte, se ci è permessa una riflessione, quella era una città di grande cultura e pregio artistico e l’uomo ama i cavalli ed i giri in calesse solo fino a quando non gli insozzano il selciato, fino a quando la civiltà non perde la sua pudica e morale rispettabilità. Le feci, per quanto siano per ognuno una realtà quotidiana, rimangono per tutti sgradevoli e private. Ecco un calesse con a bordo una intera famiglia, a giudicare dai berretti e dalle macchine fotografiche provenienti dall’Asia lontana o da un altro pianeta, che si fermò di colpo, proprio a pochi metri dal nostro eroe che, non dimentichiamolo, se ne andava per le vie della sua città fuori di senno. I cavalli affaticati battevano la fiacca ed il cocchiere li incitava com’è solito avvenga nelle città d’arte, con un frustino ed una valanga di improperi d’ogni genere. Uno dei cavalli in particolare, quello di destra, sembrava non volersi muovere di un solo passo ed il cocchiere nuovamente a convincerlo ad insulti e frustate. Il dottor Bazzoli per un istante guardò stupito la scena, come stupido ma soltanto stupito, per poi andare incontro alla bestia con i suoi premurosi passi storti, con gli occhi pieni di lacrime e quel sorriso stravagante. Il cavallo nitriva di dolore ed ecco che egli si avvicinò fino a sentire l’odore del pelo bagnato, allungò con calma le braccia e, sempre masticando l’aria con le mani, strinse il collo dell’animale in un lungo, tenero, amorevole, dolce e compassionevole abbraccio. Se lo strinse a sé come in gioventù aveva stretto qualche ragazza per cui aveva perso la testa, con affetto ed intimità. Appoggiò poi la guancia al pelo marrone e bianco e scoppiò poi in un pianto nuovo, questa volta smodato e rumoroso, come un lamento carico di sofferenza. Gli asiatici stupiti fecero decine di fotografie. Fotografarono quello sconosciuto abbracciato al cavallo, fotografarono i passanti che finalmente si decisero ad afferrare il dottore, strappandolo dal collo del nuovo inseparabile compagno, fotografarono gli uomini in bianco giunti dopo alcuni minuti sul posto e con gli ultimi scatti rubarono un ricordo di quando l’uomo ormai legato ad una barella veniva portato via su una piccola ambulanza. Pare che in queste foto, sullo sfondo, si notasse un importante monumento cittadino, a cui la famiglia non fece stranamente caso riguardando a posteriori quelle foto del viaggio in Italia. Misteri del turismo che a noi cittadini ordinari non è dato di comprendere. Nel frattempo il dottor Bazzoli era stato portato al più vicino ospedale psichiatrico per degli accertamenti ed ulteriori esami. Anche immobile sul lettino, il sorriso stravagante rimaneva dipinto sul suo volto, così come le lacrime continuavano senza pausa a comparire agli angoli degli occhi, come se qualcuno dall’interno stesse spremendo i bulbi come limoni maturi. Quel che accadde in seguito non è dato di sapere.

…to be continued.

Giulio

Le mirabili scoperte di cuore del dottor Bazzoli (1 di 7)

Pazzo. Pazzo, dicevano già le voci malevole mentre passava. Quel giorno effettivamente il dottor Bazzoli non appariva, almeno agli occhi dei suoi concittadini, nella sua veste migliore. Se ne andava, mezzo storto, con le gambe un poco piegate, facendo attenzione ad ogni passo, storcendo i piedi verso l‘esterno in una innaturale rotazione della caviglia. Aveva le braccia proiettate in avanti ed in quella tarda mattinata di primavera le mani si erano trasformate in scandagli, simili alle antenne delle formiche. Ogni tanto ne richiudeva una, la portava vicino al volto e la riapriva lentamente, con cura e premura. La osservava con estrema attenzione, con dedizione completa, mentre le dita si schiudevano una ad una: prima il pollice si separava dalle altre quattro, poi l’indice ed il medio, aprendo piano il palmo fino a distenderlo completamente. Il sole batteva sulla sua pelle anziana ed il dottor Bazzoli se ne stava lì, in un mondo tutto suo, ad osservare l’aria afferrata di recente, come se avesse un significato tutto nuovo e degno d’interesse. Chi tra i presenti provò ad avvicinarlo, a pochi passi dalla meta rinunciò all’intento, notando l’espressione del suo volto gioiosa, notando il grande sorriso che si allargava conquistando lo spazio dove prima v’erano, quasi sempre immobili, le sue guancie sbiadite e glabre. Guardandolo negli occhi era chiaro ai più che qualcosa quel giorno s’era rotto nella testa del dottore e che non sarebbe stata sufficiente una ordinaria prescrizione medica per far rinsavire il poveretto: le pupille erano infatti estremamente dilatate, l’iride marrone era come caduta dentro quei buchi neri e ne rimaneva solamente una corona assottigliata, un cerchio castano che cingeva l’oscurità come un fossato. Dai condotti lacrimali sgorgava copioso un pianto che scendeva giù a goccioloni, a fiumi, inondando le guance e quella smorfia di sorriso tanto pronunciata, fino al mento ed ancora giù, per cozzare, irrimediabilmente assorbite, sulla camicia bianca che aveva indossato nella meccanicità del mattino del giorno precedente. La cittadina dove il dottor Bazzoli viveva era uno di quei gioielli  architettonici fioriti durante il rinascimento italiano e, oltre ai monumenti, alle chiese, agli affreschi ed ai musei, a testimoniarlo vi era soprattutto un grande flusso di turisti di ogni genere, trasportati comodamente, particolare nient’affatto trascurabile per gli eventi che sarebbero accaduti di lì a poco, su calessi trainati da stanchi cavalli, a cui, per il rispetto del cittadino decoro, era stato vietato il più naturale dei diritti, e cioè quello di alzare la coda e espletare le proprie necessità fisiologiche in santa pace.

…to be continued.

Giulio