Melina (parte II)

Parte Seconda

Erano le otto. La sveglia suonò, faceva il rumore di un picchio che becchetta la corteccia di una sequoia canadese (così le aveva detto la nonna Ba regalandogliela).

Melina si destò e prima ancora di aprire gli occhi sentì che c’era qualcosa di strano. “Molto stranissimissimo” pensò.

In genere al mattino si sentiva così così, invece quel giorno avvertiva tutta una energia dentro che la faceva stare bene.

Per andare al bagno passò davanti allo specchio e di sfuggita le parve di avere delle macchie sulla pelle.

“Ohibò” sobbalzò “non mi sarò mica presa il morbillo o la varicella?”
Ma questo pensiero di malattia contrastava col suo benessere (che pian pianino si diffondeva sempre più nel suo corpicino).

Alzò la tapparella e ritornò a guardarsi allo specchio.

“Mah… ma…mah ???”

Melina si stropicciò ben bene gli occhi un paio di volte, poi tornò alla finestra per fare ancora più luce.

“Melina ti sei svegliata? Fai tardi a scuola”, sentì sua mamma Bi che la chiamava, intenta a preparare la colazione.

Tornò davanti allo specchio.

“E’ proprio vero. Mannaggia!” pensò la bimba.

E le sue labbra si schiusero in un largo sorriso che lo specchio le restituì tutto intero.

Fine parte seconda

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Melina (parte I)

“La vita è una cosa così”   Clown Masino

Avvertenze per i lettori che hanno più di 10 anni di età (per i più piccoli non è necessario):

–          questa è una fiaba, dunque una storia assolutamente vera, non abbiate paura

–          in questa fiaba ci sono tanti colori, non abbiate paura

–          in questa fiaba succedono cose magiche, non abbiate paura.

–          Insomma, non abbiate paura

Bene, ora possiamo cominciare.

Parte prima

Melina era una bambina di 10 anni, con capelli neri lunghi lunghi ed un colorito della pelle che passava dal bianco marmoreo estivo ad una quasi trasparenza invernale. Alta un metro e una scatola di corn-flakes, portava sempre delle scarpette viola. Viveva in una cittadina in mezzo ad una pianura che non si capiva esattamente fin dove si spingesse, anche perchè spesso le giornate erano appannate da una nebbiolina sottile e tenace, la cittadina si chiamava Qua, ma noi per intenderci meglio la chiameremo Là.

I genitori di Melina (che per praticità chiameremo Bi e Bo) non erano severi (la sgridavano solo se la combinava veramente grossa e questo accadeva raramente) ma non erano neanche dei genitori modello (per esempio, non le raccontavano mai nessuna storia): erano dei genitori così così.

Se incontrate Bo, il padre, per strada lo riconoscete sicuramente perché è arancione, di quella tonalità che spesso hanno i trattori; Bi, invece, è  verde, verde lampione.

La famiglia si completava con Bu, il fratello minore, la cui occupazione principale era rotolare per la casa emettendo strani versi.

Anche Melina era una bambina così così, non si può dire che fosse triste, ma certo non era nemmeno felice. Quando le chiedevano come stava o come andava lei faceva quel segno con la mano rotandola prima in giù e poi in su per un po’ di volte e non c’era bisogno di molte parole.

Una sera Melina, il pigiamino grigiolino indosso, andò a dormire (erano le 22e30 come d’abitudine) e sognò.

Sognò uno strano personaggio vestito in frac, molto ma molto rotondetto.

“Sono il mago Baba”  le disse.

“Babbà?” fece la bimba che non aveva capito e subito le era venuta una golosa acquolina.

“No, Baba.”

“Ah, occhei, scusa”

Il Mago Baba roteò la sua bacchetta magica a forma di baguette e Melina fu catapultata in un congegno che sembrava molto simile a quei tunnel pieni di spazzoloni rotanti dove si lavano le automobili. Inizialmente si spaventò, poi fu tutto un piacevole solletico e uno strofinio e si lasciò cullare…

Melina si svegliò. Erano le 8.00 del mattino.

Fine parte prima

Gelosia morbosa

L’amava tantissimo.

E più l’amava, più aveva paura che lei gli scivolasse via, tra le dita, per sempre. Avrebbe fatto di tutto per lei, per proteggerla, per farla sorridere.
Sorridere…
Quel suo sorriso era così…
così…
…fantasticamente bello che…
No. Non poteva sorridere a qualcun altro. Non doveva! Quel sorriso voleva dire tante cose, che l’amava di ricambio, che gli voleva bene. Se avesse sorriso ad un’altra persona sarebbe stato un tradimento, avrebbe voluto dire che lei poteva essere felice anche senza di lui, e se poteva essere felice senza di lui voleva dire che lui non era poi necessario,  non era così speciale, voleva dire che poteva sostituirlo velocemente, all’esigenza, che l’amore tra loro stava già finendo, come una candela alla fine della sua altezza.
Non erano fatti l’uno per l’altra?
Era agitato.

Troppo l’amava per perderla, troppo l’amava per lasciarla andare, al primo colpo di vento, come una foglia in autunno che si stacca dall’albero.

L’aveva vista di sfuggita, un giorno in città, che rideva assieme ad una sua amica. Non gli aveva nemmeno detto che sarebbe uscita.  Perchè non gliel’aveva detto? Cosa doveva nascondere? Cosa stavano andando a fare? E perchè ridevano? Ridevano forse di lui che ignaro non sapeva come andavano veramente le cose, che lei già si vedeva di nascosto con qualcun altro?
Ci mise poco, tornato a casa, a scoprire la sua password di hotmail ed entrare nella sua casella di posta. Il mondo nascosto della sua ragazza era ora davanti ai suoi occhi. Ma non bastava. Dalla posta risalì a facebook e controllò anche là tutti i messaggi, tutti gli amici con cui aveva parlato, che persone fossero, cosa gli avevano scritto. La sera,  a casa di lei, il suo unico intento fu di metterla davanti a un film così  che lui di nascosto avrebbe avuto del tempo per controllarle i messaggi sul cellulare.
Doveva sapere.
Era un suo diritto.

Così viveva l’amore, giorno per giorno, teso, con la paura costante di perderlo.

Giacomo

Il bambino silenzioso (parte 1 di 2)

Si racconta che in un piccolo villaggio del Tibet viveva un bambino assia particolare. Il suo nome era Khyra, e per i primi anni della sua infanzia rimase rinchiuso in un silenzio perfetto.
All’interno della sua famiglia, che era molto numerosa, nessuno badava più di tanto a questa stranezza. I genitori dovevano provvedere a sbarcare il lunario, e si sa, in Tibet le risorse per gli uomini scarseggiano sempre.
Khyra amava andare alla piccola scuola del villaggio. Tutte le mattine si alzava alle prime luci del giorno, usciva dalla propria casetta, e fissava con i suoi grandi e profondi occhi marroni il sentiero dal quale risaliva la maestra. In silenzio.
Vi erano dei giorni, soprattuto durante il lungo inverno himalayiano, che la maestra rimaneva bloccata per le abbondanti nevicate. E allora copiose erano le lacrime che rigavano le guance paffutelle del bambino, che doveva mestamente tornarsene a casa e aiutare gli altri nelle faccende domestiche.
Khyra amava la scrittura così come la lettura. Era affascinato dai quei misteriosi segni che la maestra tracciava con elaganza su opachi rotoli di carta. Passava tutto il proprio tempo libero a decifrare i racconti che gli venivano assegnati da leggere, e a buttare giù dei pensierini. Erano tante infatti le ore che trascorreva chino sopra il proprio quaderno, perchè silenzioso com’era, non aveva molti amici. Anzi, non aveva proprio nessuno: le uniche relazioni con i suoi pari si svolgevano nell’ambiente scolastico.
Una sera, durante una delle feste che si svolgevano l’estate nel villaggio, il nostro Khyra, indifferente ai giochi che gli altri bambini facevano, indicò alla propria madre una scopa. Si trattava di una classica scopa che gli anziani costruivano con i peli di yak, legati assieme da un pezzo di cuoio. Naturalmente il manico mancava. In Tibet il legno è un bene raro, e chi c’è l’ha non lo utilizza certo per fare il manico a delle scope!
Il bambino continuava a gesticolare alla propria madre sempre con più insistenza. Tuttavia ogni suo sforzo risultava vano: il rumore della festa, le urla dei bambini e le voci delle persone rendevano le cose assai complicate. Ma Khyra voleva quella scopa a tutti i costi. I grandi occhi cercavano sua madre nella confusione della festa, e si incrociavano con gli sguardi dei bambini e degli anziani seduti vicino alle bancarelle.
Per un attimo si sentì soffocato da una spirale di fortissime emozioni che risalivano dal proprio cuore. E poi, all’improvviso, accadde qualcosa.
Dalla bocca del bambino uscì una voce netta e profonda, che per un istante emerse dal caos della festa: “Io voglio la scopa! Devo fare ordine!!!”

To be continued

Demetrio

Diciott’anni (parte 2 di 2)

E’ girata di spalle, le spalle che Ambrosi ha osservato per quasi tutta la serata. Guarda dentro al locale da una grande vetrata: gli invitati adesso ballano canzonette cretine; lei vorrebbe ballare, ma si vergogna. L’architetto vorrebbe ballare, ma non quei balli volgari. Anche lui si vergogna. Lei è proprio lì a due metri, forse è lì proprio per avvicinarsi quanto più possibile a lui, lui lo spera, ma non sa che fare. Perché lei avrà sì e no diciotto anni e poi lui non se la sente e non avrebbe senso. Eppure lei e lì, ma arriva un amico e quello parla parla parla e lui non ascolta affatto perché in quel momento tutto il suo mondo, il suo pensiero e le sue emozioni, sono uno slancio verso il corpo minuto della dama dei nodi, lì a due passi, irraggiungibile. L’amico sa di non essere ascoltato e Ambrosi se ne dispiace, ma non ha potuto fare altrimenti. Ecco, lei se ne va, rientra. L’architetto è triste che lei sia rientrata, ma è anche felice di non esserle andato incontro. Si allontana e camminando fuma una sigaretta. Guarda la luna piena che gli sembra un occhio argentato, un custode di luce spalancato sulla tenebra. Un tuono rimbomba in lontananza; pensa ad una poesia del Pascoli che recita mentalmente. Poi spegne la sigaretta, si stiracchia, ripensa alla dama dei nodi, a come quei suoi capelli annodati in lunghi dreads e poi raccolti in una coda siano un segno di eleganza assoluta. Ecco cos’è: eleganza assoluta nella fusione della propria natura ribelle con la compostezza del matrimonio. Ambrosi pensa che non ne può più di quelle donne della sua età, costruite su un modello prestampato, fatte di maschere di trucco e ostentata sciccheria. Fatte di muri, sbarramenti e difese. Poi ride di gusto. Ride di se stesso, delle proprie debolezze di uomo, delle proprie rabbie, ora che l’infatuazione è già passata. Di nuovo al tavolo un istante più tardi, lei scioglie la fascia che prima chiudeva quella coda intricata ed i lunghi capelli le scendono giù giù e coprono la schiena, scoperta dal vestito nero. La guarda, pensa che sarà una donna bellissima. Lei fa un gesto alla madre, lì presente. Sarà una donna bellissima. Quando decide di andare incrocia un’ultima volta il suo sguardo. Poi saluta lo sposo e la sposa. Prende la bomboniera, esce dal locale e cammina verso la macchina. L’architetto Ambrosi è felice, dopotutto.

The End.

Giulio

Diciott’anni (parte 1 di 2)

La dama dei nodi se ne sta a circa una decina di metri dall’architetto. Intorno ai grandi tavoli gli invitati sono seduti aspettando il secondo di pesce, chiacchierando. Di tanto in tanto, alzano i calici per un altro brindisi. Poco lontano stanno gli sposi, frastornati dalla confusione del matrimonio, al centro dell’attenzione di tutti, meno che di quella dell’architetto. Ambrosi infatti, quando la situazione lo consente, osserva la dama dei nodi. E’ piccolina, pensa, avrà diciotto anni! Ma non può fare a meno di guardarla. Osserva i suoi gesti, l’espressione del volto, le curve della schiena. Si chiede se sia un’infatuazione passeggera, ma poi si dimentica di questo e riprende a guardarla. Applaude al discorso della madre dello sposo, quando quella brucia tutta di passione per il figlio, ceduto ad un’altra donna più giovane e bella di lei. Mentre applaude però, pensa a quanto sia elegante il taglio del vestito nero di quella ragazza, con le spalline da cui la stoffa scende sulla schiena lasciando scoperte le scapole e ricongiungendosi a v poco più in basso ai gancetti del reggiseno. L’architetto si perde a pensare a quei gancetti, anche mentre gusta il secondo di pesce: rombo con una crosticina di mandorle e spaghetti di zucchine. Avrà diciott’anni, pensa. Ma poi pensa anche che non è che voglia fare l’amore con lei, non è che voglia sedurla o altro. Semplicemente la osserva; forse vorrebbe conoscerla, ma di questo non ne è sicuro. Vorrebbe conoscerla forse per capire se ha visto giusto, per capire se davvero il sorriso della dama dei nodi, come l’ha chiamata, sia un sorriso di cristallo, anche se immaturo. Ambrosi pensa che, dopotutto, tra loro c’è la stessa differenza di età che tra i suoi genitori. I suoi genitori, come coppia, hanno funzionato meglio di altre di età meno dissimili. Ed anche se avesse diciott’anni… ma poi che conta l’età, pensa. L’architetto si alza e raggiunge gli amici all’aperto, nel patio; i suoi sentimenti sono come le nubi. Dentro lo sposo è invischiato in un rituale goliardico, bendato cerca di riconoscere la sposa tra altre dieci donne annusando uno ad uno i piedi di quelle. La dama ancora dentro, osserva la scena. L’architetto la guarda da lontano, in piedi poco più in là. Il vestito ricade gonfio sopra le ginocchia e mostra le gambe esili, piccole gambe di ragazza. Ha delle scarpe bellissime. Le più umili di tutte le invitate o forse le più eleganti. Scarpe semplici, di pelle scura con un tacco basso. A punta, normali, pensa l’architetto, eppure gli piacciono quelle scarpe. Accidenti, mi sono infatuato di una ragazzina con i capelli aggrovigliati. Ogni tanto la dama dei nodi lo guarda, o almeno così a lui pare, non lo sa davvero, spera di sì, ma è impossibile e poi spera anche di no. Lei ogni tanto sorride, ma i suoi gesti sono complessi, rotti da certe insicurezze o forse altro, in profondo, dove Ambrosi non riesce a scorgere. Fuma una sigaretta. Si arrabbia con tutto. Si arrabbia con gli invitati e la loro ipocrita felicità, si arrabbia con il menù elaborato, pieno di aggettivi ridicoli, si arrabbia con la ricchezza di quel luogo, con il finto benessere, con la totale irrealtà di quella situazione. Capisce anche che tutte quelle rabbie bussano al suo cuore perché, come un bambino deluso, egli non può avere ciò che desidera. Tutto ciò che ruota intorno a lui ed alla dama dei nodi ostacola il loro rapporto silenzioso ed inespresso. Allora vorrebbe cancellare quegli ostacoli, andare da lei e chiederle come si chiama. La dama dei nodi esce, lascia le amiche e si mette sola, a circa due metri da lui.

…to be continued

Giulio

Sonata: (ri)cerca (di) un sogno.

Parte 1: Adagio sostenuto – Presto- Adagio. Tempo 1
Il mare respirava, la brezza portava verso terra la sua freschezza, dalla terra provenivano rumori semplici: cicale, grilli, gabbiani gracchiavano insieme. Le piante crescevano un po’ ovunque. I ruvidi scogli erano le casette di paguri e di piccoli, rossi anemoni. L’acqua era trasparente e mostrava il suo fondale. Triglie, muggini si rincorrevano. Ogni tanto si sentiva lo schiocco delle chele dei granchi che tentavano di afferrare la loro preda. Il mare continuava a mandare acqua alla riva frastagliata. La sabbia sembrava essere tanto assetata da non lasciare una sola goccia d’acqua su di essa. La salsedine si radicava nelle narici e dava quella sensazione marina che lì per lì sembra estranea ma che sa di intimo e che provoca piacere. La luce dell’alba si diffondeva sotto ogni pietruzza. Le nuvole, bianche, grigie, azzurrognole e rossastre sembravano alternarsi su, nel cielo.
Lui si avvicinava al mare piano piano, con calma. Ogni tanto si guardava intorno e non notava nulla fuori posto. Si accingeva a toccare il mare. L’acqua era accondiscendente e sembrava invitarlo al bagno. Egli non si tirava indietro e dopo essersi tolto ogni vestito si tuffava. La sua anima si disperdeva nel mare senza chiedere il suo permesso. Nuotava e nuotava, sempre più lontano dalla riva. La freschezza e il suono del mare erano dentro di lui. Il suo respiro e i suoi pensieri si annullavano all’interno dell’acqua. Questa si prendeva dolcemente cura di lui, senza pretendere qualcosa in cambio. Sempre più lontano vagava con il corpo. Lo spirito ormai non c’era più. Si immergeva e andava sotto l’acqua. Il cielo e la terra erano sopra e lontano a lui. Non c’erano più neanche quelli. Solo per riprendere fiato egli tornava su e come se quest’obbligo gli pesasse, subito preso egli si rimmergeva senza provare alcuna sofferenza.
Il vento andava e veniva. Il mare impassibile continuava la sua esistenza. La terra calda ospitava i suoi animali.
Alla fine, stanco e spronato sa che deve ritornare a terra. Prima torna in superficie, l’acqua gli rende libere le orecchie ed egli riprende a sentire: lo sbuffo del suo corpo che emerge, il suo respiro, il battito del suo cuore, le voci della terra, degli uccelli e degli insetti. Si avvicina, tocca terra e si mette a sedere su di uno scoglio, piatto e senza spigoli. L’acqua ancora gli arriva alle caviglie.
Ormai completamente asciutto, si riveste da capo a piedi e se ne va, felice della nuotata e stanco, come tutti coloro che provano un piacere intenso.

Parte 2: Andante.
Macchine che vanno e vengono, persone che parlano, persone che gridano. La città e la sua voce, la sua vita. Il gas delle automobili è il suo odore. Uomini e donne si guardano di sfuggita, il tempo sembra mancare loro per guardarsi e riflettere su di essi. La vita sembra essere incessante e continua ma si avverte una discontinuità costante e una netta separazione tra l’affanno continuo e i sentimenti. Semafori, luci, insegne e alberi a filare. Tutto si susseguiva in una unità apparente che non era comprensibile. L’uomo e la sua necessità di ordine avevano creato la città. Città come immagine e somiglianza dell’uomo sociale, dell’uomo politico, dell’uomo che cerca uno spazio nell’universo e si sente di doversi distaccare dalla natura. La grande città dava a molti la possibilità di sfogare i propri bisogni eppure le vetrine di esposizione continuano a moltiplicarsi, gli oggetti esposi, tutti così simili, sempre aggiornati. Le mamme che portano in strani passeggini i loro bambini si fermano a guardare le vetrine di vestiti. Le scuole sempre gremite sono delle piccole giungle, delle città nelle città. Come un albero ha i suoi rami la città ha le sue strade. I palazzi oscurano intere vie e hanno le loro radici nel sottosuolo, dove ci sono le fogne, i canali del gas, i tubi della corrente. I complessi industriali rigurgitano continuamente i loro prodotti nell’aria e questa non sempre è trasparente. La nebbia a volte trasfigura i visi, altera i sentimenti, sospende i pensieri.
A mezzo giorno lui va alla ricerca di una libreria. Entra all’interno e vede interi scaffali riempiti di libri, accatastati l’uno sull’altro, senza una vera e propria coerenza. Si guarda in giro e tutto quello che vede sono titoli, immagini di cantanti famosi, disegni per i bambini. Non cerca qualcosa in particolare e si lascia guidare dal suo spirito. Alla fine trova un libro che sembra interessargli, lo apre e lo sfoglia un po’. Non gli piace più. Si tratta di un libro ormai vecchio, usurato tanto nei fogli quanto nelle idee. Lo appoggia e cerca altro. Trova un libro di un calciatore ma non lo attrae, trova delle immagini di una cantante ma non è interessato. Libri di filosofia, libri di arte, esistono libri su tutto ma quando si cerca un libro spesso, nella mole infinita, non si scorge nulla che ci faccia sognare. L’uomo pagherebbe per un sogno. Si sogna troppo poco nel caos. Cerca e non trova. Alla fine si arrende. Decide di andare in un negozio di dischi. Si dirige nella sezione della musica classica e lì si mette a guardare con avidità tutti i titoli. Ad un tratto gli viene un lampo e trova il disco che fa per lui. Sonata in la maggiore n. 9 op 47. Chiude gli occhi, la riascolta nel pensiero. Era una delle musiche della sua infanzia ma non aveva avuto più modo di ascoltarla. Decide di prenderlo. Paga e se ne va.

Parte 3: Finale – Presto.
Sarà ormai notte fonda e lui starà ormai dormendo. Sognerà tranquillo nel profondo. Viaggerà lontano coi pensieri, coerenza incoerenza, verità falsità, nulla esiste nei sogni tranne che i sentimenti e le emozioni. Ciò che non vive nella veglia spesso nasce nei sogni. Illusioni, fantasmi e speranze prendono corpo e a volte si spera che non ci si svegli mai più. Il sonno è spesso salvezza, rigenera le fatiche, rigenera il morale, il sogno è spesso più vitale della vita cosciente. Sognerà. Egli si immagina di fronte al mare. Lei lo accarezza sulla nuca, lui le toglie pian piano i vestiti e incomincia ad accarezzarla prima sulla nuca, poi con l’altra mano le tocca il seno e i capezzoli, contemporaneamente le sfiora i fianchi, abbassa ancora la mano e le accarezza le grandi labbra. Lei lo bacia teneramente sul collo e sui capelli. Il suo naso le sfiora la guancia. Chiude gli occhi. Si amano sulla spiaggia al tramonto. Si distendono l’uno a fianco all’altra, si parlano dolcemente, si ascoltano e non hanno bisogno di sapere nulla se non che l’uno capisce l’altra e l’apprezza e viceversa. Si sente l’andante della sonata n.9 come se spirasse nell’aria del mare. Si guardano negli occhi e non provano imbarazzo, sanno che il loro amore è reciproco. Si abbracciano e si baciano. Quando le labbra si incontrano un senso di morbidezza li avvolge entrambi. Lei è così soffice e semplice e lui rimane stupito da tutto questo. I loro respiri, i loro odori diventano unici, indistinguibili. Nell’intimità profonda si perde la propria coscienza, l’intimità è soffice, rossa-rosa, tenera e morbida. La sensazione di sicurezza, di felicità si mischia a quella di piacere. Loro si condividono senza timore la loro intimità. Non esiste solitudine nella condivisione dei sentimenti profondi, nella condivisione dei piaceri della natura. Dormirà a lungo e teneramente giacerà nel suo letto a sognare, sognare e sognare.

Guida alla lettura – i temi del racconto:
Il tema del valore ciclico del tempo ( la prima parte è al passato, la seconda al presente, la terza al futuro ), il tema del valore dell’esistenza trasfigurato nelle immagini ma preciso ( nel primo si torna ad uno stato di natura dove la natura è madre ma non traditrice e l’uomo è figlio che si allontana dispiaciuto dalla sua nutrice. Nel secondo c’è il rifiuto del mondo cittadino fatto di sostanziale indifferenza e rigetto dell’essere e del suo intimo, e per questo vi sono immagini che richiamano la sofferenza e il rifiuto. Nel terzo invece si ritorna nello stato di natura ma c’è un superamento rappresentato dalla presenza della ragazza, l’uomo non è più solo ma è compagno di vita. E la ragazza è richiamo non solo sessuale, non solo amoroso e sentimentale ma è la descrizione dell’intimo di ognuno. ), il tema del valore simbolico ( tutto il racconto è strutturato come una sonata per pianoforte e violino, come quella che compra “lui”, ma non è solo nella struttura. Il personaggio è neutro, non ha neanche nome, ma si fa carico di valori universali che solo nel sogno riesce a ritrovare; il racconto è del tutto analogico, è una immensa metafora, è il simbolo ), il tema della vita nei suoi sviluppi ( nella prima parte l’acqua “partorisce” e l’uomo è così il concepito; nel secondo episodio lui vive solo, e non si trova a suo agio -tipico del mondo dell’adolescenza-; nel terzo lui sogna la speranza del futuro ), il tema del valore della sessualità ( presente in tutti e tre le parti ed è un sotteso filo-conduttore: nel primo è anteriore, nel secondo è assente perché nella città neanche il sesso si può fare senza compromettere la propria identità -che è turbata dalla invadenza della città e dalla sua indifferenza-; nel terzo è invece direttamente esplicito, per quanto sia in sogno -e qui si torna al tema del simbolo- senza però essere sgradevole o volgare ), il tema del valore dell’introspettività e della psicologia ( tutto il lavoro è il frutto della domanda: cosa prova l’uomo in sé nei vari contesti? E cosa ha l’uomo di più prezioso? -la risposta c’è e ti invito a trovarla, e tu che sei psicologa la devi assolutamente trovare! ); il tema della musica come sospensione dal dolore ( nella prima parte lui non si deve salvare perché la natura provvede, nella seconda parte deve essere salvato dall’indifferenza e si rifugia non sui libri ma sulla musica, nella terza parte, che è la parte della salvezza per quanto sia solo in sogno, è parte del sogno ), il tema della differenza realtà\sogno ( è da notare come la realtà sia ambivalente, sia positiva che negativa -prima parte e seconda sono in antitesi e la terza è il superamento- ma non lo è il sogno che invece sembra essere la più positiva delle fuoriuscite dalla realtà ).

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di
Giangiuseppe Pili