La piega della tristezza

Milano, lunedì mattina, tram 14.
Umanità schiacciata e infastidita dal contatto reciproco, ciascuno pensando allo spazio che vorrebbe prendere, e allo spazio occupato dagli altri.
Tra una fermata e l’altra, un signore calvo con gli occhiali si mette a sbraitare contro il vicino: “Se non ti piace tornatene nel tuo Paese! Caproni! Puzzate come dei caproni, ci mettete il profumo sopra per coprire la puzza… fate schifo!”.

Mentre mi unisco al coro dei “Basta! La smetta!”, cerco il viso dell’uomo a cui sono rivolte quelle parole. Ma vedo soltanto la nuca, il collo, dove una piega, di colpo, profonda: la piega della tristezza.

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Lettera ai miei amici, razzisti.

Alcuni miei amici sono razzisti. E’duro ammettere che il razzismo strisciante se ne sta anche nelle cerchie affettive più strette e che durante un discorso qualsiasi è possibile che qualcuno faccia un commento razzista. Sommessamente, razzista, come può essere razzista un trentenne con laurea magistrale. E’ ancora più duro ammettere che quando sento un commento razzista uscire dalla bocca delle persone a cui voglio bene è ancora più difficile reagire, perché, dare del razzista a qualcuno, significa metterlo in una situazione di disagio e lì, nel bel mezzo di una cena o di un aperitivo, nel più e nel meno, è più difficile prendere il discorso e scaraventarlo nei meandri della pochezza umana. Così scrivo alcune parole qui, nella speranza che magari, qualche amico razzista, legga e prima di aprir bocca rifletta un poco (o semplicemente di più).

Caro amico razzista,
è bello incontrarti, star con te, far quattro chiacchiere, condividere una cena, un abbraccio, parlar di come stai e di quel che ci succede. Vorrei solo chiederti un’attenzione, più del solito. Sforzati di non cedere al razzismo. Il razzismo ti striscia dentro, come quella volta che hai detto “con dei vicini così, non è zona per crescere i miei figli”, oppure quella volta che hai detto “gli albanesi sono così, maleducati”, oppure ancora quando mi racconti di come quel signore che sul bus parlava in arabo ad alta voce e… “non si vergognava, dopo quello che è successo.” Io lo so, che è dura in questo mondo, non cadere nel razzismo. Soprattutto se ti bevi la tv e i giornali a colazione, ma proprio devi far qualcosa. Prima di aprir la bocca, prima di tagliare un bel giudizio condito con generalizzazione, chiediti: “non sarò razzista?”. Perché si, lo sei. Sei razzista quando fai di una religione un difetto, di un popolo un atteggiamento, quando riduci, semplifichi, quando ti vuoi allontanare dal diverso solo perché distante da te. La signora con il velo che ti ha rubato il posto, è semplicemente una signora maleducata. Il marocchino che spaccia è semplicemente uno spacciatore. L’albanese che svaligia le case è un ladro. Il negro che ti ruba il lavoro è semplicemente un signore che il datore di lavoro ritiene possa fare meglio di te (è così ad ogni colloquio, in qualsiasi settore). L’arabo è una lingua, semplicemente una lingua (sembra incredibile dover affermare questo, eppure oggi è necessario).
Il razzismo tuo è quello di tutte le epoche, proprio uguale a quello di tutte le guerre, proprio quello che il futuro studierà con compassione, quando difficilmente si riusciranno a distinguere le genti e quando apparterremo tutti allo stesso nucleo di valori, umani, universali.

Ti sono vicino, anche se una parte di me vorrebbe cancellarti dalla rubrica. Ma tu, in fretta, datti un occhio, fatti una revisione e frena, frena le parole. Dei tuoi albanesi, dei tuoi cinesi, dei tuoi musulmani, dei tuoi marocchini, dei tuoi zingari, io ho in mente i volti. E i volti, ahimè per te, non corrispondono.

Giulio