I parenti e i serpenti

Scena 1
La mia coinquilina ha 24 anni e un debito di 30 000 euro, che dovrà rimborsare a partire da ottobre. Si è laureata, ma non ha ancora trovato lavoro. E’ preoccupata: “Qualsiasi cosa succeda, da ottobre dovrò dare alla banca 600 al mese… ti rendi conto?”
“Eh, insomma…”
“Ma sai qual è la cosa che mi fa più rabbia?”
“…”
“E’ che avrei potuto evitarlo!”
“Ah sì?”
“Sì, perché mio padre non avrebbe avuto problemi a pagare le tasse universitarie… e invece ha preferito che mi indebitassi”.

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Scena 2

Un amico maliano mi confida che quest’anno non tornerà in Mali, perché non se lo può permettere.
“Eh, immagino che il volo costi parecchio…”
“Mah, alla fine neanche più di tanto… non è certo quella la spesa maggiore”
“…?”
“Beh, la spesa più grossa è quella per i regali. Quando si torna, bisogna fare dei regali a tutti”
“Intendi alla famiglia?”
“Sì, alla famiglia. Ma da noi la famiglia non finisce mai…”

Arianna

Foto: Provenza 2013

Natale, anche quest’anno…

Anche quest’anno Natale è alle porte. Per le strade ci sono le luci, i colori, gli alberi e gli addobbi, i babbi di Natale, i cappelli rossi e le barbe bianche, i presepi. Soprattutto ci sono le strade piene di gente, ma…non è la solita gente. Si vedono a volte famiglie, ma sono rare, spesso si tratta di singole persone o coppie, che corrono veloci, a passi lunghi, guardando avanti, decisi, con borse piene di acquisti.
Quello che sicuramente c’è, in questo Natale, è la solita frenesia per fare i regali. Tutti a correre a destra e a sinistra, entrare in questo o in quel negozio. Tutti arrabbiati perché c’è coda, c’è gente, perché devono aspettare prima di essere serviti. Quindi tutti acidi, nervosi, tesi come corde di violino. Vado al supermercato e sento le parolacce dei dipendenti perché non arrivano a fare tre lavori contemporaneamente e le parolacce dei clienti perché la fila alle casse è eterna…Vedo volti affaticati e appesantiti, quasi tutti che si lamentano. Il “buongiorno, desidera?” si trasforma in un “cose le serve?” e il “buongiorno cercavo…” si trasforma in “maglia-grigia-cashmere-taglia 46-48”. La follia degli acquisti sopprime gli articoli e i verbi, sopprime i saluti, le cortesie, i grazie, i sorrisi, il buon umore e sostanzialmente l’amore e l’umanità. La follia del Natale è quanto di più lontano esiste da ciò che il Natale rappresenta. Siamo ancora capaci di sentire l’amore del Natale, il sentimento buono, positivo, che ci abbraccia tutti in questo periodo? Siamo capaci di sentire la possibilità che ci viene offerta di rinascita, la possibilità di rinnovarsi, del cambiamento? Più siamo concentrati nel fare “altro” più ci allontaniamo dai nostri sentimenti e da quelli degli altri. Occorre reintrodurre momenti di break nelle nostre vite, degli “stop” necessari per poter vedere meglio il vortice in cui siamo costantemente trascinati, giorno dopo giorno. Più la nostra vita corre, più è necessario fermarsi e svuotarsi di tutto ciò che genera disarmonia, ci allontana dalla nostra natura di esseri umani e dalla vera felicità.

Giacomo

Senza canditi

Da secoli l’antropologia culturale rileva un fenomeno la cui dinamica è singolare e per lo più sconosciuta: a cadenza annuale, presso numerose popolazioni del globo, si assiste ad un curioso assembramento di clan in concomitanza con i giorni del 24, 25 e 26 dicembre. Durante queste assemblee si consumano lauti banchetti, si riallacciano i contatti con membri del clan con i quali, durante l’anno, non si hanno avuto contatti, e ci si scambia dei doni. Nella stessa occasione, si ha la possibilità di risolvere vecchi conflitti o crearne di nuovi. Antropologi e sociologi ipotizzano si tratti di una drammaturgia ricorsiva, vale a dire un rituale che una comunità svolge, ma è ancora oscuro il fine di questo drama – nel senso di performance – collettivo. Numerose ricerche hanno permesso di rilevare, per questo particolare fenomeno, il nome di Natale (nei rispettivi idiomi), e si ipotizza un legame con certi sistemi di credenze molto diffusi a livello globale, ma una branca delle scienze sociali è più orientata a considerarlo un fenomeno correlato allo spirito del capitalismo e alla globalizzazione degli stili di vita. Il carattere rituale e drammatico del fenomeno rivela all’occhio dell’osservatore sociale diverse criticità che riguardano, in prima istanza, il senso che questo incontro può avere per i partecipanti, in un’ottica futura. Il rinnovo dei contatti, persi o non coltivati nell’intervallo fra un Natale e il successivo, non sembra avere un’intensità tale da creare presupposti per la ripresa futura dei contatti, e questo potrebbe dipendere dalla consapevolezza che i partecipanti hanno della ritualità del fenomeno stesso – si aspetta il prossimo Natale, che sembra concedere l’indulgenza per il mancato rispetto degli standard comunicativi intra-clan. Lo stesso utilizzo massiccio del cibo come elemento simbolico, o meglio la convivialità come culto del clan, e lo scambio di doni, simile a quello delle popolazioni antropologicamente significative, potrebbero rappresentare una chiave di interpretazione del fenomeno “Natale”, ma gli studiosi, a dirla semplice, ancora brancolano nel buio.

Gianmarco
27 dicembre 2320