Non abbastanza lontano

 

Mi hai fatto del male
e non me l’aspettavo.

Forse ti ho idealizzato e speravo
in carezze come fai con gli amici
e non che mi “trucidassi”
come fossimo nemici.

Mi hai spezzato il cuore
e, senza far rumore,
mi hai lasciato sola nella confusione.

Mi rimprovero l’ansia, il non aver respirato
e di averti permesso di togliermi il fiato.

Ripenso a me sdraiata sul divano
e a quanto quel pianto non sia ancora lontano…

 

Testo: Filiderba
Foto: Serena

Annunci

I nonni su Skype

Sul pullman, madre e figlia (3-4 anni), latinoamericane.

“Anch’io voglio avere i nonni”
“No, ma tu i nonni ce li hai… solo che non sono qui. Li vedi in Skype, però!”
“…”
“Ti mancano i nonni?”
“Sì”
“Li andiamo a trovare, eh?”
“Quando, domani?”
“No, il prossimo anno…
il prossimo anno”.

Arianna

Foto: Marsiglia 2013

 

 

A volte

E’ che a volte uno parla, ma non c’è niente da dire. Uno dice “dovreste, sarebbe meglio,  bisogna” ma non sa, non può sapere, né un altro, al suo posto. Non si sa. Basta, meglio tacere.

E’ che a volte uno tace, ma una parola salverebbe. Una parola detta facendo astrazione, certo, ma a volte anche una parola qualsiasi. Tipo “ciao”. Oppure un nome, magari proprio.

E’ che a volte uno gliela legge in faccia, alla gente, la vita che gli è capitata: morbida o ruvida, per strada o in appartamento, soli o con amici. A volte uno pensa che le rughe son pettegole, spifferano tutto, e si sta a disagio.

A volte, uno non conosce neppure le persone con cui ha condiviso tanto, tempo, spazio. Uno non ha idea di come stia una persona che pure, non capisce come pensa, come vive, di che cosa ha paura.

A volte, uno si chiede come tante volte così diverse possano stare insieme.

Arianna

Foto: Blog 66° Nordur 2.0

La fatica delle relazioni

Che fatica capirsi, quando non ci si, oppure ci si, senza.
Che fatica non giudicarsi, quando si pensa: “Così”. Proprio, esattamente così.
Che fatica vedere cose mai viste, e non vederne altre, già viste.
Che fatica vedere, prima di pensare.
Che fatica, insomma, uscire da sé.

 

Arianna

Tout le monde travaille

“Ho scelto questa casa di cura perché è vicina al metrò, speassenzaravo che i miei nipoti sarebbero venuti a trovarmi… beh, no! Lavorano! E i miei figli, pure! Tout le monde travaille…”.
Madame E. sarebbe molto più contenta se fossero i suoi nipoti a portarla a spasso. Invece, me ne occupo io.

***

“Quando torni?”, mi chiede mia nonna.
“A Natale”
“Fino a Natale stai lì? Non puoi tornare prima?”
“No, nonna, devo lavorare, ho delle cose da fare qui…”
“E cosa fai oggi pomeriggio?”
“Vado da Madame E.“.
Mia nonna sarebbe molto più contenta se fossimo noi nipoti a occuparci di lei. Invece, deleghiamo a un’altra persona.

Oggi non ho voglia di andare da Madame E.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Ascolto attivo

Così, mentre studio per un corso di abilitazione professionale, trovo questo argomento: l’ascolto attivo, e leggo..

“Ascoltare correttamente sembra un atteggiamento passivo, invece è eminentemente attivo perchè richiede presenza di sé ed investimento di energie: attenzione mentale, coinvolgimento emotivo, concentrazione, soprattutto nel dover far tacere la propria comunicazione intrapsichica, il proprio vissuto. Infatti è molto difficile far smettere quel chiecchiericcio mentale, colmo di giudizi, di impressioni, che di frequente ci assilla. Spesso, mentre il nostro interlocutore sta parlando, stiamo già pensando alla risposta da dare, senza prestare vera attenzione al messaggio che sta cercando di comunicarci. Chi pensa che l’ascolto sia un’operazione passiva confonde l’ascolto con il sentire, che è qualcosa invece di fisiologico, di meramente meccanico. “

Giacomo

La Via del Fuoco

Conobbi Louis, nel deserto arido di nudapietra, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Lorene, nelle lande verdi di pratovalle, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Matisse e con lui accesi un fuoco.
Conobbi Mariette e con lei accesi un fuoco.
Conobbi…

Accendevo fuochi con le persone e li alimentavo ogni giorno, per mantenerli vivi.
Accendevo fuochi con le persone e ne accesi tanti, era bello avere sempre un fuoco presso cui scaldarsi.

Li accendevamo sempre in due, e in due vi gettavamo la legna, un ciocco a testa.
In due controllavamo che il fuoco non si spegnesse, in due ci scaldavamo a quel tepore.

Se uno di noi non gettava più la legna, attorno al fuoco non ci si scaldava più.
Se uno di noi non gettava più la legna, era come esser soli attorno a quel fuoco.
Se uno di noi non gettava più la legna, allora il fuoco si spegneva lentamente.

Ho visto fuochi salvati per miracolo proprio quando l’ultima brace stava per spegnersi.
Ho visto fuochi bruciare intensamente e poi spegnersi nel giro di poche ore.
Ho visto tragiche scene, dove uno gettava legna come un matto su un fuoco da solo, mentre l’altra persona stava a guardare e sorrideva solo quando la fiamma riusciva a scaldarla.
Ho visto fuochi sopravvivere con un minimo di fiamma per decenni, una fiamma talmente sottile e debole che non ha mai scaldato abbastanza. Ho visto persone prender freddo attorno a quei fuochi senza mai capire che la legna che vi gettavano era troppo poca. Ho visto quelle persone dirsi addio, perché quel fuoco che avevano acceso non era sufficientemente caldo, ne erano disposte a metterci più legna.
Ho visto persone lasciare che il fuoco si spegnesse perché troppo convinte di non avere tempo di metterci la legna.
Ho visto fuochi enormi accesi tra più persone, e bruciare così tanto da avere la forza di scaldare tanta gente.
Ho visto persone avvicinarsi e scaldarsi veramente per la prima volta.
Ho visto i loro sorrisi.
Ho visto qualcuno che non sapeva nemmeno cosa fosse un fuoco, l’ho visto avvicinarsi per poi scappare di nuovo al freddo e al buio, come una bestia, con la paura di scottarsi.
Ho visto persone incapaci di comprendere cosa sia un grande fuoco e quanto importante possa essere, li ho visti incapaci di alimentare un fuoco per avere una grande fiamma, li ho visti accontentarsi di un fiammifero e orgogliosi andarsene solitari lontano.

Ho imparato nella vita che è difficile mantenere un fuoco vivo, che il lavoro è tanto ma soprattutto occorre essere costanti e lavorare in due.
Ho imparato che la legna bisogna sempre gettarla quando questa è secca e disponibile, perché domani potrebbe piovere e bagnarsi. Ho imparato quindi che non bisogna elemosinare sulla legna, che non bisogna aspettare che la fiamma si indebolisca troppo per gettarne di nuova, perchè potrebbe essere troppo tardi.
Ho imparato che non bisogna dimenticarsi di un fuoco, ne lasciarlo solo, ne darlo per scontato e credere che possiamo non dargli legna oggi e trovarlo vivo domani.

Alimentare un fuoco è sì fondamentale affinché questo sopravviva, ma alimentare un fuoco non è fornirgli legna appena appena bastante affinché questo sopravviva.

Se avete un fuoco, non abbiatene paura e trovate il tempo di alimentarlo assieme con vigore e costanza. Fate che la sua fiamma bruci intensamente affinché possiate sorridere abbracciati e soddisfatti al suo intenso calore. Un giorno ne potrete anche accendere molti, e potrete farlo assieme a tante persone, potrete donare il calore del fuoco e l’arte di accenderlo e mantenerlo vivo agli altri, come una perla di rara saggezza, sarà un testimone importantissimo che passerà di generazione in generazione col potere di scaldare chi ancora su questo pianeta ha freddo.

Giacomo

Intervista a mia nonna 2/2

«Raccontami del nonno Pietro, della guerra»
«Il nonno Pietro è stato sei anni a Novara ad addestrare i soldati. I soldati dovevano marciare bene… altrimenti, pedate sui piedi! Tutti guardavano le sfilate a quel tempo, non si poteva dire “chissenefrega”. E i suoi soldati dovevano marciare meglio di tutti. Eh sì, il nonno Pietro era… come hai detto prima?»
«Ambizioso»
«Ecco, ambizioso. O vanitoso? Beh, insomma, voleva farsi vedere e voleva essere sempre il primo, gli piaceva comandare. E’ stato in Albania, dove i ribelli si nascondevano nei boschi, e in Grecia. Però non ha mai sparato un colpo. Quando gli altri sparavano lui si riparava dietro le rocce. Poi c’è stata la Russia, quella guerra da cui non è tornato nessuno. Andavamo alla stazione centrale di Novara a vederli tornare, ma dalla Russa rientravano solo in cinque o sei su un intero battaglione, e c’erano tutti i parenti dei morti ad aspettare, a sperare. Invece dall’Albania sono tornati in tanti»
«Quanti anni avevi quando hai sposato il nonno?»
«Ventiquattro. E lui trenta. Era il ’47… Però i miei genitori non volevano che lo sposassi»
«Perché?»
«Perché il suo carattere era già un po’ difficile, voleva sempre avere ragione lui»
«E allora perché l’hai sposato?»
«Eh, perché mi stava dietro! Veniva sempre qui…»

Arianna

Basta poco

Basta poco
per trovarsi
poco
per perdersi.

Basta poco
per respirare un’aria diversa
riposarsi leggeri poco
per urlarsi dolori lontani
– lontani, dici? –
stare a sentire.

Basta poco
per proteggersi troppo
poco
proteggersi troppo
basta poco
per nascondere la paura
nel giudizio
non ti capisco.

Basta poco
per cercare una cosa
diversa
l’urgenza la stessa
sta’ attento perché
sei diverso sei
lo stesso.

Basta poco
per trovarsi
poco
per perdersi.

Arianna