A Chiunque

Pubblico con piacere questa poesia, scritta da una persona che non conosco, che mi è giunta accompagnata da queste parole: “mi ha colpito la determinazione ed il critico disincanto di una giovane donna appena ventenne che, sulla sua pelle, ha già sperimentato la violenza del potere:. due settimane di carcere, ed ora in domiciliazione obbligatoria, per la sola ragione di non aver rinunciato alla propria dignità ed al diritto di resistere (al tav). Insomma, mi piace la forza che riesce a conservare ed esprimere, nonostante tutto, uno stimolo per ciascuno di noi”.

Ecco la poesia:

e io?
mi ritrovo nella normalità dell’essere ventenne, sperimentando la vita.
né anarchica, né pacifista.
solo pacificamente alla ricerca di me stessa.
molto preoccupata per i miei sogni.
molto infastidita da questo gelido e assurdo progresso.
molto indignata ad osservare i giochi politici.
ancora illusa dell’esistenza di giustizia.
nata a Rovereto, però cresciuta in canavese,in un paesino di 1200 anime in una realtà rurale e leggermente bigotta come l’ambiente del liceo della zona che ho frequentato.
riesco a riconoscere gli alberi, ma non i modelli d’auto. in quarta superiore vinco una borsa di studio e parto per l’india per un anno. semplicemente per curiosità ed entusiasmo per la scoperta di qualcosa di nuovo di diverso.
dopo il liceo riparto con uno zaino, viaggio per spagna e francia, poi decido di tornare e stabilirmi a torino.
lavoro, vivo, esploro nella città. mi creo la mia indipendenza.
intanto sogno di essere ostetrica.
i sogni non piacciono, non oltrepasso il numero chiuso.
ora farò agraria:foreste e boschi.
e intanto mi guardo attorno, vivo, provo ad esprimermi, riconfermo la mia libertà.
metto in atto una goffa e autentica rivolta individuale: non un semplice stare, ma una appassionata ricerca di umanità.
un po’ incosciente, come ogni giovane ha diritto di essere.
un po’ sfortunata, come ogni giovane non dovrebbe essere.
e ora amarezza.
si ricompone il puzzle, si rivedono immaggini…
e non mi sento più umana. ma un oggetto, un mezzo.
eppure non perdo la dignità.
non voglio filosoffeggiare.
non eroina, non martire.
resto.
resto umana.
e voi non lasciatevi intimidire.
non abbiate paura.
se avete qualcosa da dire, ditela. se poi vi tocca dirla urlando, si vede che ne vale la pena.
è tempo di resistere, è tempo di lottare!
grazie per la solidarietà e la vicinanza di chi ci ha scritto o ci ha pensato nel periodo in carcere..
‘a sara dùra
con amore…

Marianna
Fonte: www.notav.info

Come l’acqua sulla Luna

C’è un motivo per cui la cultura dell’ecosostenibile fatica a decollare, e non ha a che fare semplicemente con la forza del connubio capitalismo-consumismo. L’ecosostenibilità ha fatto breccia nelle nostre case con una legge che ha vietato l’uso delle buste di plastica della spesa, ad esempio,  sostituendole con quelle in materiale biodegradabile, come già si era fatto con il mater-bi, che poteva essere gettato nell’organico o abbandonato nella terra destinato  a diventare humus. Non mettiamo in dubbio sulla giustezza del volgersi al comportamento “a impatto zero” o comunque sensibile al futuro del pianeta, vogliamo solo considerare un fattore che forse può spiegare la difficoltà che si incontra a diffondere tale comportamento.
Quello che noi vediamo e associamo all’ecosostenibilità o al comportamento ecologicamente positivo è qualcosa di fondamentalmente fragile. La sporta di carta si rompe e se piove devi correre a casa. Quella in mais spesso si rompe, battuta dal peso dei nostri consumi. La carta igienica ci irrita. L’ecosostenibilità ha costruito la sua immagine sulla fragilità, contrapponendola alla resistenza, tipica della società dei consumi: i prodotti, le cose della società capital-consumistica, sono oggetti che durano nel tempo, garantiscono l’eterna utilità, anche se poi, liberandocene, rimarranno a eterno residuo inutile in qualche discarica (nel migliore dei casi, potremmo dire). La società dei consumi si è sviluppata intorno a un’idea di persempre, non mettendo mai in dubbio la sostenibilità del percorso. Quando mangiamo qualcosa, lasciamo un involucro vuoto. Possiamo riutilizzarlo nella nostra quotidianità, affidarlo al circuito del riciclaggio – quando possibile, o anche solo liberarcene: rimarrà comunque un residuo del consumo avvenuto, una testimonianza. Il residuo è la prova della resistenza del consumo. Noi siamo affascinati dalle cose che durano nel tempo, perché abbiamo un’ambizione di eternità, che deriva forse dalla nostra natura, alimentata dall’avvento dei monoteismi e dal radicamento di una cultura concordataria (il metodo capitalistico di soddisfare il bisogno di persempre è così legittimato dal riconoscimento del primato religioso nella soddisfazione dello stesso bisogno: un trompe-l’oeil).
La cultura dell’ecosostenibile ha così fatto della fragilità un valore, un paradigma: predica il ritorno a una modalità lenta, vulnerabile di vivere il rapporto con l’ambiente che ci circonda; ridona dignità a ciò che si trova fuori di noi, in altre parole gli ridà potere; ma nella cultura della resistenza, il potere è prima di tutto umano, individuale e pone l’Ego cartesiano al centro di ogni processo decisionale e di ogni mutamento: io ho il controllo sul resto, sull’ambiente, posso decidere cosa farne e come. Non valgono discorsi sul futuro del pianeta: finiranno le risorse? Troveremo l’acqua sulla luna, prenderemo il gas dagli anelli di Saturno e il petrolio, che ne so, da Mercurio. Lo faremo noi, che abbiamo il controllo, il potere. Che viaggiamo veloci, fisicamente e virtualmente.
Non è contemplata la fine del consumo in senso capitalistico, l’idea di fine, di termine o di limite è solo un’idea provvisoria. D’altra parte il grande nemico del nostro tempo non sono le malattie, la morte? L’ecosostenibilità presenta l’idea di fine come un’idea presente nella natura delle cose, unendola a quella di rigenerazione, sconosciuta a noi capitalconsumisti: tutto ha un solo inizio e prosegue su una curva infinita che si perde nell’orizzonte della discarica, perché la rigenerazione, il ritorno sotto altre forme, necessita di tempo che è la risorsa scarsa per eccellenza, l’unica che non siamo stati in grado di controllare e che non potremo trovare da nessun altra parte nell’Universo.
Quello che l’approccio ecosostenibile potrebbe provare a fare è mutuare l’ambito della resistenza e sposare, in un matrimonio di pura convenienza e facciata, i valori di cui è impregnato (essendo figlio della cultura dei consumi, come il vegetarianismo…) e ribaltare le prospettive, offrendo un’alternativa dello stesso orizzonte, non orizzonti alternativi. Prima che anche l’acqua sulla Luna finisca.

Gianmarco

Ginepro di carne

Così.
Quel ramo di spine e di bacche
che una vipera gli striscia le radici
cocciuto che non molla la presa
lassù, coi denti, il ginepro tra le rocce.

Eppur ha freddo e beve di rado,
coraggioso arbusto che resisti
che il sole bacia più da vicino
che il silenzio del vento prima avvolge.

Così.
Che nel mondo resisti e contempli
che soffri e stringi i pugni
per quel raggio al mattino presto
che ti evapora le lacrime di rugiada.

Fatto che stai là e che vivi
che non lasci che ti si viva
che la comprensione presto ti nutre
l’amore d’aria della fotosintesi.

Giacomo

Similitudine

Come questi occhiali appoggiati
che ci vedi le luci
riflesse, due lenti ugualmente
con (o senza) i tuoi occhi
a guardarci attraverso;

 

così tutte le volte, quando
hai avuto paura,
ti sei fatto sgridare,
guarda: li vedi ancora
interi, qui, a farci invidia.

Arianna