Epperò anche le donne

“Certo le violenze sulle donne, sì, sì, il sessismo, il maschilismo. Vabbè.
Eppero`anche loro. Che stanno con gli uomini violenti. Pure loro. Che votano i politici che le odiano, le umiliano, le comprano, le vendono. Che gli uomini votino Berlusconi, vabbè… ma le donne! Come fanno? Eh dai… Pure loro! Del resto, se maltratti una donna, la picchi… beh, vuol dire che hai dei problemi… e poi si sa che esistono degli uomini così… pero` se continui a stare con un uomo che ti picchia, ti tratta male, t’insulta… allora sei propria stupida ! A quel punto te la vai a cercare !”.

IMG_2285Ecco, io ci terrei a sottolineare che discorsi di questo tipo testimoniano dell’enorme lavoro che ancora resta da fare.

Proviamo a sostituire “donne” con “neri”, “arabi”, “gay” o con qualsiasi altra categoria svantaggiata nell’attuale sistema sociale. Se facciamo questo esperimento, ci rendiamo conto dell’assurdità del ragionamento.

Naturalmente spetta sia alle donne sia agli uomini cercar di modificare i rapporti di potere attualmente esistenti. E possiamo anche affermare che l’impulso al cambiamento deve partire anzitutto dalle donne. Però attribuire più responsabilità ai soggetti svantaggiati per la propria condizione, mi sembra proprio esagerato. Oltre che in malafede. Perché – guarda caso – discorsi di questo tipo li fanno spesso uomini, che immagino non vogliano ammettere di occupare la posizione dominante nei rapporti diseguali e ingiusti tra i sessi, e di esserne (almeno in parte) responsabili.

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013

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La terza sfera

La blogosfera mi fa paura. Perché non è soggetta ad alcuna regola.
Col che intendo non già un complesso di divieti rigidamente imposto da un’autorità, ma una regola in senso etico – cioè un ragionevole codice di condotta. La nostra società è più o meno abituata a distinguere tra una sfera pubblica e una sfera privata. In entrambe vigono norme o almeno orientamenti condivisi su ciò che è opportuno dire o non dire, fare o non fare, mostrare o non mostrare (invero è possibile violarli, ma in genere si è consapevoli di farlo e se ne possono valutare le conseguenze). Al contrario, la terza sfera – il Web 2.0 – è un vero far West. Non ci sono convenzioni, e ciascuno fa a modo suo: talora, aggrappandosi
a consuetudini invalse nella sfera pubblica o privata, potenzialmente con grande confusione
di codici; altre volte, invece, in modo del tutto casuale o addiruttura sfrenato.

Quest’ambiguità vale per tutti i rapporti in generale: con chi stiamo interagendo quando
interagiamo con “amico” di Facebook? Con un amico? Un conoscente? Un estraneo? Non lo sappiamo, e ciascuno si regola in modo diverso, con vasto spazio per equivoci.
In particolare, vale per l’espressione e lo scambio di opinioni. Se facciamo un commento politico in pubblico, sappiamo di dover limitare la violenza delle nostre affermazioni e di dover essere pronti a giustificarle; in ogni caso, di dovercene assumere la responsabità; e se
incitiamo, putacaso, a un atto violento, sappiamo di non poterlo fare per gioco o per “provocazione”.
In privato – davanti a un amico, ad esempio – i commenti possono essere invece più spontanei e irriflessivi, perché hanno impatto e una valenza diversa. Il grado di responsabilità che dobbiamo assumerci è minore, a meno che non siano direttamente o indirettamente coinvolte le persone cui ci stiamo rivolgendo (in tal caso, siamo nuovamente
stretti da un vincolo di responsabilità).  Ad esempio possiamo dire un’idiozia politica senza grosse conseguenze, finché rimane “inter nos”, ma non formulare giudizi a vanvera sulle persone che abbiamo davanti o loro conoscenti.

Ma come ci dobbiamo comportare nella terza sfera? Penso che dovremmo porci questa domanda collettivamente e introdurre qualche principio “etico” condiviso anche qui.
Basta guardare i forum di discussione sul web (ad esempio quello di You Tube) per capire che la modalità di interlocuzione più comune è la prevaricazione, con totale assenza di riguardo per l’altro (insulti, invettive, scherno livido e gratuito) e il livello della comunicazione è piuttosto basso (commenti superficiali e assenza di dialogo). Un altro brutto inconviente di Internet è che fornisce un pulpito per i sermoni, i proclami, le autorappresentazioni (fallaci) e le autocelebrazioni di un’infinità di gente mediocre. Avendo il nostro blog, ci illudiamo di avere qualcosa da dire al mondo, che prima ci aveva ignorati – a buon diritto! Crediamo che ci sia un pubblico che ci ascolti, ma ricusiamo le responsabilità che ne conseguirebbero.
Crediamo di essere immersi in una comunità – perché ogni tanto qualche altro bischero per errore degna d’attenzione le nostre cazzate – ma non riconosciamo poi nessun vincolo di comunità.

In questo senso Internet può essere pericoloso, perché educa all’irriflessività e alla mancanza responsabilità.

Michele

Per colpa di chi?

Ho letto in questi giorni un articolo di Paul Kennedy sulla bomba demografica: pare che entro il 2100 saremo 10 miliardi e rotti a vivere su questo pianeta, ma il dramma è che popoli già ora svantaggiati saranno quelli ulteriormente penalizzati da questa crescita abnorme di popolazione, che determinerà degli effetti devastanti sul mondo intero. Un solo esempio per tutti: la Nigeria passerà dai 162 milioni di abitanti attuali a 730 milioni, una popolazione più numerosa dell’intera Europa.
Perché vi scrivo queste cose?
Per chiedervi se pensate che la bomba demografica rientri tra gli eventi ineluttabili. Per parte mia credo che questa crescita di popolazioni, perlopiù in nazioni del terzo mondo, non sia né inevitabile né soggetta a essere considerata un’ingiustizia.
Vi faccio un piccolo esempio: l’altro giorno un signore senegalese ha fatto l’esame dello spermiogramma (esame che determina se, da parte dell’uomo, ci sia ancora la possibilità di avere figli) nel centro prelievi in cui lavora mia moglie. Questa persona ha due mogli: una in Senegal, con otto figli, e un’altra in Italia, ovviamente più giovane, con un figlio solo (per adesso). Quest’uomo ha già nove figli, ma ne vorrebbe altri. Ora, vi domando: come si può combattere contro le “culture, i costumi, le religioni, certi modi di pensare” che determinano conseguenze catastrofiche su scala globale (la bomba demografica, in questo caso), quando si tratta di questioni così intime e personali?
Ciò che voglio arrivare a dire è che ci sono sì al mondo delle evidenti ingiustizie ma ciò che pochi osservano sono i quadri globali culturali che determinano eventi ancora più disastrosi, e che dipendono non tanto da un nemico “esterno” (capitalismo, liberismo, globalizzazione, ecc) quanto da una nostra insufficiente crescita personale. E questa crescita personale dipende esclusivamente da noi.
Vediamo come macroscopiche certe prepotenze, prevaricazioni, soprusi inflitti da altri, e minimizziamo quelli di cui noi siamo responsabili. Certo: è più facile spostare l’attenzione sull’esterno, su capri espiatori generici, evanescenti (il sistema, la società o altre entità impalpabili ) perché questo ci esime dall’analizzare a fondo i nostri comportamenti, che però non sono mai esenti da responsabilità.

Annibale

Foto: Desirée Munter

La responsabilità del benefattore

Laddove sei ferito, un po’ di balsamo ti dà sollievo. Ma, allo stesso tempo, può renderti dipendente da chi lo dispensa. Il benefattore, dunque, si assume una grande responsabilità nei confronti del ferito e deve stare attento a dosare le attenzioni, per non fare promesse (o far pensare a eventuali promesse) che non può mantenere. Nel momento in cui qualcuno fa sorridere qualcun altro che non ha proprio voglia di sorridere, o gli fa arrivare un po’ di affetto nel momento in cui le sue ferite urlano vendetta sta creando un legame. Il rischio, però, è che il benefattore si trasformi in carnefice, perché qualunque legame – una volta creato – non può essere sciolto senza dolore.

Arianna

Responsabilità, rispetto, cura

Ansvar, respekt, omsorg

In una scuola in Danimarca, in tutte le aule, i corridoi, la biblioteca, la palestra, i bagni: ansvar, respekt, omsorg.
Responsabilità, rispetto, cura.

Responsabilità: abituarsi a compiere delle scelte e ad assumerne le conseguenze. Se non ho voglia di seguire una lezione, l’insegnante mi dice: “Scegli: o stai in classe e partecipi attivamente, oppure vai fuori e fai quel che ti pare. Se scegli di uscire, sai che dovrai passare l’intervallo nella stanza degli insegnanti”. 
Rispetto: la mia libertà di azione non deve limitare quella degli altri. Posso ascoltare musica mentre lavoro individualmente, ma devo tenere il volume basso per non disturbare i miei compagni. Posso mangiare durante la lezione, ma in silenzio e facendo attenzione a non sporcare il banco.
Cura: a prescindere dal motivo (per colpa o per destino), ci sono alcune persone che sperimentano maggiori difficoltà rispetto ad altre. Cura significa guardarmi intorno e capire chi ha bisogno di una mano, e poi dargliela. Ma significa anche non aver paura di chiedere aiuto, se sono io a trovarmi in difficoltà.

Ecco cosa imparano i bambini danesi a scuola. O, per lo meno, imparano che questo è quello che dovrebbero imparare, imparano che questo è ciò che i loro insegnanti reputano davvero importante.

 
Arianna

Essere responsabili

Dal dizionario responsabilità significa:
l’essere responsabile; il poter essere chiamato a rispondere degli effetti dannosi delle proprie o altrui azioni.

Ma cosa vuol dire agire?
Agire è anche scegliere di NON agire.

Per questo la responsabilità è anche presso chi consapevole non agisce.

Il male nel mondo, scrisse un grande, esiste non solo perchè ci sono persone che perpetuano il male, ma anche perchè ci sono persone che vedono il male e non dicono né fanno niente.

La responsabilità ci tocca nel momento in cui abbiamo il potere di fare una scelta, qualunque essa sia.
Scegliere è agire, e scegliere di non agire, è comunque agire.
Per questo chi non ha scelta o non sa, pur facendo il male, non fa il male.
Per questo chi vede il male e sceglie di star zitto contribuisce al suo dilagare.

La responsabilità ci tocca nel momento in cui possiamo fare una scelta, e per fare quella scelta si presume che siamo venuti a sapere prima di qualcosa, di “condizioni” da cui nasce la possibilità di una scelta. Il Sapere precede la scelta e la responsabilità ad esso collegata. Sapere è Responsabilità perchè possiamo scegliere e agire tramite esso.

Per questo noi, nel momento in cui veniamo a sapere un fatto, qualunque esso sia, siamo già responsabili del corso degli eventi perchè possiamo fare una scelta.
Troppo spesso il fardello della responsabilità ci appesantisce e ci spaventa.
Troppo spesso facciamo finta di “non aver mai saputo” e così inganniamo la nostra mente, sentendoci meno responsabili.
Eppure…
…proprio scappando dalla scelta, proprio decidendo di non “immischiarsi”, si sta “agendo” e quindi la scelta è già stata presa. E’  quella del “non agisco e perciò non sono responsabile” l’illusione tremenda che dobbiamo assolutamente vincere, perchè se siamo consapevoli di”non agire” stiamo in realtà agendo a tutti gli effetti.

Non voglio sembrare troppo astratto con questo ragionamento, per cui faccio degli esempi.
Se so che una multinazionale sfrutta il lavoro minorile sono responsabile. Se continuo la mia vita come prima facendo finta di nulla rimango comunque responsabile. Se so che uno zio ha commesso un delitto su sua nipote e sto zitto, sono responsabile. Se so che un politico ha commesso dei crimini sono responsabile.
Se so che il mio stile di vita produce povertà in un’altra parte del mondo sono responsabile.
Responsabile è chi sa. Se decido di non informarmi sui politici perchè so già di venire a conoscenza di fatti sconvenienti e tristi sono responsabile comunque. Il NON-agire in modo consapevole, chiariamolo per tutti, è agire a tutti gli effetti, e per questo stiamo manipolando gli eventi, ne siamo responsabili.

Sapere è Potere, Potere di Scegliere, Potere sugli eventi, qualunque sia la nostra scelta.
Nel momento in cui Sappiamo siamo già ad un bivio e già ci è richiesta una scelta.
Nel momento in cui rifiutiamo di Sapere per non trovarci ad un bivio siamo doppiamente responsabili.
Abbattiamo insieme l’illusione di non essere responsabili solo perchè facciamo finta di non aver mai saputo. Essere Uomini è sapersi prendere le proprie responsabilità, anche di ciò che si sceglie di non fare.

Giacomo

Le avevo detto di non innamorarsi

«E allora? Ne hai combinata un’altra delle tue, eh?»
«Senti, non incominciare, non ho proprio voglia di sentire le tue solite prediche da moralista bacchettona»
«Mi dispiace ma un paio di insulti non te li leva nessuno»
«Ecco, lo sapevo»
«Sei un insensibile, egoista, egocentrico! E scommetto che non ti senti neanche in colpa…»
«Infatti. Sto benissimo»
«Non ti dispiace per Ilaria?»
«Oh, ma allora sei proprio tarda! T’ho detto di no, non mi dispiace, non mi sento in colpa, sto da Dio. Sono stato corretto e sincero al 100%… più di così!»
«Quindi le hai detto che sei stato con un’altra?»
«No, beh, questo no… ma non ce n’è bisogno, la farei soffrire inutilmente. Però non mi sento in colpa perché ho messo le cose in chiaro fin dal primo giorno: “niente di serio”»
«Ho capito, però, voglio dire… mi sembra un po’ ipocrita da parte tua, sai perfettamente che lei nel frattempo si è presa, insomma, uscite da qualche mese ormai…»
«Senti, non so cosa farci, gliel’avevo detto che non doveva innamorarsi. E glielo ripeto sempre che io non sono innamorato, non mi considero il suo ragazzo, se capita vedo altre tipe»
«Ma perché? Hai paura di innamorarti? Qual è il problema?»
«Lo vedi come sei? Non capisci niente! A noi uomini interessa il sesso. Punto. Poi, sì, magari ci possiamo anche innamorare, ma capita raramente. Voi invece, che palle, vi attaccate subito come delle ventose! Io mi voglio sentire libero, voglio fare quel che mi pare»
«E allora stattene per conto tuo su un’isola deserta! Ma come fai a scindere così nettamente i discorsi? Sesso da una parte, sentimenti dall’altra?»
«Non sono più un adolescente che parte in quarta a parlare d’amore, appena c’è una tipa che gli piace un minimo »
«A me sinceramente sembra molto triste che tu sia così scisso: da un lato il corpo, dall’altro l’emotivo, e la mente ancora da un’altra parte, magari quella la usi solo al lavoro, quando ti dimentichi completamente di corpo ed emozioni…»
«Spero tu abbia quasi finito perché non ti reggo più»
«E comunque sei responsabile per Ilaria! Non le dici dell’altra ragazza “per non farla soffrire inutilmente”, ma secondo te il fatto di ripeterle che non sei innamorato di lei le fa piacere?! Non ti rendi conto che le fai del male continuando a frequentarla pur sapendo che lei è innamorata e tu no?»
«È adulta e vaccinata. Ho messo le cose in chiaro, ora sta a lei agire di conseguenza. Non posso certo decidere io al posto suo!»
«Forse lei spera che prima o poi ti innamorerai anche tu…»
«Sì, infatti, è quello che vorrebbe. Ma gliel’ho già detto che non capiterà. Perciò sono stato sincero, vedi? Non l’ho illusa come fanno tanti, solo per portarmela a letto»
«In ogni caso a me sembra troppo comodo dire che avevi messo le cose in chiaro, hai fatto il compitino e allora sei tranquillo. Come fai a fregartene così? L’unica mia speranza è che Ilaria abbia una buona amica che la convinca a mandarti a quel Paese»

Arianna