Lettera aperta ai dentisti

Stimati dentisti,

vi scrivo per porvi alcune domande dettate da un’esigenza di comprensione della vostra categoria professionale e del suo orientamento valoriale. Premetto che mi sottopongono regolarmente e senza eccessivo timore alle vostre cure e che presumo abbiate scelto la professione che esercitate mossi – in primo luogo – da una genuina passione per l’odontoiatria.
Ho suddiviso le domande che vorrei porvi in due categorie: domande di ordine oggettivo (conoscenza di fatti) e domande di ordine soggettivo (le vostre interpretazioni dei fatti).

Domande oggettive:

  1. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti si indebitano per pagare le cure da voi dispensate?
  2. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti alla domanda: “Andrete in vacanza?” rispondono “No, quest’anno ci va il mio dentista”?
  3. Siete a conoscenza del fatto che alcuni dei vostri pazienti non possono permettersi le cure odontoiatriche che voi suggerite e restano pertanto senza uno o più denti?
  4. Siete a conoscenza del fatto che i pazienti di cui sopra (cfr. domanda 3) non vivono su un altro pianeta, né in un altro continente, bensì a pochi km di distanza dai vostri studi e dalle vostre abitazioni?

Domande soggettive:

  1. Ritenete onesto chiedere ai pazienti se vogliono ricevere la fattura del pagamento e poi, sulla base della loro risposta, modulare il prezzo del trattamento?
  2. Ritenete giusto che tutti – a prescindere dal ceto sociale, dall’età, dal genere, dalla nazionalità… – abbiano accesso a cure odontoiatriche? Se sì, quali azioni intraprendete/avete intenzione di intraprendere per andare in questa direzione?
  3. Vi sentite in colpa se confrontate la vostra situazione economica con quella dei vostri pazienti (di alcuni di essi, in particolare)? Se sì, come affrontate il senso di colpa?
  4. Siete orgogliosi di essere dentisti, e del modo in cui lavorate?

Grazie,

Una paziente

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Parole africane

Qualche giorno fa ho ascoltato alcune parole, che voglio condividere con voi. Sono parole di un congolese emigrato in Italia:

Quanto mi sento ricco da 1 a 10? Beh, io mi sento ricco 10: ho il necessario per vivere e ospito immense ricchezze dentro di me, però non posso stimarmi ricco 10, perché attorno a me ci sono persone che muoiono di fame, di freddo e di guerra. Allora sono ricco 5: una media tra la mia ricchezza e quella degli altri.

La Repubblica del Congo è un Paese benedetto da Dio, un Paese in cui le foreste stanno bene, i pesci stanno bene, i diamanti stanno bene. Soltanti gli esseri umani soffrono.

Mi dissero: “Vai, parti, attraversa la foresta, il deserto, il mare e vai a cercare in Europa la gente etica, che voglia collaborare con la nostra gente etica”. E io attraversai la foresta, il deserto, il mare e arrivai in Italia, dieci anni fa. Non mi manca niente qui, però la gente etica nella mia terra continua a soffrire.

Arianna

Illustrazione di Elisabetta Bernardi

Un’istantanea della povertà globale 2/2

Chi sono quel miliardo e 250 milioni di persone che che vengono definiti in condizioni di povertà assoluta? Le rilevazioni ci permettono di essere sufficientemente precisi: sono contadini che non possiedono la terra che lavorano o non ne possiedono a sufficienza. Vivono nelle aree rurali o nella prossimità di centri urbani senza la possibilità di integrarsi nel tessuto economico cittadino. Vivono, in minima parte, in Asia Centrale e nelle isole caraibiche, e per la grandissima maggioranza in Pakistan, Buthan, Bangladesh, India e Africa al di sotto del deserto del Sahara.
Ma cosa significa in concreto sopravvivere con meno di un 1 € al giorno? Significa che:

  1. 960 milioni di loro non sono in grado di procurarsi giornalmente le 2.100 Kcal che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) considera il livello minimo necessario a una persona adulta per mantenersi in salute.
  2. il 74% di loro è analfabeta. Di questi il 66% è composto da donne, mentre 260 milioni sono bambini al di sotto degli undici anni che non hanno avuto accesso nemmeno all’istruzione elementare.
  3. oltre un miliardo di persone non ha accesso a fonti di acqua potabile e ai servizi sanitari fondamentali (vaccinazioni infantili, servizi alla maternità, cure mediche di base).
  4. non hanno una speranza di vita media superiore a 54 anni alla nascita e che 17 su 100 dei loro figli moriranno prima di aver raggiunto i 5 anni di età di diarrea, malaria, colera, morbillo.
  5. i 48 milioni di malati di AIDS presenti nel mondo appartengono per l’89% a questa frazione di umanità e la grande maggioranza di loro non può accedere ad alcuna terapia.

In definitiva la povertà assoluta significa inesistenza di qualunque spazio per la crescita umana, civile e politica e il protrarsi precario di una condizione di perpetua soggezione al dolore, all’oppressione e alla paura (Paulo Freire).

A quanto detto dobbiamo aggiungere un altro aspetto: la correlazione fra guerra, spese militari e povertà. Con sole tre eccezioni, tutti i 111 conflitti attivi censiti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Profughi e i Rifugiati vedono fronteggiarsi popoli appartenenti ai Paesi in Via di Sviluppo, e 73 di questi conflitti sono guerre interne all’Africa sub-sahariana.

Per esempio, proprio in Africa si rileva che un Paese come l’Etiopia – poverissimo, indebitatissimo e in grado di produrre appena il 52% del proprio fabbisogno alimentare – non solo combatte da trent’anni una guerra contro la Somalia e l’Eritrea per complessi motivi di carattere sia interno sia internazionale ma spende il 27% delle risorse pubbliche in spese militari (in media i 30 Paesi più ricchi del mondo – compresi gli Stati Uniti – destinano il 6,4% della spesa pubblica al finanziamento di spese militari).

Ciò non deve comunque farci dimenticare che proprio gli Stati Uniti d’America hanno destinato alle spese militari 780 miliardi di dollari nel 2007, che corrispondono a quasi 5 volte l’ammontare totale degli aiuti che i paesi ricchi hanno inviato al Terzo Mondo.

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di
Alessio Salvadori

Fonti statistiche:

IBRD, World Bank, Washington, World Development Report 2008 – Agriculture for Development
UNDP, IL Cairo, Human Development Report 2006 – Global Health Policy
SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, Stoccolma, War Outlook 2007
WWI, World Watch Institute, Toronto, Population Survey 2007
FAO, Food and Agriculture Organization, Roma, Policy Paper n°5/2008

Un’istantanea della povertà globale 1/2

All’inizio di giugno del 2008, alla vigilia del vertice internazionale su Alimentazione e Sviluppo, tenutosi a Roma, gli esperti delle Nazioni Unite hanno comunicato l’ultima stima della popolazione mondiale: 6 miliardi e 720 milioni di persone.

Di questi, 1 miliardo e 209 milioni vivono nei cosiddetti Paesi Industrializzati, che sono definiti dalla Banca Mondiale come quei paesi in cui ogni abitante guadagna mediamente da 6.650 € in su. Fatta eccezione per il Giappone e per altri 4 piccoli Stati dell’Asia Sud-orientale, tutti questi Paesi appartengono al Nord e all’Occidente del mondo: al Nord-america, all’Europa Occidentale, con Australia e Nuova Zelanda.

Gli altri 5 miliardi e 511 milioni appartengono alla parte del globo tradizionalmente definita Terzo Mondo (incluse la Cina e l’India) e agli Stati che fino al 1991 erano nella zona di influenza politica e economica dell’Unione Sovietica.

Eppure questo modo di descrivere la distribuzione geografica della ricchezza può essere ingannevole, perché gli abitanti dei paesi industrializzati guadagnano in realtà molto di più dei 6.650 € presi dalla banca Mondiale come termine di separazione, e gli abitanti dei paesi in via di sviluppo percepiscono annualmente invece somme di gran lunga inferiori.

Infatti i dati diffusi dal Rapporto Annuale sullo Sviluppo 2008 della Banca Mondiale ci informano che quasi la metà degli abitanti del pianeta (3 miliardi e 260 milioni) ha un reddito monetario inferiore a 2,3 € al giorno e di questi circa 2 miliardi inferiore a 1,7 € al giorno. Infine, 1 miliardo e 252 milioni di individui sopravvivono con 80 centesimi di € al giorno. È solo quest’ultima porzione della famiglia umana che le Istituzioni Internazionali considerano “i veri poveri”.. veri poveri”zioni Internazionali considerano “i 616 milioni più poveri.onomisti di ”

Questi dati dimostrano che un numero limitatissimo di persone ha a disposizione enormi quantità di ricchezza, mentre la maggioranza della popolazione mondiale dispone di quote di ricchezza minime. Guardando per esempio i cosiddetti “grandi patrimoni” ci accorgiamo che le 500 persone fisiche più ricche della Terra percepiscono prese insieme lo stesso reddito dei 616 milioni più poveri.

Da cosa dipende questa squilibrata distribuzione della ricchezza? La spiegazione di questo stato di cose risiede nel fatto che la stragrande maggioranza delle persone che vive nei paesi in via di sviluppo lega la propria sopravvivenza all’agricoltura, che a differenza di quanto capita per le attività agricole svolte nei paesi industrializzate, ha livelli di remunerazione miserabili. La buona parte della popolazione residente nel Nord del mondo ha la fonte dei propri redditi in attività legate all’industria e ai servizi, settori con un livello di remunerazione decisamente superiore.

Ma il reddito di quei “grandi ricchi” citati sopra è il risultato di rendite provenienti da capitali investiti nei cosiddetti “settori strategici”: risorse energetiche e minerarie, tecnologie informatiche, comunicazioni di massa, industria degli armamenti, che hanno un livello di remunerazione esorbitante.

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di
Alessio Salvadori