L’ospedale di Afagnan

L’OSPEDALE DI AFAGNAN
E IL VIAGGIO NEL VIAGGIO

Fuori dalla porta giungevano delle grida strazianti, come se a qualcuno stessero segando una gamba. Era l’urlo di un bambino. Il mio cuore fece un sussulto. Cosa avrei visto in quella stanza?
Visitare un ospedale è un’esperienza toccante, di grande impatto. Visitare un ospedale in Africa può essere davvero qualcosa di forte, che ti cambia la vita. Eravamo ad Afagnan, nel sud del Togo, e l’apprendista infermiere ci faceva da guida nei vari reparti, per mostrarci come lavorano, la bellezza dell’ospedale se confrontato con i vari dispensari presenti sul territorio, il sistema di lavoro, le malattie che si ritrovano a dover affrontare. Ospedale famoso che serve un raggio di duemila chilometri, quello di Afagnan riceve ammalati dal Ghana, dal Benin, dal Burkina Faso. Un caso più unico che raro, che riesce a sopravvivere in un clima di povertà estrema solo grazie agli aiuti dei donatori europei.
Durante il giro era previsto anche di visitare alcune stanze dei ricoverati. Qual era il senso di entrare dai malati? Perché entrare? Li stavamo forse considerando come bestie in uno zoo? La figura di padre Donato mi aveva superato ed entrava nella stanza. – Bon jour, ca va? – lo sentii dire, e poi continuare con un Francese che non capivo. Altre urla ancora più forti mi pietrificarono sullo stipite. Vidi un bambino, in un letto, dietro la zanzariera, in lacrime, con le mani protese verso di me. Entrai anch’io. Mi avvicinai. Avevo paura di guardare. In fondo alla stanza, Donato, era accucciato vicino ad un altro letto a salutare.
Prete e missionario comboniano, la sua presenza era un abbraccio per i malati, come una goccia d’amore che si dona, gratuito, per loro. Il suo calore umano diventava aria fresca in quelle stanze, che seppur arieggiate tutto il giorno albergavano l’aria più viziata che avessi mai sentito. La sua parola, dolce, avvolgente, la sua mano che prendeva quella del malato, diventava fonte di gioia e di speranza per i visi contratti dai brividi di un attacco di malaria. Perché ero entrato? Cosa avevo io da donare a loro? Un senso di impotenza cominciava a farsi spazio dentro di me e mi irrigidiva sempre più a due passi dall’ingresso. Avevo paura? Da cosa indietreggiavo? Da dove veniva questa voglia di scappare? Io potevo essere uno di loro. Al loro posto sarei stato contento di vedere qualcuno che non riusciva ad avvicinarsi a me? Sarei stato contento di capire che aveva paura di me e della mia malattia? D’altronde, cosa potevo fare io per questi malati? Non sono medico, infermiere e nemmeno un prete, aveva senso che entrassi per visitarli? Donato si voltò e mi guardò negli occhi.
Poi, sorrise.
Come un lampo a ciel sereno in quell’istante senza tempo compresi, mi vidi chiaramente come un bambino, dal cuore piccolo che non sa guardare più in là del proprio naso.
Capii.
Ero come loro. Io ero loro. E loro erano me. E il sorriso racchiudeva un valore immenso specialmente in un clima di tristezza, di dolore. Anch’io avevo un sorriso che potevo donare. Anch’io potevo donare un po’ di calore umano, un po’ di amore. Anche se non so guarire i malati, anche se non so alleviare le loro sofferenze, potevo comunque donare qualcosa. I miei dubbi erano d’un tratto scomparsi, e mi accorsi che al posto della paura il mio cuore traboccava di amore per quel bambino dolorante.
Mi avvicinai, e vidi che il suo braccio e la sua gamba sinistra si stavano spellando vistosamente a causa di un’ustione grave. Vidi la carne viva sotto la pelle che si alzava come fogli di carta velina. Volevo distogliere lo sguardo, guardare altrove, far finta di non aver visto. Mi forzai di osservare invece il suo viso, e lui ricambiò, mi guardava mentre piangeva, il suo dolore era inimmaginabile. Capita spesso qui in Africa che qualche ragazzo si ustioni gravemente. Tutti cucinano all’aria aperta sul fuoco, o sul carbone. E le pentole di acqua bollente vengono talvolta lasciate incustodite perché le mamme con 6-7 figli piccoli non riescono ad essere ovunque. E così succede che qualcuno si tiri addosso una pentola o cadi nel fuoco. Il dolore del bambino diventava dolore mio. Così provai a sorridere. Provai a dargli un po’ di dolcezza, uno sguardo per dargli conforto. Non ho mai fatto così fatica a fare una cosa tanto semplice. E in quell’istante un flusso di amore indicibile mi ha attraversato il petto, come un torrente che in piena trabocca e si riversa fuori nella campagna. Mi accorsi mentre uscivo dalla stanza che alcune lacrime mi stavano rigando le guance. Tanta paura ha l’uomo di emozionarsi, di piangere, che farebbe di tutto per scappare, tanta paura ha l’uomo della sofferenza che piuttosto di accettarne l’esistenza negherebbe la realtà e vivrebbe in un mondo illusorio.
Può capire di sentire l’espressione Viaggio nel viaggio.
Non è un’espressione poetica.
Direi piuttosto che è un modo di vivere, una predisposizione mentale, un sistema di approccio alla vita e a quello che ci circonda.
Quando il mio Maestro mi parlava del viaggio io non capivo a cosa si riferisse. Lentamente ho compreso che significa vivere la vita intensamente e con costante umiltà. E questa umiltà permette numerose e bellissime cose. Permette innanzitutto di accettarsi, con i propri difetti, i propri dubbi, con le proprie paure, i propri limiti. Ci dona un punto di osservazione di noi stessi che possa essere anche un punto di partenza sul quale lavorare. Vivere un Viaggio nel viaggio significa vivere un’esperienza, qualunque essa sia, con un’attenzione rivolta non solo all’esterno, a quanto ci circonda, ma anche all’interno, mantenendo la consapevolezza delle proprie emozioni, delle proprie paure, delle proprie reazioni istintive che abbiamo di fronte al dolore e alla sofferenza.
L’uomo ha sviluppato durante la sua crescita un sofisticato meccanismo inconscio di autodifesa per proteggersi dalla sofferenza e dal dolore. Spesso si manifesta con paura, voglia di scappare, voglia di rimanere inconsapevoli di fronte a fatti che ci destabilizzerebbero, voglia di far finta di non vedere, di cercare scuse per non affrontare la sofferenza e la realtà, di auto generarsi dei sensi di colpa, inutili e che non portano a nessun cambiamento…
Questi istinti sono sicuramente efficaci, ma tutti inutili nella loro sostanza perché non risolvono il problema della sofferenza, ma lo rimandano, non portano l’uomo a migliorarsi, a superare una difficoltà, bensì a fuggire da essa. Fare un Viaggio nel viaggio significa imparare su più livelli, contemporaneamente. Viaggiare nel mondo, vedere posti nuovi, conoscere persone, conoscere realtà, e al contempo viaggiare dentro se stessi, scoprendo i propri limiti, i propri punti deboli, le proprie paure. Conoscere e conoscersi al contempo stesso, osservando sia quello che ci accade “fuori” sia quello che ci accade “dentro”.

Il Viaggio nel viaggio è quindi un modo di vivere, un modo di essere, che riesce a donare moltissimo e a moltiplicare velocemente il bagaglio di esperienza che una persona può fare nel corso della propria vita. Ciò che questo insegnamento mi sta donando, ciò che mi ha donato in Africa e che continua a donarmi ogni giorno, è a dir poco fantastico. Non ringrazierò mai abbastanza il mio Maestro per questo frammento di saggezza che è stato capace di tramandarmi.

Quei pezzetti del puzzle…

E si vola
alla ricerca di un pezzo di puzzle
uno dei pezzi che ti mancano,
che hai disperso chissà dove.

Come se nel vivere
tu stessi costruendo un quadro
incastrando tanti piccoli pezzetti
tra loro, come se il vivere
fosse una continua raccolta,
se mai ce ne ricordassimo,
di quei pezzetti che ci compongono.

E poi, da adulti, ne si cercasse
il capo di questa matassa,
ne si cercassero i pezzetti mancanti,
ci si chiedesse perché siamo come siamo
e cosa ci sia successo affinché…
ci si chiedesse davvero,
onestamente, guardandosi negli occhi,
-Conosco me stesso?-
e scoprendo di non saper granché,
di non saper perché siamo tristi
o sempre scontenti,
di non saper perché siamo nervosi
o sempre sulla difensiva,
di non saper perché siamo paurosi
o sempre insicuri di questo e di quello,
pur essendo stati protagonisti per tutto questo il tempo,
pur essendo noi che abbiamo vissuto tutti gli istanti della nostra vita,
ci si chiedesse finalmente
il
perché
non sappiamo tutte queste cose,
(e chi potrebbe saperle allora?)
che questo corpo che vestiamo
non ha ancora capito chi è
e
perché
è,
non ha ancora capito a chi deve ancora le sue scuse
e chi deve invece perdonare,
che questo corpo che vestiamo
è stato un automa per troppo tempo
e che è giunto il momento di conoscerlo meglio.

Così si prende il volo,
dentro se stessi,
in quell’universo buio che conteniamo,
l’enorme
vasto
spazio
in cui precipitiamo con gli occhi chiusi,
l’infinita
nostra
essenza
che tanto lontana da noi sembra essere,
eppure, è proprio dietro la porta,
al di là dello steccato,
vicina di casa forse,
forse addirittura in casa nostra,
forse
in cantina.

Giacomo

La montagna

Quassù: un altro mondo – libertà.
Abbracciami Natura,
busso alla porta del tuo giardino,
mi tolgo le scarpe per entrare.

Le nuvole le mie sorelle,
il sole mio Padre,
Respiro, a pieni polmoni, il cielo
sono vicino a Dio.

Giacomo

A contatto con il mistero

A contatto con il mistero

Si parlava davanti ad un fuoco.
Si parlava di come si è abituati a dare per scontate molte cose e di come si è persa “l’abiltà segreta” di credere nelle favole.
P:”Sai, non è difficile, in realtà..”
C:”Di cosa parli? Di proiettarsi un pò più in là del conosciuto?”
P:”Si, non è difficile, C. Guarda questo fuoco, in pochi istanti prende mille strade, ed in questo assomiglia all’universo che noi vediamo. Mille strade in pochi attimi e dove sono collocate, dov’ è questo fuoco? Su pochi rametti di legno. Rametti che a loro volta poggiano su un vasto terreno…”
C:”Si, beh, questo si sa.. che l’universo sia grande..”
P:”Non è solo questione di grandezza, ma anche di “collocazione”, dov’ è l’universo?

Può essere in un punto di qualche cosa? E’ un quesito affascinante perchè non c’è risposta. E’ come se, per forza, la risposta debba trascendere lo spazio stesso. E’ un mistero…”
C:”Io non vedo tutto questo mistero in questo fuoco, è un normalissimo fuoco.”
P:”Ed è questo che frega, caro C, è proprio questo. E’ il dare per scontato che il fuoco ci sia e che danzi come sta facendo anche in questo momento. Capisci? Il fuoco c’è, è qui con noi…. ed è assolutamente incredibile che ci sia!”

C:”Non ti seguo più.”
P:”Perchè viviamo nell’illusione di credere come funzioni il mondo. Ma non lo sappiamo. Abbiamo scoperto alcune leggi scientifiche che ci aiutano a preverede gli spostamenti della materia, ma non sappiamo da dove arriva la materia e così da dove arriva anche questo fuoco….. curiosen, no? E guardandolo intensamente è come…. se raccontasse qualcosa in continuazione, è come se continuasse ad esprimersi e soprattutto è come se non avesse bisogno di una legge per farlo… è libero…”
C:”Caro P, non parlarmi di assenza di leggi, lo sai che dal mio principio di causa- effetto non mi schiodo…”

P:”E allora dimmi queal’è la Causa Prima…”
C:”Emhhh…. io?”
P:”ehehe… tu scherzi, eppure può esserci della verità in questo”
C.”In che senso scusa?”
P:”Nel senso che la realtà potrebbe essere molto più simile ad un sogno fatto di favole sognato da un Sognatore e noi…. beh…. siamo i Suoi Occhi, le Sue Mani, le Sue Braccia, cioè la Sua Possibilità per percepirsi.”
C:”Questa è bella: Noi siamo la possibilità di dio di percepirsi. Intrigante!”

P:”Quello che voglio dire caro amico mio è che siamo immersi in un profondo mistero le cui verità ci danzano intorno e respirano insieme a noi. Dovremo piantarla col dare per scontato anche il filo d’erba, anche la più insignificante delle cose, per non parlare delle emozioni….. e di tutto ciò che non si vede.”
C:”Ahhhh, con te non è mai finita P, vedi aperture dappertutto, e mondi, e …”
P:”Vedo poco C, ma ne sono consapevole”.
“Vedo quanto mi basta per credere che ci sia molto di più.”
“E amo, amo follemente questo brodo in cui siamo immersi e che ci invita… a…”
C:”Alla ricerca..”
P:”Alla ricerca…. e a non dare per scontate le cose, gli eventi e le persone”
C:”Mi piace parlare con te P”

  • P:”anche a me piace parlare e stare con te C”.

    Raji

Parole africane

Qualche giorno fa ho ascoltato alcune parole, che voglio condividere con voi. Sono parole di un congolese emigrato in Italia:

Quanto mi sento ricco da 1 a 10? Beh, io mi sento ricco 10: ho il necessario per vivere e ospito immense ricchezze dentro di me, però non posso stimarmi ricco 10, perché attorno a me ci sono persone che muoiono di fame, di freddo e di guerra. Allora sono ricco 5: una media tra la mia ricchezza e quella degli altri.

La Repubblica del Congo è un Paese benedetto da Dio, un Paese in cui le foreste stanno bene, i pesci stanno bene, i diamanti stanno bene. Soltanti gli esseri umani soffrono.

Mi dissero: “Vai, parti, attraversa la foresta, il deserto, il mare e vai a cercare in Europa la gente etica, che voglia collaborare con la nostra gente etica”. E io attraversai la foresta, il deserto, il mare e arrivai in Italia, dieci anni fa. Non mi manca niente qui, però la gente etica nella mia terra continua a soffrire.

Arianna

Illustrazione di Elisabetta Bernardi

Memorie di un pellegrino

Eravamo noi fedelissimi riuniti per un’esperienza unica del suo genere. Ritrovarsi con loro ogni volta è come se fosse la prima. Sono diventati come fratelli per me, persone verso cui nutro un’enorme stima e affetto.
Eravamo tutti allegri ed emozionati come bambini. Ero contento anche di aver lasciato dietro le spalle le mie aspettative e questo, ero convinto, mi avrebbe giovato permettendomi di vivere libero e disposto la Pratica nella sua essenzialità.
Smontato da cavallo mi ritrovai subito immerso nella natura. La voce del torrente poco lontano cantava decisa la sua melodia, mentre lo splendore delle stelle emetteva una tenue luce diffusa che ci lasciava intravedere forme e ombre nell’oscurità. Mi sentivo abbracciato dall’atmosfera silente che regnava in quel posto selvaggio. Camminammo in fila indiana lungo un sentiero che costeggiava la foresta e seguiva l’andamento del torrente avvolti nel nostro mantello scuro. Saremmo giunti a breve alla cascata. Io ero l’ultimo e chiudevo la fila del gruppo.
Mentre muovevo i miei passi feci finta di essere sospeso nell’aria, a qualche metro da terra sopra la mia testa, osservando dall’alto il mio corpo indaffarato che camminava sottostante. Questo lavoro di immaginazione è chiamato “terzosservazione” proprio perché si finge di osservarsi dall’esterno, dal punto di vista di una ipotetica terza persona. E’ molto utile riuscire a cambiare prospettiva perché permette di notare cose che altrimenti passerebbero inosservate, soprattutto di noi stessi, come una postura scorretta, movimenti goffi o meccanici, inutili, superflui. Dall’osservazione dei movimenti e della postura possiamo risalire anche al nostro carattere, al nostro stato interno, alle nostre emozioni e quindi renderci conto di stati d’animo interni di cui non eravamo pienamente consapevoli.
Arrivati alla cascata il rombo dell’acqua faceva vibrare l’aria e i nostri spiriti. Un rumore costante cominciava a prendere spazio nella mia mente lasciandone sempre meno ai miei pensieri. Ci inerpicammo su per un sentiero che portava direttamente ai piedi della grande cascata che si stagliava altissima davanti a noi. Ho ancora oggi l’immagine vivida davanti agli occhi di quella enorme colonna d’acqua in caduta, della tenue luce che l’illuminava rendendola, nella sua veloce caduta, bianchissima. Le nostre fiaccole emanavano fasci di luce nell’aria permettendo di vedere chiaramente come  piccolissime gocce d’acqua danzassero nell’aria mosse dal vento leggero che spirava da Est.
In silenzio ci sedemmo a cerchio per la meditazione mentre due di noi armati avrebbero fatto la guardia al gruppo. Avevamo adottato quelle misure di prudenza perché poche settimane prima era stato avvistato un gruppo di mercenari aggirarsi nella zona, e non volevamo essere colti impreparati. Dopo essermi seduto e sistemato per il freddo e per l’umidità con opportuni mantelli sulle spalle e sulle ginocchia, chiusi gli occhi e mi lasciai andare, come trasportato da una musica dolcissima finché lentamente mi persi in quel silenzio interno che si era generato. Il frastuono dell’acqua infatti si muoveva come una spazzola nella mia mente pulendola e svuotandola dai miei pensieri, dalle mie preoccupazioni. Mi unii così al rombo della cascata e diventai suono, poi diventai cascata stessa perdendo quasi la percezione del mio stesso corpo. Il tempo si era in qualche modo deformato perché lo scorrere dei minuti fu molto più veloce di altre meditazioni che sostenni precedentemente.
Finita la Pratica la mia mente era sgombra, candida, trasparente. Un profondo benessere mi aveva improvvisamente invaso, il mio respiro era lento, calmo e profondo. Non avevo pensieri, semplicemente osservavo ciò che mi circondava in una pace interiore davvero intensa. In silenzio ritornammo ai cavalli.
Non chiusi gli occhi fino all’alba e rimasi con gli altri miei fratelli a chiacchierare concitato su un tavolo all’aperto di una delle locande del posto…

Demetrio

Senti come tira, ‘sto motore (di ricerca)

Giochiamo? Google mette a disposizione un servizio interessante, che si chiama Google Trends, e ti permette di visionare le statistiche sulla ricerca di uno o più termini. È divertente e interessante, se pensate che se cercate il trend di “allungamento del pene”, avrete, per l’Italia, il risultato…

"allungamento del pene", Trend italiano - Google
“allungamento del pene”, Trend italiano – Google

Ossia, a ben vedere, dopo un’emergenza virilità alla fine del 2006 – che sarà mai successo? – e un netto disinteresse nell’inverno successivo, la tematica è tornata ad essere di importanza non indifferente. Purtroppo lo strumento è estremamente vago e non ci permette di sapere chi ha effettuato la ricerca, a cosa si riferiva esattamente e via dicendo, ma registra esclusivamente il fatto – di per sé non insignificante – che la ricerca di qualcosa che abbia a che fare con l’allungamento del pene è una ricerca che, fra alti e bassi, si mantiene pressoché costante, in lieve calo nel complesso. L’attenzione è alta, almeno quella.
Se poi cerchiamo nel web dei riferimenti ci imbattiamo in un panorama florido. Ci aiuta in questo senso il servizio Answer di Yahoo!, in cui si chiede

chi di voi ha mai fatto esercizi per allungare il pene? se sì quali sono stati i risultati?

Le risposte sono delle più varie, semplificando sono raggruppabbili in tre categorie principali: quelli che sfottono – prendi una corda e cerca l’albero più alto del paese. attacca la corda all’uccello e alla cima dell’albero e buttati giù. provare per credere; o un più laconico: metti la prolunga; quelli che si prendono a cuore la questione e magari ti riportano studi e testi copiatincollati o ti rassicurano che

Se c’e’ l’hai almeno 15/16 cm va bene, ma se ce l’hai meno sei fottuto, mi dispiace. i medici ti diranno che 8 cm sono piu’ che sufficienti ma solo perche’ non sono capaci di fare niente. Sta di fatto che gia’ i miei 12 cm a una donna fanno schifo. Se si innamora può accettarlo, ma il rapporto non sara’ mai del tutto soddisfacente, quindi puoi immaginare come va a finire.

Infine ci sono quelli che ti danno le soluzioni, magari adducendo argomentazioni del tipo: più lo usi, più cresce. In ogni caso sono di più quelli che viaggiano dietro all’argomento, di quelli che ne prendono le distanze.
Abbiamo anche detto che ci sono alti e bassi nel trend, e gli alti sono – inspiegabilmente? – concentrati intorno ai mesi della bella stagione e dell’estate. Tutti nudisti in imbarazzo? Ma anche intorno alla fine dell’anno: preparativi per il Capodanno? Propositivi per l’anno nuovo?  Questo gioco è molto divertente, e ci rivela una piccola parte di un complesso scenario in cui la prestazione è un’ossessione della popolazione, insieme a quella per la forma: bisogna essere ad un certo livello sia fisicamente che nell’espletamento del proprio dovere-piacere fisico. Andatevi a vedere il trend per la parola “porno” e il suo andamento, alla luce di quello di cui abbiamo parlato, vi farà venire in mente qualche dubbio, o curiosità.
Io vado a fare gli esercizi.

Gianmarco

Fiocchi di neve

Traccio danzando un bianco triangolo,
e getto lontano le vesti.

Nudo,
faccio l’amore con lei.

Tra risa di gioia,
giungemmo all’albero solitario
per meditare ai suoi piedi.

Riprendemmo il Sentiero,
e mentre il giorno cambiava mantello
vidi le luci del rifugio di legno,
dove qualcuno attendeva paziente.

E svuotate le tazze,
bevemmo una calda bevanda
che sciolse i nodi del Cuore.

Fuori cadeva dall’alto la neve,
portando in basso il rumore,
stendendo veli di pace.

Come cenere dopo un grande incendio,
domani avrà ricoperto ogni cosa.
Dentro e fuori.

Demetrio

Visione

E mentre risalivo lungo il sentiero

vidi due piccole tartarughe verdi fare l’amore.

Potevano stare sul palmo della mia mano.

E mentre le osservavo incuriosito,

all’improvviso due occhi profondi si tuffarono nei miei.

E tirando fuori la lingua rossa,

una mi suggerì di proseguire.

Il sentiero continuava a salire,

tornante dopo tornante,

finché raggiunsi l’eremo.

Molte erano le stanze e di caldo legno i pavimenti.

Seduti a gambe incrociate stavano giovani guerrieri.

Mi misi accanto a uno di loro

e chiusi gli occhi.

Con la mente vidi allora il maestro dal nero kimono,

giallo oro scintillante la cintura,

e candida barbaneve decorava il volto austero.

Demetrio


…e dopo la cultura?

Abbiamo imparato di tutto, storia, geografia, i grandi poeti e i grandi scrittori, abbiamo letto Dante, studiato Aristotele e Platone, la guerra mondiale, il feudalesimo, la roma antica. Abbiamo studiato la chimica, il funzionamento della cellula, imparato a calcolare la forze che insistono su di un punto, una leva, abbiamo studiato le derivate e gli integrali.

In tutto questo mai che nessuno ci abbia insegnato a vivere, la formula, se esiste, per essere felici. Per quello ti devi arrangiare, devi far da solo, la devi dedurre dalle tue esperienze. Forse ci impiegherai una vita intera a capire il senso di ciò che ti sta attorno e hai vissuto. Perché tutto questo? Forse non lo capirai mai e ti ritroverai di colpo un vecchietto, con le tue domande irrisolte, arrabbiato di essere invecchiato troppo in fretta, di non aver avuto tempo di raggiungere una cosa così importante. Passerai gli ultimi anni in una casa per anziani, con il grande dubbio se le energie che hai speso nella tua vita abbiano realmente avuto un senso. Forse sarà il gran vuoto che scoprirai aver dentro a darti la risposta, ma incapace di vederlo starai mezzo imbronciato a maledire il mondo e la vita che senti non esserti bastata per agguantare quel sogno, la speranza, quel qualcosa che non sai definire ma che era davanti a te tutto il tempo e non hai afferrato. Ti rimarrà un’amarezza in gola che non saprai più placare e sarà molto triste.

La vita insegna a vivere allo stesso modo di una scuola che insegna ad un visitatore random che entra ed esce a casaccio dalle aule, senza mai fermarsi. Talvolta può essere, che per un caso o per un altro, ci si ritrovi obbligati ad ascoltare tutta una lezione, si impara un frammento di Conoscenza che rimane, forse, o che forse andrà dimenticato, come dopo 5 anni si dimentica cosa si era studiato sulle parole di Platone. Io so dell’esistenza  di grandi saggi che furono, Maestri di vita che insegnarono alla gente a vedere quel sogno e a prenderlo, raggiungerlo e dare un senso alle loro vite, trovare la pace, finalmente. Grandi saggi che insegnarono nelle Scuole la scienza della vita, trasmettendo la Saggezza. Perchè smettere di imparare? Perché credere che l’unica cosa che si impara possa essere la cultura? Perchè non credere all’esistenza dei Maestri? Perché pensare che i Maestri hanno vissuto solo nel passato e che oggi abbiamo cessato di venire al mondo? Oggi più che mai ne abbiamo bisogno e sono tra noi. Cerchiamoli, cerchiamoli col cuore, troviamo i saggi,  è di loro che il mondo ha sete.

Giacomo