Come un infinito che si manifesta

Whatever is gone is gone and wise man always make best use of time left.

– S. N. Goenka –

Io credo sia molto difficile accettare che le cose belle abbiano una scadenza. Credo sia difficile guardare nel passato ed amare ciò che è stato senza torturarsi per non poterlo avere un’altra volta indietro. Anche solo per un istante. Come l’amore.

L’amore passato è un amore grande che vive di ricordi messi in cantina. Andare a frugare tra i sentimenti vecchi è proprio come accedere ai giochi abbandonati da piccoli, alle emozioni che ci regalavano. Anche coperti dalla polvere del tempo i sentimenti passati brillano di una luce viva, poiché sono irrimediabilmente nostri, sono i padri e le madri del nostro sentire, di quello che siamo.

E’ anticamente dolce il cullarsi nel dolceamaro generato da ciò che non c’è più e che pure però è stato.

Cullarsi in un volto e in un sorriso,

cullarsi in un’aria di cristallo,

cullarsi in quella volta che all’asilo hai sbirciato sotto la gonna di una bimba,

cullarsi nel bicchiere di vino bevuto insieme ad un amico straniero che ora chissà come sta e cosa fa,

cullarsi in un momento di verità sfuggito, come la sabbia tra le mani.

Il passato è stato per un istante ed ora è dietro per in tempo infinito. E’ questa infinitudine del tempo rimanente che schiaccia gli istanti vissuti, li assottiglia e li riduce ad attimi quasi invisibili, privi di sostanza.

Il misero di ciò che è passato accade proprio quando, in un istante andato, è stato per noi possibile percepire l’infinito. Così tutto il cosmo e tutto il tempo, tutte le leggi, si sono per un attimo espresse, come un infinito che si manifesta in un infinitesimo.

Sono gli infiniti che ci attendono, tuttavia, che più mi regalano speranza, che mi impongono di non fermarmi là dove sto già bene. E’ per quegli infiniti che sono disposto ad abbandonare gli infinitesimi infiniti già passati, che seppur meravigliosi, possono (forse) essere trascesi. Questo è il tavolo verde su cui ho puntato tutte le fiches della mia vita.

Giulio

Dal Niagara all’Uzbekistan

Esco sul balcone e respiro l’aria umida della sera, il fresco che lentamente prende il posto della calura, i mille odori delle piante che si fanno più intensi. E mi vengono in mente alcuni ricordi che non rivivevo da un pezzo, ricordi dei miei viaggi, di quella sera a fare una corsa lungo il Niagara, dei colori dell’autunno che ne abbracciava lo scorrere, il cielo di quella mattina dopo una nottata di lavoro su quella spiaggia Tasmana, il vento in faccia su quel pickup mezzo scassato, viaggiando verso Pimenteiras, in Piaui. Così mi ritornano in mente sprazzi di ricordi di posti così lontani che non sembrano più nemmeno miei, che ho vissuto e che ora mi chiedo se fui proprio io, là, a vivere quelle cose, o se son ricordi di un’altra vita, vissuta tanto tempo fa. E forse è proprio così che funziona ogni volta che si cambia, che ci si ferma in un posto a vivere per un po’ di tempo. Si assaggia un’altra vita, si conosce un sapore diverso. Non che sia più buono, ma semplicemente è così, differente e pure piacevole. Un nuovo cielo, un panorama diverso alla finestra di casa, un lavoro diverso, una lingua diversa, un’usanza diversa. E sta il fatto che potrebbe diventare una droga questo vagabondare, questo farsi prendere dalla voglia di provare a vivere tante vite, indossarle e guardarsi allo specchio, come se fosse un altro abito. Infatti, quando ci si ferma, rimane quel desiderio, sopìto, latente, senso di insoddisfazione fastidioso, di saper già come va a finire, di sentirsi già pronti per un’altra vita, voglia di ripartire per un nuovo viaggio, uno zaino, un biglietto e ricominciare, magari, così, da un ostello a Samarcanda.

Giacomo

Da un’altra prospettiva…

Suona la sveglia.
Un braccio si allunga per spegnerla. La mano trova il cubo, schiaccia un pulsante, il suono cessa.

Tra le mura di un castello antico è scoppiata la guerra. Corro da una parte all’altra come messaggero, su per i viali ghiaiosi, a lato dei muretti di pietra bianca, attraverso i prati ben tenuti dei terrazzamenti della parte est. Poi un suono strano comincia a suonare, e comincia la fine del mondo. Qualcosa accade, tutto viene inghiottito, risucchiato in un vortice. Forse vengo risucchiato solo io. Non so. I miei piedi non trovano più l’appoggio e in una frazione di secondo vengo sbalzato in un altro posto. Mi sveglio in un corpo che sta spegnendo una sveglia, in una mattina di primavera, a Trento.

Il mio corpo si stiracchia, si mette seduto, poi si alza. Si spoglia nudo per poi rivestirsi con dei nuovi indumenti. Il mio corpo scende le scale, la mano apre la porta del bagno, il mio corpo si gira, la mano richiude la porta. Il mio corpo fa la pipì. Poi il mio corpo va in cucina, beve un bicchiere di acqua, riempie il bollitore con dell’altra acqua e la mano preme il pulsante dell’accensione.

Mi ricollego a questa vita con facilità, come se fosse da sempre che accade. Mi ricollego a questa vita, ogni mattina, come se fosse normale routine, abitudine chiara, nitida, come se fosse logico che accada, un’ovvietà. Apro gli occhi e mi riallaccio a questo scorrere del tempo, come se fosse l’unico esistente. Tra i miei ricordi, a differenza dei miei sogni, non c’è traccia d’altro se non di momenti che ho vissuto piuttosto recentemente e con questo corpo, quello assonnato che ha appena spento la sveglia. Eppure in questa breve esperienza di vita fatta ho già appreso che prima o poi arriverà sicuramente un momento in cui non riuscirò più a governare questo corpo, non riuscirò più a muoverlo. Cosa mi accadrà in quel momento? Se il mio corpo morirà io potrò continuare a vivere? E dove?

Giacomo

A mia nonna

Minuscola
ancora ripeti
“sei cresciuto”
ma da anni sei tu
ad esser piccina.
Raccolgo di te
la figura sfumata
che ruga su ruga
scompare.
Bianca è la veste
di mattina, bianca
la pelle
della tua mano stanca.
Hai sepolto
le labbra di oggi
nella vita di ieri:
il futuro non aspetta
e t’abbandona
poco a poco
piegata nei ricordi.

Piegato indietro
un giorno forse
anch’io riavrò quei doni
che tu mi feci
e adesso
proprio non ricordo.
E con quelli magari
il tuo volto più giovane
che dirò e ridirò
e dirò ancora
a nipoti già grandi
stanchi
di storie da vecchi
masticate tra le gengive
mie, stavolta
e inciampate tra labbra
senza più denti.
Sepolte anch’esse
nella terra scura
della vita di ieri.

Giulio

Come se, non saprei.

Come se, non saprei. Accadde di giorno
o di notte non ricordo, forse un flash
e guardando da una finestra un film
decidessi di entrarvi, cosi’, tanto tempo
fa che mi vien da piangere copioso.

Tanto tempo fa che non so, laggiu’,
laddove pero’ non ricordo, lassu’ forse,
in quei luoghi di stelle esistetti prima
del tempo, dove ci si sveglia prima di
venire al mondo che mi vien da piangere.

Come se, non saprei. Lo vivo su di me,
dentro come un sogno, quasi un ricordo
arcaico del mio viver questo vagabondare,
di me da grande prima di esser piccolo,
di vissuto, dove decisi tutto al principio.

Tanto tempo fa che non so, vasto spazio
e lacrime, nel buio della notte laddove
brilla e brillano e scorsi la mia vita prima
che accadde, dove la scelsi tra le tante,
perche’ non ricordo, ma fu là, al principio.

Giacomo

Son fiabe

Il sole di una fiaba non ha calore
ne la musica sentimento od il fiore
il suo profumo, l’amore diventa
un vento, che passa e va, lontano.

Ti ricordi dei sogni se sei bravo
ma non di quelli che fai da sveglio,
è la vita solo che si imprime su quella
pellicola e tutto il resto son fiabe.

Giacomo