Si salvi chi può

Un’insegnante che lavora in un liceo privato, di quelli da figli di papà con il SUV e la villa in collina, racconta che i suoi allievi restano stupiti alla vista delle manifestazioni studentesche. “La cosa peggiore è che sono sinceri quando chiedono come mai quei ragazzi protestano… ignorano completamente le sofferenze dei loro coetanei. Con la disoccupazione giovanile al 30% come si fa a chiedersi cosa c’è da protestare?

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Una ragazza che vive in una zona periferica, di quelle definite “quartieri-dormitorio”, racconta di essere disoccupata da due anni. “Due anni senza lavoro vuol dire due anni senza stipendio… t’immagini cosa significa? Per fortuna ci sono i miei… però mi pesa dover chiedere a mio padre i soldi per l’affitto. Per uscire, poi, non esco quasi mai. E allora anche gli amici… del resto, se non puoi neanche pagarti una pizza dopo un po’ la gente si rompe”

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Ad un certo punto, un evento doloroso cessa di venir nominato e diventa, semplicemente, “quello che è successo”. “Dopo quello che è successo”, “visto quello che è successo”…
Se però si riesce a parlarne più raramente e, quando lo si fa, si nomina l’evento, significa forse che si sta cominciando a guarire.

Arianna