La monnezza del pensiero che genera poesia

I rifiuti sono negazioni che rimuoviamo volontariamente dalla nostra vita; o anche involontariamente, per superficialità, inerzia, dimenticanza, paura. Oggetti che riteniamo di non poter più utilizzare, scarti della vita, marcescenze che ci infastidiscono, scomodo surplus che ingombra il cammino e sporca la vita.

Questo avviene anche con il pensiero: ci insegnano oggi che per vivere bene occorre sbarazzarsi delle riflessioni scomode e compromettenti, responsabilizzanti, scandalose, vergognose, depressive. E’ fastidioso guardare in faccia le parti più brutte nostre e del nostro mondo, ci vuole un gran coraggio, ed è più comodo evitarle facendo una strategica pulizia o lasciare che siano gli altri a smaltirle.

Eppure la poesia e la speranza per me nascono soprattutto da qui, dal rifiuto, dallo scarto, dal rigurgito, dalla smorfia di disgusto di dolore di rabbia nei confronti del presente:

1967 – Dino Buzzati, Urlo

Grazie allora a chi parla di mafia e narcotraffico,  dell’isolamento dei portatori di handicap, di immigrazione e razzismo, di tossicodipendenza, di eutanasia, aborto, omosessualità, di un’Italia indebolita da un cattolicesimo inutile; grazie a chi denuncia la propria condizione di lavoratore precario o di disoccupazione, a chi si sdegna dell’attuale immagine della donna e dell’abuso dei minori,  a chi comprende e rende noto che se gli studenti in manifestazione agiscono con violenza fanno solo il gioco voluto dai nostri politici al governo.

Parliamo assieme di tutto questo, parliamone a lungo. E poi ripartiamo da qui: perché da qui nasce l’idea di un sogno comune di poesia, da qui nasce lo sforzo per riproporre la dignità nostra e del nostro paese. Se non prendiamo coscienza del mostro che ci vive ogni giorno accanto nelle nostre vite quotidiane, esso ci ingloberà nelle sue viscere più profonde. Lentamente la nostra vita di persone alienate diventerà un’abitudine e per sempre ci abitueremo alla pubblicità battente degli schermi televisivi nelle stazioni dei treni e delle metropolitane, allo spaccio nel parchetto dietro casa, alle pasticche in discoteca, all’ubriaco lasciato solo il sabato sera accasciato per terra, ai cinquecento euro di stipendio mensili. E se lentamente un pomeriggio d’inverno ci scenderà una lacrima di malinconia sulla guancia, non sapremo nemmeno più ricordare che cos’è che ci manca.

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace — uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordigno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.

Giulia

Poesia di Eugenio Montale