Sisifo

Copro un immenso foglio

senza fretta. Un foglio nero.

Con un inchiostro nero

compunto scrivo

Ma è  un foglio infinito.

Un foglio nero.

Carlo

iBlog

Sul perché si fa quel che si fa

Alzi la mano chi, fra di voi, non ha mai pensato di scrivere un romanzo. Immagino poche mani all’aria. Io ci ho provato più volte, ogni volta che sentivo il bisogno di trovare un altro modo di dire le cose, vuoi perché i modi tradizionali erano stati già spremuti al midollo, vuoi perché pensavo che non ci fosse un modo efficace di esprimere le mie inquietudini, le mie riflessioni, le mie paranoie. Incominciavo, scrivevo una di queste cosiddette cartelle, poi salvavo il file e lo dimenticavo o lo cestinavo al momento: la pagina bianca e il ticchettio sulla tastiera avevano assolto il loro compito. Non c’era mai un grande progetto dietro a quello che scrivevo, e d’altra parte non mi piace pensare che la libera espressione abbia bisogno di un progetto, di una scaletta. Scrivere in maniera sistematica, creare una storia, una curva temporale coerente, come quella che un romanzo richiede, si è sempre scontrato con l’istantaneità della mia creatività. La mia creazione è puntuale, i vari pezzi possono essere inanellati in sequenza temporale, ma vivono ciascuno il loro spazio di vita: io sono l’unica cosa che li tiene insieme. Io sono il loro referente. Così, l’unico scopo del mio scrivere è sempre stato quello di tirare fuori, di oggettivare su una lastra bianca l’espressione di un istante; l’unico bisogno è sempre stato il bisogno di vedermi scritto, di leggermi, di archiviarmi. Credo che in fondo sia una cosa di carattere. Sono troppo riflessivo, cerco di risolvere i miei problemi da solo, li ingurgito, li voglio digerire io, metabolizzarli, ed espellerli come scorie, una volta che l’acido li abbia lavorati, e il corpo abbia assorbito tutto quello che possa essere utile per andare avanti. Quello che resta è quello che scrivo, spesso restano riflessioni non commestibili, gropponi non digeribili, il grasso sotto la griglia, che bisogna pulire. Più volte ho provato a scrivere un romanzo, ma soffro di una grave malformazione: la sintesi. La sintesi non si addice allo scrittore di romanzi, tantomeno al saggista o a chiunque abbia in mente il progetto di creare un mondo di più di poche pagine fronteretro. Per questo, mi pare di poter credere, mi sono spesso rivolto alla poesia. La poesia ti permette di mantenere uno sguardo libero sulle tue scorie e di trattarle nella maniera più istantanea e sintetica che possa desiderare: la poesia non richiede un grande progetto, è una espressione tanto immediata quanto densa di quello che vuoi comunicare. Nel romanzo il testo deve essere diluito, dipanato, deve essere pieno. Il che è diverso dall’essere denso. La poesia è come una goccia di pece che esce da un imbuto: la sua creazione è lenta, ma poi cade giù e si spalma sul foglio. Allora scrissi molte poesie, poi smisi di farlo. Non so perché le abbandonai, forse mi sembrò di aver raggiunto un livello troppo elevato di sintesi e densità. Allora mi dedicai al blogging, una forma di scrivere che ha a che fare con la vita, aggiornabile, che non ha bisogno di un grande progetto narrativo, e può librarsi in zone che la poesia non può raggiungere. Il post è qualcosa che si scrive nel linguaggio più personale che si possa concepire, anche quando lo si voglia rendere illeggibile, o pesante, mantiene la leggerezza che deriva da quella stupenda mancanza di filtri che c’è tra la mano e la tastiera. Forse un giorno lascerò anche il blogging, non lo so. Per ora soddisfa un mio bisogno, comune al romanziere che non sono stato e al poeta che non ho voluto continuare ad essere: scrivere per qualcuno, essere letto, anche solo potenzialmente leggibile. Il blog rimane lì dove lo hai creato ed è accessibile a tutti, ancora prima che il romanzo esca dal cassetto o che la poesia venga colata dall’imbuto.

Gianmarco

La cornacchia invidiava al pettirosso

Giunto da poco in questo magnifico teatrino di polveri e riprendendo la penna dopo che tanto di quel tempo è passato da non accorgermi che la stilografica si è mutata in tastiera, risento come sempre alle spalle una nota e malcelata ritrosia allo scrivere. Non concepisco scrivere in altra maniera. Ne sono testimoni i miei “frammenti”. Del resto non saprei concepire in altro modo lo scrivere. E sopra tutto lo scrivere OGGI.

Come è possibile – mi chiedo – che si continui a scrivere poesie come si scrivevano secoli fa? Come è possibile, sopratutto scriverle senza cattiva coscienza? Eppure mi guardo in giro e vedo persone che continuano a recitare questa pietosa commediola.  Abbarbicate alla presunta illusione di dire ancora qualcosa che valga la pena di essere letto imperterrite continuano a ritenere che la poesia si faccia con gli “a capo”. Constato con disincanto che, giustamente, la gente non legge più, tantomeno poesie. Anzi, sono disposto a plaudire a tanta saggezza da parte del pubblico. La figura del poeta suscita dunque giustificate risa come nel magnifico pezzo di Guzzanti, citato e forse mal compreso, nel mio blog.

So che l’alzata di spalle sarà degna risposta a questo mio sarcastico dubbio. So però che esistono anche delle persone a cui sta a cuore il destino della poesia (quella con la maiuscola) e che pur di vederla rinascere sono disposti a scendere foss’anche un solo gradino dal fastoso e ammuffitto baldacchino che si sono faticosamente costruiti con le proprie mani.

So che la poesia non potrà rinascere senza un serio dibattito, senza anni di nuova gavetta (parola in disuso). So che perdere l’ultimo treno ci consegnerà. dimentichi, nel deserto dell’imbecillità.

Forse è un sogno, forse l’unica speranza che continua a tenermi sveglio, la notte, ad elucubrare tattiche contro il terrore dell’uniformità universale.

Non vorrei aproffittare dello spazio che gentilmente mi è concesso in un blog non mio. Era solo il mio modo di dare il benvenuto a quanti, qui, in questo sogno ci credono ancora.

Grazie

Carlo

Dettagli della vita di Giuseppe Giustini (pt2)

Giuseppe guardava fuori dalla finestra pensieroso.

Davanti ai suoi occhi stava sdraiato il mare. Era calmo, con un suono cadenzato, tranquillo. Gli sembrava risucchiasse tutti i suoi pensieri. L’acqua aveva un colore blu intenso quella mattina che pero’ era, contrariamente a quanto accadeva di solito, piu’ chiaro del cielo, dando l’impressione che il mondo si fosse rovesciato, tutto sottosopra, come una clessidra. Nuvole dense di pioggia, scure come la notte ricoprivano l’orizzonte. L’aria era umida, carica del profumo della terra e del mare. Ad ogni respiro sentiva il mondo divenire parte del suo corpo. Stava pensando che aveva voglia di correre, si sentiva energico, elettrico. Poi un fulmine taglio’ il cielo a est e lo segui’ un forte boato. Poi, due secondi di assoluto silenzio. Ed ecco che riprendeva il suono, lontano, delle onde.

Giuseppe era totalmente assorbito da cio’ che percepiva.

I suoni presero a dischiudersi un poco, come un fiore che lentamente sboccia e mostra cio’ che contiene e nasconde, il suo pistillo, cosi’ i suoni presero ad aprirsi lentamente lasciando spazio ad altri di emergere, timidi, dal sottofondo. Si accorse dapprima di lontane grida di gabbiani, poi si accorse che tutto era avvolto in un suono setoso, profondo, come un grande mantello che copriva le spalle a tutti gli altri. Era una specie di rombo, un boato continuo, lontano, quasi un eco, come il rumore di una cascata, o il rumore del vento…

Giuseppe si sentiva in pace, si sentiva parte del mondo che lo circondava. Allungo’ la mano, prese la penna che gli era stata donata un paio di anni prima dalla sua ragazza, prese il suo diario, e comincio’ a scrivere, infine, cio’ che non riusciva mai a comunicare alle persone che gli erano piu’ vicine e piu’care. Chi era Giuseppe? Lui sapeva benissimo chi era. Lo aveva sempre saputo. Lo sentiva dentro. Non capiva pero’ come mai le persone non riuscissero a vederlo come si vedeva lui stesso. Era come se ad ognuna mancasse qualche tassello per completare il puzzle per svelarne l’immagine finale. Nessuno si accontentava di vedere il puzzle incompleto, ma si ostinava a completarlo con le proprie supposizioni, ovviamente mai positive. Si ritrovava ad affrontare un problema assai importante, perche’ ogni volta che egli si confidava sinceramente e profondamente con qualcuno, vedeva fronti corrucciarsi, labbra contorcersi, visi storpiarsi da pensieri che evidentemente erano talmente complicati e negativi che cominciava a preoccuparsi egli stesso per quelle reazioni cosi’ esagerate. Quando aveva rivelato che non voleva andare in vacanza, quell’estate, ma voleva starsene da solo in casa, a lavorare dietro alla stesura del suo libro, lo avevano preso per un pazzo. Per lui era una cosa normalissima. Stava benone, gran forma fisica, ottimo morale…Eppure gli continuavano a chiedere in continuazione se non avesse bisogno di un consulente, con cui confidarsi, rivelare i suoi problemi e che lo avrebbe sicuramente aiutato. Lo avevano preso per un pazzo. Ai suoi amici aveva invece rivelato che gli sarebbe piaciuto cambiare lavoro e questi avevano cominciato a chiedergli insistentemente se andava tutto bene con Veronica, la sua attuale ragazza, se avevano avuto qualche problema di recente che, andandosi ad aggiungere al carico pesante gia’ presente nella sua vita, lo avrebbe sicuramente spinto ad una crisi depressiva con conseguente perdita di orientamento e voglia di cambiare professione quale rimedio inconscio alla sua sofferenza.

Ma quale sofferenza? Lui stava benissimo. Il suo problema era anche che gli piaceva tanto scrivere. Perche’ era un problema? Non poteva scrivere di qualcosa che subito la gente gli chiedeva se andava tutto bene. Parlava della nostalgia e gli chiedevano se aveva bisogno di qualcuno che passasse la serata con lui, che probabilmente era stanco o in qualche crisi depressiva. Se parlava della vita o della morte andavano direttamente a casa sua, senza invitarsi, perche’ pensavano che era sul punto di scoppiare e che dovevano, in quanto amici cari, fare assolutamente qualcosa. A lui piaceva tantissimo immedesimarsi invece in qualcos’altro che non fosse se stesso. Gli piaceva viaggiare con la mente e la fantasia, far finta di essere tremendamente e follemente innamorato di qualche strana e complicata donna e scrivere di come si sarebbe sentito. Far finta di essere sul punto di morte e scrivere come si sarebbe sentito. Immaginarsi di essere un airone e scrivere cosa avrebbe provato, come sarebbe stata l’emozione di avere l’aria sotto le sue ali, di sentirla compatta, densa quasi, sostenerlo e scorrere veloce, tutto intorno a lui. Provava infinita curiosita’ a fare questo gioco con ogni cosa e aspetto della vita, indiscriminatamente. Si immaginava di essere una formica schiacciata dal suo stesso piede, si immaginava una morte orribile, in qualche modo strano, si immaginava di essere un pesce, un fiore, un albero, un’altra persona… E via dicendo, unendo il suo spirito, la sua fantasia, immedesimandosi ripetutamente, nell’oceano, nel vento, in un profumo, in una persona, in una situazione, in un’emozione. Questo giochetto gli costava caro. Rendeva le persone intorno a lui completamente confuse, che non sapevano che pesci pigliare, se dovevano preoccuparsi di quello che scriveva, di quello che diceva, se dovevano unire le cose, se dovevano leggere tra le righe che aveva qualche problema… Erano confusi, non sapevano leggere il ragazzo, capire chi fosse e quale che fosse il suo stato d’animo, e questo li preoccupava ancora di piu’.

Mettiamoci ora per un poco nei panni di questa povera gente che era ignara di questo suo quantomeno bizzarro passatempo. Voglio farvi capire come si erano sentiti. Se avessero avuto la certezza che fosse stato un pazzo, avrebbero agito di conseguenza, avrebbero cominciato a fare qualche strategia di recupero, deciso come comportarsi, come rapportarsi con lui. Se avessero saputo che era normale, normale nel senso che loro davano al termine, che era tutto un programma, allora avrebbero saputo allo stesso modo come comportarsi e via dicendo. Ma loro non riuscivano a farsi un’idea. Era questo il loro problema. Mi seguite? Se non riesci a capire dal principio, men che meno dopo tanti anni, che tipo di persona hai di fronte, allora non sai nemmeno come comportarti e la cosa ti agita, non ti va bene, la situazione ti puzza, e’ strana, non e’ normale e quindi senti che bisogna fare qualcosa. Alcuni avevano deciso di evitarlo, perche’ le persone strane non si frequentano di principio proprio perche’ sono strane e strani sono quelli che frequentano persone strane perche’ e’ strano che si frequentino. Altri lo vedevano invece a piccole dosi seppur dentro sentivano che era strano. Altri ancora, quelli che poteva forse chiamare amici, gli stavano vicino ma si agitavano come le bestie e continuavano a non capire un fico secco di come effettivamente si sentiva. Strano. Forse, pensava, avrebbe dovuto pubblicare i suoi libri e i suoi scritti nell’assoluto anonimato, cosi’ nessuno di quella cerchia piu’ ristretta avrebbe avuto piu’ confusione in merito e le cose si sarebbero sistemate. Avrebbe smesso di far partecipi le persone chi gli si avvicinavano di questa parte intima di lui, la sua fantasia, che condivideva apertamente, e forse stoltamente, con tutti. Avrebbero smesso per questo di vederlo confuso, sempre diverso, sempre strano, avrebbero capito che lui stava benone invece, non aveva bosogno di alcun strizzacervelli, perche’ non avrebbero saputo che l’autore era lui. Tuttavia, perche’ c’e’ sempre un tuttavia, il suo stile di scrittura era abbastanza marcato e temeva che se lo avessero scoperto fare una cosa del genere di nascosto allora si’ che gli avrebbero imposto sedute serali da un consulente e questo davvero non lo avrebbe assolutamente sopportato.

to be continued

Giacomo

Tipologia

Tipo che… Oggi a Barcellona nevica.
Tipo che… Non succedeva da trentacinque anni.
Tipo che… Sono qui da una settimana e mi sembrano anni.
Tipo che… Ho ripetuto anni e nonostante ciò suona bene.
Tipo che… Prima di scrivere la frase precedente ho dovuto cambiare le impostazioni della tastiera.
Tipo che… Qui hanno tutti gli accenti acuti.
Tipo che… È come dire che se la pensano acuta.
Tipo che… Talmente tante cose, che non hai più di che scrivere.
Tipo che… Non puoi scrivere di tutto, sempre.
Tipo che… Succede che con troppi stimoli ti ritrai e assumi un atteggiamento blasé.
Tipo che… Conosco Simmel.
Tipo che… L’atteggiamento blasé è quello che ti permette di non essere un turista.
Tipo che… Ti permette di essere un flâneur.
Tipo che… Ho letto molto Bauman.
Tipo che… Diverse cose.
Tipo che…

Gianmarco
o il vostro corrispondente da Barcelona