Did you know?

Prendo spunto da questo video per partire con un ragionamento più vasto.

Si diceva…
Gli stati in via di sviluppo…blabla…paesi come la Cina, l’India…blabla
Oggi si crede che siano ancora in via di sviluppo…
Ma sono più sviluppati di noi.

L’evoluzione è in atto e sta subendo un’accelerazione fortissima, esponenziale.

A cosa rimanere aggrappati per non essere disarcionati via da questa forte spinta?

Non c’è più un angolo del mondo, oggi tutto è centro e le distanze non contano più.

Con Internet il modo di insegnare potrebbe essere drasticamente rivoluzionato: potrebbe essere molto più utile saper come fare una ricerca su wiki o su google che non sapere direttamente le cose. D’altronde lo scibile è sempre più grande, talmente tanto da risultare impossibile ormai d’apprenderlo. Dico così anche per provocare, e vi chiedo, serve di più dare la conoscenza o dare un modo per poterci arrivare? Sotto un certo punto di vista, con un tablet in mano potremmo rispondere a qualsiasi domanda ci venga posta. Una nuova rivoluzione, come quella della calcolatrice. Da quando esistono le calcolatrici serve veramente saper fare le divisioni a mano? le moltiplicazioni? Le radici quadrate? Ora che ci sono i tablet è così indispensabile sapere cos’è un protone o è meglio sapere che puoi trovare le risposte su wikipedia? Forse dovremmo fermarci un attimo e invece di perdere tempo a insegnare concetti antichi e che non useremo mai dovremmo seguire la tecnologia, stare al passo con questa accelerazione esponenziale tecnologica-informatica con insegnamenti più validi e utili, per esempio dare ai ragazzi di oggi le conoscenze per non perdersi in questo mondo virtuale, che con facebook, myspace…è sempre più facile sbagliare e confondere quale sia la realtà, dove sia il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente. Forse dovremmo fare un’analisi attenta ed ammettere che prima di geografia, storia, latino, matematica…dovremmo insegnare ai ragazzi a non perdersi in questo mondo,  ad usare lo strumento e a non esserne usati, a trovare sempre la verità e la strada giusta da imboccare per essere felici, sempre.

Giacomo

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Insegnare stanca

“Ma lavori pochissime ore a scuola! Come fai a essere così stanca?”
Già: come faccio?
Provo a spiegarlo.

Da studente, spesso percepisci i tuoi professori come “nemici”, avversari contro i quali combattere. Beh, non è proprio così: quando insegni, ti allei con la parte migliore degli allievi e, insieme a quest’ultima, ti sforzi di resistere all’ignoranza, alla pigrizia, all’apatia.
Quando poni una domanda, non lo fai per cogliere i tuoi ragazzi in difetto. Al contrario: speri con tutto te stesso che siano in grado di rispondere, e di rispondere bene. A volte – anche se ti ritieni ateo – preghi: “Fa’ che almeno questo lo sappiano, fa’ che lo sappiano almeno in parte, almeno…”
Non lo sanno.
Accusi il colpo, rapidamente ti riprendi, allontani il pensiero (che a volte ti viene): “Ma allora sono proprio stupidi, porca miseria!”, respingi questo giudizio e fai appello a tutte le tue risorse per trovare un quinto modo – diverso dai quattro che hai già provato – per spiegare un concetto che a te pare assolutamente banale.
E quando un’allieva ti mostra un disegno, e chiede se ti piace, non basta rispondere: “Sì”. In quel “sì” ci devi mettere il meglio che hai (tutto!), ma soltanto quello. E aggiungerci un sorriso, e metterci il meglio pure lì.

Ecco perché, a volte, dopo la scuola, gli insegnanti sono stanchi.

Arianna

Si pesa solo il grano

Il mio professore di matematica delle medie, quando qualcuno di noi disturbava la lezione, puniva tutta la classe. Di fronte alle nostre rimostranze, ribatteva: “Così vi abituate a stare in società: per colpa di qualche disonesto ci rimettiamo tutti”.grano
Vero. Ma demotivante. 

Qui in Danimarca stanno provando a capovolgere l’assioma: per merito di qualche illuminato, ci guadagniamo tutti.
Ecco come funziona: ciascun allievo riceve una carta ogni volta che si comporta in modo responsabile, rispettoso o si prende cura degli altri. Ad esempio: si mette in fila in silenzio, partecipa attivamente alla lezione, aiuta un compagno in difficoltà. Al termine della giornata, si raccolgono tutte le carte in una scatola e quando la classe ne colleziona un certo numero concordato in precedenza (ad esempio: cento) riceve un premio, che di solito consiste nella possibilità di utilizzare una o parte di una lezione per svolgere un’attività scelta dagli allievi.
I nomi dei valorosi che hanno ricevuto le “carte del comportamento positivo” si perdono, ma questi ottengono la stima e riconoscenza dei compagni, perché è grazie a loro se tutti hanno potuto guardare un film, scendere in cortile a giocare o fare una passeggiata nel bosco. Un po’ come accade negli sport: pochi segnano i punti della vittoria, ma è tutta la squadra che vince. Ciò che conta non è premiare “i migliori”, bensì sottolineare gli effetti positivi dei comportamenti responsabili, rispettosi e di cura.

“Si pesa solo il grano”, mi disse una volta una contadina, per invitarmi a non rimuginare sui miei errori. Credo avesse ragione: quel che conta è il bello, il buono, il giusto che facciamo. 
E conta per tutti.

Arianna

Responsabilità, rispetto, cura

Ansvar, respekt, omsorg

In una scuola in Danimarca, in tutte le aule, i corridoi, la biblioteca, la palestra, i bagni: ansvar, respekt, omsorg.
Responsabilità, rispetto, cura.

Responsabilità: abituarsi a compiere delle scelte e ad assumerne le conseguenze. Se non ho voglia di seguire una lezione, l’insegnante mi dice: “Scegli: o stai in classe e partecipi attivamente, oppure vai fuori e fai quel che ti pare. Se scegli di uscire, sai che dovrai passare l’intervallo nella stanza degli insegnanti”. 
Rispetto: la mia libertà di azione non deve limitare quella degli altri. Posso ascoltare musica mentre lavoro individualmente, ma devo tenere il volume basso per non disturbare i miei compagni. Posso mangiare durante la lezione, ma in silenzio e facendo attenzione a non sporcare il banco.
Cura: a prescindere dal motivo (per colpa o per destino), ci sono alcune persone che sperimentano maggiori difficoltà rispetto ad altre. Cura significa guardarmi intorno e capire chi ha bisogno di una mano, e poi dargliela. Ma significa anche non aver paura di chiedere aiuto, se sono io a trovarmi in difficoltà.

Ecco cosa imparano i bambini danesi a scuola. O, per lo meno, imparano che questo è quello che dovrebbero imparare, imparano che questo è ciò che i loro insegnanti reputano davvero importante.

 
Arianna

Viktor vuole morire

«Hai saputo di Viktor?»
«Viktor? No, cosa…?»
«Non sai niente?»
«No. Ma cos’è successo?»
«Hai presente chi è Viktor, vero?»
«Ma certo: Viktor! Il ragazzo che segui tu, il ragazzo…»
«Cieco. Esatto, proprio lui»
«Cos’è successo?»
«La scorsa settimana ha avuto una crisi molto grave, insomma, era già da un po’ che non stava bene, però la scorsa settimana, ecco, c’è stata questa crisi ed è venuto fuori tutto… ha detto ai compagni che vuole morire… è stato molto violento»
«Nei confronti…»
«Di se stesso. Nei confronti di se stesso»
«Mi dispiace tantissimo, io… io non sapevo…»
«Già»
«Ma lui è cieco…»
«Dalla nascita. Però ha altri problemi, oltre a questo. Per qualche settimana non lo vedremo a scuola, oggi è venuto ma è l’ultimo giorno. Verrà ricoverato in una clinica dove cercheranno di aiutarlo»
«Capisco. Mi dispiace davvero tantiss…»
«Anche a me».

È l’una, la scuola è finita. Aspetto una collega all’uscita. Anche Viktor aspetta. È a pochi passi da me, naturalmente non mi vede ma chissà se percepisce la mia presenza, in qualche modo. Aspetta che lo vengano a prendere, poi forse lo porteranno alla clinica in macchina, oppure andrà a casa e alla clinica lo porteranno domani.
Adesso è qui, davanti alla scuola. E pure io sono qui, davanti alla scuola.
Vorrei trovare una parola, un gesto, mi accontenterei perfino di un pensiero, qualcosa insomma, qualsiasi cosa capace di alleviare – di pochissimo soltanto – il suo dolore. Invece niente, proprio niente niente.
Viktor ha tredici anni, e vuole morire.
Una macchina accosta, un uomo (forse il papà?) apre la portiera, Viktor sale in macchina, si siede, la macchina si allontana, poi svolta a destra, riesco a vedere la targa posteriore per un attimo ancora, poi la macchina, e l’uomo (forse il papà di Viktor), e Viktor, tutto scompare.

Nel frattempo, io sto piangendo.

Arianna

Un altro mondo esiste

Prendete una piccola scuola in Danimarca. Prendete una bambina e una ragazza, scalze, sedute alla stessa scrivania. Prendete tre adolescenti che dipingono nel corridoio. Prendete un’aula piena di strumenti musicali, con la porta socchiusa. Prendete una classe di tredicenni che ascolta i compagni leggere ad alta voce, e poi commenta col sorriso, uno per volta. Prendete una preside dagli occhi chiari. Prendete queste parole: “La nostra è una scuola aperta, vogliamo che gli allievi la percepiscano come un’unica stanza in cui imparare. Non li sgridiamo, cerchiamo di trattarli gentilmente e dialogare con loro, perché solo in questo modo si sentiranno bene a scuola, e diventeranno cittadini rispettosi in futuro”. Prendete dieci insegnanti felici, una cucina che odora di patatine fritte, disegni alle pareti, una palestra, un cortile con la sabbia, un’amaca, molti alberi.

“Come ti sembra la nostra scuola?”
“Un sogno”
“Lo pensi davvero?”
“Certamente! Noi siamo lontani, lontanissimi…”
“Hai visto che è possibile. Ora devi tornare in Italia e fare la rivoluzione”.
Sorrido. Rispondo: “Sì”. Sottovoce, però si sente.

Suona come una promessa.

Arianna