Schizofrenia quotidiana

In centro girano una fiction Rai. Ci son persone vestite come la fine dell’ottocento, sedute sulla panchina. Cineprese, carrelli, microfoni, camper degli attori, perfino una carrozza con i cavalli, là sul fondo, e feci spalmate sul porfido.

Sulla panchina vicina agli attori stanno due persone. Due senza dimora, uno ubriaco.

Sia gli uomini di fine ottocento, sia gli straccioni se ne stanno là, al proprio posto, ed entrambe le realtà fingono di non vedersi.

Dovrebbe esserci un’attrice famosa, dicono.

ImmagineGiulio

Annunci

Un calcare prezioso e piscio d’oro

Abumar è incastonato sulla panchina, come un calcare, prezioso per i cercatori d’oro che in piazza cercano eroina. Oppure è una ruggine che nemmeno la polizia ripulisce, per l’età e per l’infamia e quindi resta incrostato lì tra la panchina e la palazzina liberty, estate e inverno. Infame è chi fa un giro in pantera e mentre gira canta, canta i nomi degli altri, degli spacciatori clandestini e innocenti che finiranno in carcere e sui giornali.

Intorno a lui rampolli tunisini, ragazzi adusi allo spaccio che si scambiano palline nascoste in bocca o nel culo dei cani. Normali cani da passeggio con l’eroina nel culo. Quando arriva la pantera, evaporano di rugiada sorpresa nel mezzogiorno. Veloci come chi ha del fumo in tasca o una busta malcelata tra le pieghe del corpo, con la plastica bagnata dal sudore, con la pastica che strozza i pori.

Abumar è clandestino ed è da quindici anni il mio vicino di strada – di casa sarebbe un dire inopportuno – attende il suo documento che arriverà da Baghdad. Sputa e dice “fenculo Baghdad” e da come lo dice si vede che la conosce, si vede che è la sua casa.

Quando la gente passa di lì, di lui sente l’acre odore minerale del piscio. La gente pensa che schifo e quando dice che schifo non sa che quello è piscio iracheno, cristallino oro liquido di un uomo che ha perso tutto. Che schifo. Non sa, la gente, dei suoi figli in Canada, e di sua moglie che lo aspetta. E che lo aspetterà.

Giulio