Non abbastanza lontano

 

Mi hai fatto del male
e non me l’aspettavo.

Forse ti ho idealizzato e speravo
in carezze come fai con gli amici
e non che mi “trucidassi”
come fossimo nemici.

Mi hai spezzato il cuore
e, senza far rumore,
mi hai lasciato sola nella confusione.

Mi rimprovero l’ansia, il non aver respirato
e di averti permesso di togliermi il fiato.

Ripenso a me sdraiata sul divano
e a quanto quel pianto non sia ancora lontano…

 

Testo: Filiderba
Foto: Serena

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Déménagement

un cuore di carta4133278357_398c1209e2_b

che si gonfia
si bagna
e si asciuga

s’increspa.

 

la vita continua
senza di te
così solitaria

si dice che continui
ma così dura,
mi manchi sempre

anche quando lo dimentico.

 

Irene

Foto: Eva Munter

Proteggi

invece io non capivowpid-fxcam_1346168709481
e adesso capisco un poco
sento

il dramma del tuo sguardo
cambiato tuo malgrado
verso di me

il male che male il tuo
e io che ero la tua
stupidina

adesso capisco
e quel male d’impotenza
di rabbia
da me generato
poi subito

io che mi alleno per essere migliore
rifletto e mi tengo salda
a me

per te che non ci sei
che non ti ho più voluto
che non torni

in nessun altro.

 

Irene

Foto: blog Nordur 66°

 

lentischio

potrei per sempre
essere fiore in un vaso
ma sarei finto
o invecchierei secco

o tutto o niente
e questo mi distrugge
peggio della morte
l’addio per sempre

Giacomo

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translation

I could forever
be flower in a vase
but I would be fake
or I would age withered

all or none
and that destroys me
worse than death
a goodbye forever

Come stai?

Eh, bella domanda.
Sto che invidio chi non ti conosce, perché non sa cosa si perde. E poi invece mi rattristo per chi non ti conosce, perché si sta perdendo qualcosa.
M’allontano dai vivi, colpevoli di non essere te. M’allontano dai vivi, e da me stessa. Come oso sopravviverti? E così io dovrei vivere e tu morire? Ma siamo impazziti?!
E poi invece m’avvicino ai vivi, li voglio con me, stretti stretti. M’avvicino ai vivi, e a me stessa. Sono qui, in questo dolore. Sto. E ti aspetto.

Tua Mogliettins, Ariannons, pettinature particular, troppo the sweet (ma anche last) one, Lovera interrogata sulle figure retoriche, Marisa e Katia (per elencare solo i principali). Aggiungerei anche premio chapino in materia di killing, considerata la situ.

E’ andata così

Dunque, è andata così, come le cose che si dicono, senza pensare. Come le cose che si dicono, così son dette, e non bisogna pensarle. E’ andata come sapevi che poteva ma, tra i timori e le speranze, si fan belle le seconde: un tocco di cipria e voilà.

E’ andata così, come le cose che prima chissà, poi massì finché, di colpo, vanno in un modo. O in un altro. E’ andata con una frase in macchina, e una mano che si lascia stare, lì, per trattenere la fine, non ancora finita.

E’ andata così, come le cose che sai e puoi, ma non vuoi. E’ andata a guardare l’asfalto giallo di notte, battere i denti e parlare per ore, del niente, che resta da dire.

Arianna

L’ultima volta

L’ultima volta che ci siamo viste non sapevo che sarebbe stata l’ultima.

Eri lenta lentissima nei movimenti, citofonai tre volte perché non scendevi più: “Un attimo, arrivo!”. Nella tua voce c’era l’irritazione di chi si scontra ogni giorno con la goffaggine dei sani. Mi vergognai della mia impazienza, mi sentii così stupida, superficiale, così… e poi, di colpo, eri lì.
Sul tuo volto stava la sofferenza che non potevo capire, che sapevo, sì, sapevo, eppure no, in quel momento m’accorsi che non sapevo proprio niente. Come abbracciarti senza farti male? Come parlarti senza ferirti? D’un tratto, eravamo estranee. Il mio passo troppo veloce nonostante cercassi, facessi attenzione, t’assicuro che c’ho pensato, e dire che Eli m’aveva preparata: “Non sarà piacevole vederla così”. 
Provai a farti ridere, ricordi? “Malgrado le cure, sei sempre la mia Trendy Teacher!”, ma il tuo sorriso – per la prima volta – mi parve forzato. Non avevi proprio voglia di scherzare. Qualche mese in più negli occhi, e già appartenevi a un’altra generazione. Quei ricci fragili, il viso grigio, scavato, e poi il ventre, grande, gonfio: “Una commessa ieri mi ha chiesto se ero incinta… davanti a mio padre! Guarda, la gente, veramente…”.
Non riuscivi a stare seduta, andai a chiedere dei cuscini ai ragazzi del bar (“Che antipatici in questo posto, se la tirano come non so cosa!”), mi feci dare tutti quelli che avevano: “Grazie, tesoro”. 
“Come va lo stage al museo?”, sì, ti trovavi bene ma avevi energie soltanto per un part-time, ti dispiaceva. “Non va troppo male però, ecco, io una che può andare in giro così la invidio”. Una ragazza in minigonna, alta, slanciata, coi tacchi. “Ma non perché bella o brutta, semplicemente perché cammina… così, vedi?”.
Non c’era molto che potessi dire, tu però insistevi, volevi che ti raccontassi di me, come al solito: “Hai dei bei progetti, si vede che ci credi. Ce la farai”.

Non lo so, Trendy Teacher, non so se ce la farò. Ma ti prometto che ci proverò. E ti prometto che, di fronte alle mie fatiche, mi ricorderò delle tue parole: “Sai meglio di me che non è questo il problema: il problema è che non ti ami abbastanza”. La sento ancora la tua voce che me lo ripete.
In effetti, ha ragione.

Arianna

Chiedo un miracolo

Non ci sei.
E’ proprio vero che sei morta, allora. Non è come quando ti arrabbiavi, sparivi per un po’ e poi ti passava. Questa volta è diverso.
Ti cerco, dimenticandomi che non posso trovarti. Ti cerco nei cassetti, non ci sei. “Forse dovrei provare nell’armadio”, penso. Ma niente, neppure lì ti trovo. Ti cerco nei capelli arruffati di una bambina che mi chiede: «Dove dormi?». Ti cerco stasera a teatro, appena prima di commuovermi, e nel riflesso di una candela, diventate due nel bicchiere.
Non ci sei, va bene, lo devo accettare. Ma chiedo un miracolo: sopravviverti senza tristezza. Chiedo di trovarti nel modo in cui puoi esserci e godere della tua esistenza, passata – è vero – però reale. C’eri.

E fanno tre mesi.

Arianna

A piedi uniti

Così ti vedo
in quel bisbiglio di luce
che scivola sotto la porta quando viene giorno
Nelle foglie stropicciate che piovono a terra

Nelle bambine vestite di rosso
che saltano le pozzanghere a piedi uniti

Nelle biciclette che inciampano
sulle rotaie dei tram
e poi riprendono equilibrio

Ti vedo nelle briciole di biscotti
abbandonate
e galleggianti
nel fondo del caffè

Negli angoli piegati delle pagine più belle
che tanto sai che quei libri
chissà quando li rileggerai
e poi chissà se sarai la stessa
che ha fatto quella piega

Nelle matite colorate senza punta
e nei calzini lasciati a terra

Ti vedo meglio quando non ci faccio caso
e poi mi accorgo di averti visto

Nelle camminate che fanno rumori strani
e nelle candele che colano cera

Nei tappeti su cui puoi distenderti
nella frase: “come un lino teso a sventolare”
nei naufragi
e nelle pelli dei tamburi

Nelle lune inquadrate da finestre opache
nei braccialetti che si slargano attorno al polso
nel colore viola
ma anche nell’arancione

a volte
anche nell’arancione.

Stefano Visconti

All’ospedale

Si viene per guarire
si viene
per morire.

Questa stanza numero quattro
non ti rappresenta:
troppo pulita, ordinata, colori
delicati.

Però le pareti azzurre
chiare come 
quel manifesto in cucina 
– ricordi?

E poi un vaso di fiori 
chi ti ama ti stringe la mano, ti accarezza
i capelli ancora
ricci.

La pancia gonfia, il respiro
il respiro, il respiro affannato
ce la fa ancora, ce la fa, ce la fa
per ora.

Ti ho vista che eri?
Siamo state vicine – dimmi – sapevi?
Hai sentito chiamare il tuo nome, i nostri
li udivi?

Chissà dove e in che modo sei 
diversa
da prima, da noi che siamo
senza. 

Lo smalto rosso, la voce, un lampo
negli occhi
sei tornata soltanto
un momento.

Ci mancherai.

Arianna