Silenzi, presenze

“Ari?”IMG_2068
“Sì?”
“Ah ci sei!”
“Certo! Ti stavo ascoltando…”
“Eh però, Ari, al telefono devi dire ogni tanto ‘Sì’, ‘Mmh’… Non puoi stare zitta tutto il tempo! Altrimenti come faccio a sapere che sei ancora lì?”.

Per quanto mi costi ammetterlo, mia mamma ha ragione.

Tra le tante cose che necessitano della co-presenza fisica va annoverata la possibilità di rimanere in silenzio.

Arianna

Foto: Provenza 2013

imprescindibili

Medici in prima linea, medici dell’urgenza, medici nelle zone di conflitto del pianeta; medici ricercatori, pionieri di scoperte a volte sensazionali; chirurghi e rianimatori, che salvano, a volte miracolosamente, vite umane; oncologi, che ci provano; ginecologi, che accompagnano nuove vite; medici naturopati, medici orientali, medici omeopati.
Infermieri in prima linea, infermieri dell’urgenza, infermieri nelle zone di conflitto del pianeta; tecnici di laboratorio, indispensabile manovalanza di scoperte a volte sensazionali; operatori sanitari; ostetriche, che accompagnano nuove vite.
Uomini e donne a cui la scienza, la vita umana, deve molto.

Ci sono però dei medici, e degli infermieri, che non sono in prima linea. Rimangono nelle retrovie, con un quotidiano e faticoso, delicato, ma prezioso, fondamentale, lavoro. Sono i medici e gli infermieri palliativisti, che convivono ogni giorno con una medicina che non può più trattare attivamente, in una forse laconica ammissione di sconfitta, ma che invece possono offrire – ed offrono – qualcosa di grande, che è assenza di dolore, è dignità, è capacità di congedare, di congedarsi.
Sono coloro che si prendono sulle spalle il carico non solo di chi lascia ma anche, e soprattutto, di chi resta.
Sono uomini, e donne, che sanno ascoltare. Che sanno rimanere in silenzio, anche quando il silenzio attorno è macigno.
Sono medici, ed infermieri, che piangono. E che si sentono liberi di poterlo fare.
Sono medici, ed infermieri, imprescindibili.

Il tempio del silenzio

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Mi sono seduto ieri per terra, sul tappeto davanti alla finestra, spostando la tenda di lato, a guardare il cielo e quel bianco soffice che avvolgeva la notte nel suo silenzio.

Fuori dalla finestra, le raffiche di vento giocavano con la neve, come il tempo con le preoccupazioni. I fiocchi cadevano dapprima lenti, poi spazzati di lato, poi verso l’alto, a destra e a sinistra, poi ritornavano lenti come coriandoli o foglie secce, poi si mettevano a correre verso il basso come se il vento fosse una cascata di aria e neve che precipitava verso terra, poi di nuovo lenti, leggeri, come piume.

Così anche le mie preoccupazioni, i miei pensieri, a volte sono soffici, a volte vanno veloci, a volte cadono a volte vengono spinti a destra, a sinistra verso l’alto e verso il basso per un po’, prima che mi decida a lasciarli andare.

(Devo riparare la staccionata del mio poggiolo, piegata dal vento e dal peso della neve.)

Dopo, quando sono caduti, il cielo diventa subito pulito, e l’aria di cristallo. Ma prima, tutto quel che doveva cadere lo ha fatto.

Dopo, quando si sciolgono, rimane il terreno bagnato e freddo, il sole a riscaldarlo, la primavera ad aspettarlo, qualche mese più in là, oltre la porta di casa. Eppure il bianco di oggi mi riporta dentro me stesso, come se chiudendo gli occhi entrassi in una cattedrale immensa, ricoperta di neve e di silenzio, sulle coste della Bretagna.

Giacomo

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Senza sequenza

Scusate il silenzio. È solo che mi annullo.
Piano piano, a poco a poco.
Scusate, è solo che le parole, il silenzio
le contagia.
Come non ci fosse che il torto, tutto
il torto. E la punizione.
Reazione, azione, senza sequenza.
Solo il sangue avvelenato di un nesso.

Gianmarco

L’amore ai tempi della collera

Sto affrontando il silenzio. Dice più di mille parole, si dice. Non è vero. Mi chiedo cosa sia il silenzio. Credo sia una gabbia, perché solo le parole rendono liberi. Usarle, s’intende. Parlare. Parlarne, delle cose che succedono. Il silenzio lega le mani, non concede molto spazio all’azione, all’iniziativa: blocca, chiude, segrega – il silenzio connota il segreto. Priva di identità, di un volto, chi assume il silenzio o chi lo subisce. Si può decidere di stare in silenzio, di chiudere le ali alle parole e al loro potere di cura. Si può subire il silenzio di un altro, riconoscere che qualcuno priva un altro della parola e non violare quella gabbia. Si può provare ad allargare le sbarre, se non si ha resistenza da parte del prigioniero. Non ha parole, il silenzio, per questo quello che avviene durante il silenzio è irrazionale. Non è vero che si può interpretare. Stiamo sul pezzo, il testo è importante e non c’è sottotesto senza testo, non c’è struttura senza sovrastruttura. Non c’è reazione senza azione, ma il silenzio è la nemesi dell’azione, l’apologia del vuoto consapevole. Una violenza.

Mi chiedo cosa sia il silenzio, o forse solo il suo perché?

Gianmarco

Memorie di un pellegrino

Eravamo noi fedelissimi riuniti per un’esperienza unica del suo genere. Ritrovarsi con loro ogni volta è come se fosse la prima. Sono diventati come fratelli per me, persone verso cui nutro un’enorme stima e affetto.
Eravamo tutti allegri ed emozionati come bambini. Ero contento anche di aver lasciato dietro le spalle le mie aspettative e questo, ero convinto, mi avrebbe giovato permettendomi di vivere libero e disposto la Pratica nella sua essenzialità.
Smontato da cavallo mi ritrovai subito immerso nella natura. La voce del torrente poco lontano cantava decisa la sua melodia, mentre lo splendore delle stelle emetteva una tenue luce diffusa che ci lasciava intravedere forme e ombre nell’oscurità. Mi sentivo abbracciato dall’atmosfera silente che regnava in quel posto selvaggio. Camminammo in fila indiana lungo un sentiero che costeggiava la foresta e seguiva l’andamento del torrente avvolti nel nostro mantello scuro. Saremmo giunti a breve alla cascata. Io ero l’ultimo e chiudevo la fila del gruppo.
Mentre muovevo i miei passi feci finta di essere sospeso nell’aria, a qualche metro da terra sopra la mia testa, osservando dall’alto il mio corpo indaffarato che camminava sottostante. Questo lavoro di immaginazione è chiamato “terzosservazione” proprio perché si finge di osservarsi dall’esterno, dal punto di vista di una ipotetica terza persona. E’ molto utile riuscire a cambiare prospettiva perché permette di notare cose che altrimenti passerebbero inosservate, soprattutto di noi stessi, come una postura scorretta, movimenti goffi o meccanici, inutili, superflui. Dall’osservazione dei movimenti e della postura possiamo risalire anche al nostro carattere, al nostro stato interno, alle nostre emozioni e quindi renderci conto di stati d’animo interni di cui non eravamo pienamente consapevoli.
Arrivati alla cascata il rombo dell’acqua faceva vibrare l’aria e i nostri spiriti. Un rumore costante cominciava a prendere spazio nella mia mente lasciandone sempre meno ai miei pensieri. Ci inerpicammo su per un sentiero che portava direttamente ai piedi della grande cascata che si stagliava altissima davanti a noi. Ho ancora oggi l’immagine vivida davanti agli occhi di quella enorme colonna d’acqua in caduta, della tenue luce che l’illuminava rendendola, nella sua veloce caduta, bianchissima. Le nostre fiaccole emanavano fasci di luce nell’aria permettendo di vedere chiaramente come  piccolissime gocce d’acqua danzassero nell’aria mosse dal vento leggero che spirava da Est.
In silenzio ci sedemmo a cerchio per la meditazione mentre due di noi armati avrebbero fatto la guardia al gruppo. Avevamo adottato quelle misure di prudenza perché poche settimane prima era stato avvistato un gruppo di mercenari aggirarsi nella zona, e non volevamo essere colti impreparati. Dopo essermi seduto e sistemato per il freddo e per l’umidità con opportuni mantelli sulle spalle e sulle ginocchia, chiusi gli occhi e mi lasciai andare, come trasportato da una musica dolcissima finché lentamente mi persi in quel silenzio interno che si era generato. Il frastuono dell’acqua infatti si muoveva come una spazzola nella mia mente pulendola e svuotandola dai miei pensieri, dalle mie preoccupazioni. Mi unii così al rombo della cascata e diventai suono, poi diventai cascata stessa perdendo quasi la percezione del mio stesso corpo. Il tempo si era in qualche modo deformato perché lo scorrere dei minuti fu molto più veloce di altre meditazioni che sostenni precedentemente.
Finita la Pratica la mia mente era sgombra, candida, trasparente. Un profondo benessere mi aveva improvvisamente invaso, il mio respiro era lento, calmo e profondo. Non avevo pensieri, semplicemente osservavo ciò che mi circondava in una pace interiore davvero intensa. In silenzio ritornammo ai cavalli.
Non chiusi gli occhi fino all’alba e rimasi con gli altri miei fratelli a chiacchierare concitato su un tavolo all’aperto di una delle locande del posto…

Demetrio

L’incanto della notte

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Nel buio della notte
l’incanto muove un passo
si avvicina, guadagna
spazio sussurra silenzio.

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Non tutti lo vedono, non tutti lo sentono. Vive solitario oltre la tua vita, oltre il centro del tuo mondo rappresentato da te stesso. Se lo vuoi lo raggiungi, ci cammini assieme, lo ascolti mentre non parla, lo osservi al tuo fianco quando non lo vedi, lo ami e ti manca quando non c’è. E’ la magia che rompe la gabbia che ti tiene rinchiuso, è l’incanto, lo stupore e la meraviglia, la voce del vento e delle foglie tra gli alberi quando danzano, è la sinfonia dei grilli, gli anelli della luna e i piccoli fuochi accesi lungo le rive del firmamento, su quell’oceano vastissimo nel cielo, il respiro finalmente lento e profondo, sei a casa.

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Le stelle ti chiamano forte,
voce di seta scuote risuona
l’anima nel petto questa notte,
questa notte è la tua notte,
fermati oggi, fermati ora
prima che ti sfugga il tempo
di sederti e amare ancora.

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Giacomo