Non farne una tragedia

geneve-7-11-decembre-2011-012Una singola vita infelice
una
sola, che vuoi che sia,
una vita
pancia lacrime urla
di donna
viva ma
come gettata contro
in mezzo a chiedere
Perché?
Per quanto ancora?

Foto: Ginevra 2011

Conversazioni

A questo dolore

Hoi An 2016Pensavo di aver finito, con te.

Ci siamo detti tanto, non era
tutto?
Quanto spazio ancora
quante notti?
Ah, dici,
sono io
che ti tormento?
Ma guarda!
Se appena gratto
subito trovo
te: arrabbiato come prima.

Non voglio
Non voglio

Devo.
E’ successo
è stato
più preciso che possibile
– e io c’ero.

Foto: Hoi An (Vietnam) 2016

Un ramo secco

DSC_0052_2Hai pianto ti senti come
un ramo secco
gli esami, le visite, i dottori
un ramo senza
fiori
frutti manco, neanche
la speranza che un giorno.
Un ramo secco
che ci fa nel mondo?
Aspetta di finire
nel camino
aspetta
di spezzarsi
sotto a un piede, una zampa, un sasso
e fare “crack”.

Per te
cerco oggi la parola
che non ho
la parola, amica,
che guarisce
la parola che consola.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Invidia

Per chi non conosce il male
o lo conosce ma solo un po’, così,
per sentito dire:0328
magari il figlio dell’amico,
un lontano cugino, la sorella
del cognato o addirittura
nessuno
di sua conoscenza, proprio nessuno.

Per chi ha conosciuto il male
ma ha vissuto anche senza:
arrivato, e poi andato.
Per chi ha pensato: fine! Ora si parla d’altro.

Per chi non riesce a immaginare
niente
di così terribile da far dubitare
che ne valga la pena, per chi dice
massì, dai, in fondo
ce la siamo sempre cavata tutti, no?

Per questi ed altri:
invidia
come una protesta contro
come dire basta
e poi voglio
anch’io voglio, come gli altri
altrove
altre difficoltà, va bene,
ma di queste: basta.

Arianna

Foto: Eleonora Pascai

Il dilemma

Nei giorni difficili ti chiudiIMG_3459
in stanza non esci non rispondi
al telefono.
Di tanto in tanto trascini un piede, due
in cucina ma solo un attimo
metti su il caffè poi chiedi
“Guardate voi?”.
Quando viene su incredibilmente fa
come fa
sempre di solito
un caffè nella moka
ignaro del tuo umore della giornata
uguale ad altre diversa
beato lui.

Nei giorni difficili sei anche tu
come i giorni:
difficile capirti ascoltarti nel tuo silenzio
stai male, ti sento da fuori che dentro
piangi
o semplicemente respiri, ferma
ad aspettare il niente ché niente
t’aiuta.
Nei giorni difficili noi stiamo fuori
davanti alla porta aspettiamo ci guardiamo
e il primo che parla
sospira.

Nei giorni difficili un dilemma
mi tormenta: come fare
a stare
come sto.

Arianna

Foto: Assisi 2014

Il bello e il cattivo tempo

IMG_3239Lo decidi tu
o, meglio, le voci
nella testa prima e poi
sul tavolo
in cucina dentro al caffè
dek
ma soprattutto dove stai tu di più:
tra le pieghe
del letto.

Il bello e il cattivo
cattivo proprio a volte
fatto di cose che feriscono
come parole e sguardi
lontani
lontani.

Ho paura
in questi casi si dice per dire
fuori
che forse vuol dire solo uscita,
come capita a tutti:
uscita un attimo
che dura
quanto dura
quando torni?

Mi manchi
non resta niente
di quello
fatico
tra continui sbalzi di temperatura
questo vento obliquo e ancora
piove.

Arianna

Foto: Umbria 2014

Limite (2)

Mi dispiace, ti penso, senz’altro il tempoIMG_3383
il tempo
senz’altro.

Quanto, poco, le cose che posso possiamo
la rabbia, dici anche la rabbia, certo
e non sai dove, come
inaccettabile, hai ragione.

Sperimento il limite:
vorrei
non posso.

Arianna

Foto: Isola Polvese, Umbria 2014

 

 

Vietato ai minori di 12 anni

IMG_2724Sulla porta c’è scritto “Vietato l’ingresso in reparto ai minori di 12 anni”.
Io sono lì per S.
Che è di fianco a me, siamo andate sotto a prendere un caffè.
(Accompagnata può uscire, sotto, al bar).
Le chiedo – temendo di ascoltare la risposta che immagino:
“Perché vietato ai minori di 12 anni?”
“Beh, perché può essere sconvolgente”.

E infatti. Mi sconvolgo.
Cioè mi dispiaccio, mi rattristo, mi accartoccio su me stessa e sento che voglio andare via, lontano da quegli sguardi vuoti, vuoti, vuoti d’un vuoto come se nulla importasse, nulla, come se non fossero lì, come se non fossi lì, come se non ci fosse niente, niente in grado di fare niente.

Dei corpi buttati sui divani della sala fumatori, con un film qualunque in tv.
“Fanno sempre dei film accussì”
S. commenta: “Eh sì”.
(“Io non ho capito cos’ha detto!” “Beh, neanch’io, ma non importa”).
La signora deve avermi sentita perché ripete, a voce più alta:
“Fanno sempre dei film accussì”
Ed S. subito: “Eh sì, fanno sempre dei film così”.

La signora si dondola piano, in avanti, e indietro, seduta, mentre fuma e guarda da nessuna parte, da un posto chissà dove, chissà come, s’è persa – è chiaro – ma non si capisce quando, perché. Sta lì, il suo corpo, strabordante da una maglietta viola con scritto Dance, e dei pantaloni della tuta, blu, lì a dondolare avanti e indietro su quei cuscini di plastica, a vedere senza guardare un film che è sempre accussì. Non so come sia per lei “così”, ma dice che lo è, sempre.

Poi arriva uno di quelli delle dipendenze. Fanno i gruppi, al mattino, e al pomeriggio. Però S. mi spiega che sono più sfortunati di loro, perché non hanno i colloqui individuali con gli psichiatri. Questo che arriva ha una flebo attaccata al braccio, si porta dietro la struttura che la sorregge, con le rotelle e tutto quanto. Anche lui fuma, ma non ha lo sguardo vuoto. Mi sta subito simpatico.
Poi entrano una ragazzina, forse neanche maggiorenne, e sua mamma:
“Anche lei è ricoverata?” mi chiede.
S. risponde per me: “No, lei è solo venuta a trovarmi”.
“Ah.”
“…”
“È che sono tanto lunghe le giornate”, e sospira.
Sua figlia sta zitta, guarda anche lei con quello sguardo terribile, che ti toglie la voglia di pensare, di provare a capire, di parlare. Uno sguardo di chi è stato annientato, ridotto a niente, e anche tu ti senti così: un niente buttato lì, non si sa a fare cosa.

Il ragazzo delle dipendenze prova a introdurre un argomento di conversazione:
“Non ci fanno andare sul terrazzo…”
“Ma che ci devi fare tu col terrazzo?”
(la signora che dondola non sembra interessata, anche potesse, a uscire sul terrazzo).
S. chiede se è sicuro, che non si può andare.
Sì, è sicuro.
“Ma che fate qui, tutto il tempo?”, chiedo alla fine.
“Niente, si fuma…”
Il ragazzo delle dipendenze è più netto:
“Ci si spacca i coglioni…”
(S. ride)
“… o no?”.

Anch’io sorrido.
Poi, uscita da lì, comincio a piangere, così, come i film che fanno, come ha detto la signora che si dondola in sala fumatori, così.
“Così”, che non si capisce come.

 

Arianna

Foto: Roma 2014

Déménagement

un cuore di carta4133278357_398c1209e2_b

che si gonfia
si bagna
e si asciuga

s’increspa.

 

la vita continua
senza di te
così solitaria

si dice che continui
ma così dura,
mi manchi sempre

anche quando lo dimentico.

 

Irene

Foto: Eva Munter