Expulsion I

Il leur semblait qu’elle rêvait son rêve à lui et, inversement, qu’il rêvait son rêve à elle. Ils inventèrent alors un mot pour désigner cet étrange rêve. Aussitôt les deux furent expulsés du paradis. Dieu ne leur pardonna pas la découverte de la réalité.

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Espulsione I

A loro sembrava che ella sognasse il sogno di lui e, per converso, che egli sognasse il sogno di lei. S’inventarono allora una parola per designare questo strano sogno. Immediatamente i due furono espulsi dal paradiso. Dio non perdonò loro la scoperta della realtà.

Martin

Come ragni nei buchi

Scrivere. Di questo e di quello. Le parole sono immobili, i pensieri scappano davanti alla pagina come ragni, si rifugiano nei buchi, lasciano spazio all’incerto. Nell’incerto è difficile scrivere. Nel non sapere bene: meglio non pronunciarsi, meglio attendere di sapere meglio.

Il sogno. Realizzare un sogno, realizzare il proprio sogno. Il mondo che va a rotoli. Perché a rotoli? Mi ricorda i rotoli della carta igienica: il mondo va a rotoli di carta igienica morbida, a cinque strati di morbidezza. Non siamo ancora con le pezze al culo. Si parla molto, di cambiare le cose, ma non si sta ancora abbastanza male. E’ illuminante quando mi ha riferito un amico pochi giorni fa rispetto alla sua situazione abitativa. Mi diceva: stare con i miei presenta grossi svantaggi, tuttavia andare a vivere da solo, in queste condizioni (senza lavoro) presenta delle incognite ancora maggiori, quindi fino a quando quegli svantaggi non saranno insormontabili resto a casa loro. Lo stesso vale per la rivoluzione: stiamo ancora troppo bene.

Se stessimo peggio, molto peggio, forse avremmo la forza di scegliere le incognite al posto degli svantaggi. Più avremo svantaggi, più saremo prossimi a scegliere le incognite del cambiamento.

Ma chi vuole cambiare? Tu vuoi cambiare? Io ho i miei dubbi. Non ti vedo davvero convinto, nei fatti. Ti lamenti, si, ma cosa fai? Rimani nella teoria del cambiamento, bella forza! Mio padre diceva che ero un teorico, da piccolo. Mi ha salvato. Sono diventato un pratico: della teoria del cambiamento non me ne faccio niente. Nessuno vuole cominciare? Si, io! Ma da dove? Da te stesso! Da lì non ho voglia e dall’esterno è troppo difficile, troppo grande. Lo dicevo: nessuno vuole cambiare.

Occupy. Occupy Wall Street. Occupy WS = Occupy OS. Occupy Our Selves. Occupiamoci. Espugnamo noi stessi, manifestiamo contro quello che di noi non ci va. Indignados. Indignamoci verso noi stessi e le aberrazioni che conteniamo. Sennò, quale valida alternativa avremo da proporre al sistema dell’egoismo e dello sfruttamento? Andremo all’estero?  All’estero di noi stessi?

Ancora una volta, i pensieri scappano come i gatti per i vicoli, si nascondono dove non possono essere trovati.

Dentro, covo la rivoluzione. Ma sarò davvero il 99% di me stesso?

Giulio

Derby

Chi ha detto che la fantasia può superare la realtà?
La fantasia, alla fine, perde sempre. La realtà supera la fantasia, mi sembra sia un detto.
Noi vogliamo l’impossibile perché crediamo nei sogni. Crediamo in qualcosa che muore al risveglio.
La fantasia è un posto dove ci piove dentro. Ma cosa ci piove, questo è il punto.
Abbiamo interpretato i sogni per ricondurli al reale. Disimpegnare i sogni è la filosofia dell’Occidente. La sua retorica è crederci, e valorizzare la fantasia come creatività.
Come arte, che per definizione è vera arte solo quando è completamente e consapevolmente inutile.

Gianmarco

Ad libitum

I moti in Egitto e Tunisia, un po’ meno quelli in Albania, sono acclamati dal giornalismo internazionale come la rivoluzione che ci doveva essere. Ma è facile fare i rivoluzionari con le rivoluzioni degli altri, tanto quanto fare i comunisti con i soldi degli altri. In Italia mi pare che accanto all’entusiasmo vi sia una neppur-tanto-leggera paura di quello che avviene sull’altra sponda del Mediterraneo. In Italia, si sa, l’altra sponda è sempre vista un po’ male, di qualunque cosa si parli. La sponda albanese desta la preoccupazione di un Belpaese che ha sempre goduto della connivenza con il potere vigente nel Paese delle Aquile, un po’ per interessi economici (una bella sottomissione economico-mediatica), un po’ per interesse patriottico – finché dalle coste illiriche è giunto il nemico ad alimentare il senso della (i)nazione. Forse preoccupa che un paese che vede la nostra televisione sia arrivato finalmente a mobilitarsi, ad assumere una risonanza extra moenia: forse lo scarto fra il sogno italiano e la realtà albanese ha spinto a tutto ciò? Rimane da capire cosa si intende per sogno italiano, perché lavoro non ce n’è, ma gnocca ad libitum a manetta. Ah, ecco cosa potrebbe essere. Alla fine, dal ratto delle Sabine in poi, ha sempre tirato più un pelo di che un carro di.

Consiglio la lettura di questo articolo di oggi.

Gianmarco

The boy in the bubble

“La superficie pare essere della stessa consistenza della guancia di mia madre quando aveva appena finito di piangere, e mi tirava su oltre le sue spalle per portarmi via di là ed io per un momento, prima di affrontare il mondo dall’altra parte della sua schiena, le sfioravo piano la pelle con la mia pelle e sentivo quello che le mie dita sentono ora: una soffice fragile frontiera di spuma. Non fa né caldo né freddo qua, la luce passa attraverso, forse attraverso anche me, ed è luce riflessa di caramello che riporta scomposte le sostanze del mondo sotto forma di colori tenui sempre diversi. Sono fermo tutto il giorno a guardarle e immaginarle queste sostanze, ci gioco con la punta delle dita le tiro a me e le mollo, le lascio partire e andare, lente nell’aria fino a quando si aggiungono alla parete della bolla. Ingrossandola. Che ci faccio qua dentro, non lo posso sapere. Io resto qua, attraggo e mi lascio catturare. Prendo in mano la luce che entra e la rispedisco un po’ qua e un po’ là. E’ l’unico senso che mi do, ma è un senso maggiore, è quello di immaginare che tutto quello che entra sia qualcosa di buono: immaginarne la forma, l’odore, sostanza, spessore. La superficie di questa bolla lo so, è fragile. Sembra il momento prima che la terra scosti la tenda del sole per fare spazio alla notte, lo spazio tra due mani che stanno per fare il loro suono di clack, la matrice che tiene unita i numeri primi a un sottoinsieme di potenze maggiori: sembra, la bolla, un giardino di curve boleane dove io posso continuare a immaginare il mondo che non so… ma che penso, aggiusto, costruisco senza rette. Senza piani. Libero di affondare le mani nei suoi seni e nelle sue altre sfere. La bolla è cristallo puro, una macchia nel cuore del burro più bianco dove io vivo e continuo ad affacciarmi oltre la spalla di mia madre sul mondo. La bolla è la corona corolla sopra la mia testa che mi permette di riflettere le cose con le braccia spalancate invaso di luce oltre i miei nervi e la schiena. La preservo con cura, con cura l’accarezzo. Io sono qui dentro. Nel fotogramma del mio occhio. Io lì vengo. Proteggo. Accarezzo la superficie oleosa di un’immaginazione che va oltre me, e ancora sono di sogno.”

Michele

Dal libro che non c’è…

Urlo di dolore e di rabbia dentro una cella buia e fredda. Perché? In un preciso momento accade qualcosa: una goccia cade sulla mia testa. All’improvviso.
In quel momento mi rendo conto della condizione misera in cui si vive. Soffro. Non riesco più a raccontarmi le solite storie. Cosa succede? Il mondo non mi piace più? Un senso di insoddisfazione implacabile nasce dentro di me. Da quel momento in poi una sete profonda mi arde la gola. E come un animale assetato fiuto nell’aria alla ricerca di una sorgente per placare quella sete mai provata prima. Ma la strada mi è ignota. I miei sensi non sono sufficienti per trovare l’acqua.
Ma ecco che qualcos’altro si muove. Tutto l’universo mi offre una possibilità. E’ in quel momento che posso trovare una guida. Qualcuno che mi indichi la strada. E’ proprio allora che sbatto il muso contro la realtà. La strada per la sorgente non è comoda. E’ un sentiero poco battuto. Stretto. Pericoloso. Poco visibile. Talvolta invisibile. La mia realtà si sgretola come un mosaico che cade a pezzi staccandosi dal muro. Nessun punto di riferimento apparente, nessuna certezza.
Cosa fare adesso? E’ meglio ritornare in quella cella? Là non piove, il pasto è garantito, il letto non è troppo duro, e mi posso anche riposare. E’ una prigione ma non si sta troppo male. Nel cortile ci sono tantissime persone e ognuno ha il proprio numero di cella. Grazie a quel numero ognuno è diventato qualcuno.
All’aperto, invece, in balia delle intemperie non so cosa mi riserverà la strada ancora da percorrere. Il pane quotidiano bisogna guadagnarselo e capita spesso di non incontrare nessuno per molto tempo. Qui non ho un numero, non ho etichetta, non occupo sempre lo stesso posto. Qui non sono nessuno, sono solo me stesso, nudo come madre mi ha fatto. Eppure…
Eppure la luce del sole ed il suono del vento fra le fronde degli alberi ha sostituito la mia buia e umida cella e sono contento di ammirare questo paesaggio ogni giorno. Quando si incontra un viandante è un uomo o una donna con l’iniziale maiuscola. Dolci sono i frutti che posso cogliere lungo il viaggio. Questa è la Vita. Non potevo saperlo prima di averla vissuta.
Ci sono dei giorni però in cui il dolore dei piedi per il lungo cammino e il peso dello zaino mi annebbiano la vista. Mi sorge allora il pensiero di lasciare quel sentiero polveroso, stretto, incerto. Ripenso alla mia cella. Laggiù non avevo male ai piedi ma il mio spirito moriva lentamente.
Voglio sorridere ad ogni giorno che mi viene donato. Voglio lavorare su me stesso, sul mio carattere, sulle mie debolezze, aspettative, difetti. Voglio camminare e rialzarmi ogni volta che cado. Cado ogni volta che mi arrabbio con qualcuno rispondendo male; cado ogni volta che faccio qualcosa in modo meccanico, senza rendermene conto; cado quando sono schiacciato dal dubbio, dalle domande senza risposta.
Voglio confrontarmi, combattere e lottare veramente per i miei sogni, per i miei desideri, per ciò in cui credo, per essere finalmente me stesso! Voglio vivere intensamente, gioire e godere della vita consapevolmente. E’ dura ma non potrebbe essere altrimenti.

Demetrio

Visione

E mentre risalivo lungo il sentiero

vidi due piccole tartarughe verdi fare l’amore.

Potevano stare sul palmo della mia mano.

E mentre le osservavo incuriosito,

all’improvviso due occhi profondi si tuffarono nei miei.

E tirando fuori la lingua rossa,

una mi suggerì di proseguire.

Il sentiero continuava a salire,

tornante dopo tornante,

finché raggiunsi l’eremo.

Molte erano le stanze e di caldo legno i pavimenti.

Seduti a gambe incrociate stavano giovani guerrieri.

Mi misi accanto a uno di loro

e chiusi gli occhi.

Con la mente vidi allora il maestro dal nero kimono,

giallo oro scintillante la cintura,

e candida barbaneve decorava il volto austero.

Demetrio


Irma Cristallo

Terra d’autunno, landa,
vento che spazza e foglie
secche, accartocciate
nell’aria e nel fango.

Esile, nuda, spaurita,
che saresti della primavera
che scherzo ti fu:
che ora oggi sei qui in fasce
e già il tempo ti miete.

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Era in quel castello
nel giardino, all’ombra del frassino
che la vecchia non capiva
ti guardava attraverso, oltre,
e voleva che tu stessi bene
per lei, per non sembrar più madre
di chi è triste e scontento!

Il tuo dolore, la tua voglia
di scappare da lei, da quella casa
che ti uccideva la vita
che te la rubava prima che fosse tua.

Così vedendoti ventenne
sofferente
al tavolo delle feste,
altro non le venne
che sistemarti il tovagliolo al petto
sulla tavola imbandita
davanti ai parenti
e cominciare a imboccarti
come si fa con i lattanti.

Tu socchiudesti gli occhi
lacrimando,
con i pugni serrati
fremesti la voglia di sputarle addosso
e rovesciarle sul vestito la minestra
invece frustrata apristi la bocca
e accettasti il boccone tremante
di vergogna e disprezzo.

Era la mia nausea
che più non contenni
che mi alzai e ti portai via
che la spinsi e la feci cadere
o che volli farlo e non feci
io non ricordo più,
mi dispiace, di quella scena
se non quella donna malvagia
che ancor oggi, vite or sono,
ancor tremo e rabbrividisco.

Giacomo

Un altro mondo esiste

Prendete una piccola scuola in Danimarca. Prendete una bambina e una ragazza, scalze, sedute alla stessa scrivania. Prendete tre adolescenti che dipingono nel corridoio. Prendete un’aula piena di strumenti musicali, con la porta socchiusa. Prendete una classe di tredicenni che ascolta i compagni leggere ad alta voce, e poi commenta col sorriso, uno per volta. Prendete una preside dagli occhi chiari. Prendete queste parole: “La nostra è una scuola aperta, vogliamo che gli allievi la percepiscano come un’unica stanza in cui imparare. Non li sgridiamo, cerchiamo di trattarli gentilmente e dialogare con loro, perché solo in questo modo si sentiranno bene a scuola, e diventeranno cittadini rispettosi in futuro”. Prendete dieci insegnanti felici, una cucina che odora di patatine fritte, disegni alle pareti, una palestra, un cortile con la sabbia, un’amaca, molti alberi.

“Come ti sembra la nostra scuola?”
“Un sogno”
“Lo pensi davvero?”
“Certamente! Noi siamo lontani, lontanissimi…”
“Hai visto che è possibile. Ora devi tornare in Italia e fare la rivoluzione”.
Sorrido. Rispondo: “Sì”. Sottovoce, però si sente.

Suona come una promessa.

Arianna

Ocean Mist

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Occhi chiari
d’ebano velati
dell’immagine sopita
il riflesso costante.

Luci chiare
aurore nascenti
del drago la forma
cambiar si possa.

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Accade che il significato grosso e pavimentato talvolta lasci spazio, per natura stessa del luogo, alla terra profonda che da sempre esiste e alberga al di sotto e che per causa che sia ne e’ stata poi coperta e nascosta tra i millenni.

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Del sole
la rugiada celeste
scheletro di un granchio
tra i fiori dell’ibiscus.

Il mare si assesta
alla riva di sotto
di quella sottile
nebbia d’acqua.

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Giacomo