Cose che cambiano le cose

Un vicino di casa è in cassa integrazione.IMG_2731
Dice che l’ha scelto lui.
Per far lavorare chi ne ha più bisogno.
Sua moglie lavora e sua figlia è andata a convivere.
Dice che può permetterselo.

Ecco, sono queste le cose che mi commuovono.
Sono queste le cose che cambiano le cose, muovono le ombre e le luci e cambiano, ai miei occhi, la visione di quella realtà, che non ha bisogno di noi, per esser vista.

Arianna

Foto: Roma 2014

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Riprodurre l’esistente

Ad un certo punto (com’è, come non è) la gente si sposa e si mette a far figli. Et voilà: “Si sono sistemati”.
Ora forse risulterò antipatica (lo dico prima così poi potrò dire “L’avevo detto”, cosa che fa sempre piacere) ma a volte ho questa impressione: riproduciamo l’esistente. E basta. Senza fare il minimo sforzo di cambiare ciò che non ci piace.
Per esempio, ho sentito un giovane sposo, ansioso di diventare padre, esclamare: “Ma perché devo pagare tasse così alte per sostenere i disoccupati? In questo modo, limito il mio futuro per il presente degli altri!”.
Ecco, a me viene proprio voglia di rispondere: “Sì, mio caro, proprio così. Perché il presente (leggi: altri esseri umani) esiste, il futuro non ancora”. E quindi, a prescindere dal futuro che vorremmo per noi stessi e per la nostra famiglia, dobbiamo contribuire a rendere questo mondo un posto più accogliente per tutti (per esempio, riducendo le disuguaglianze economiche e sociali).
Soltanto se manteniamo saldo questo impegno potremo riprodurci un po’ diversamente da come siamo.

Arianna

Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna

Primo: socializza

Oggi vorrei esporre qui alcune riflessioni su un tema che mi sta molto a cuore: l’importanza di socializzare la fortuna. Prendetele per quello che sono: considerazioni embrionali, da approfondire e irrobustire. Ma spero che l’idea di fondo passi, perché ritengo sia una questione importante.

Cominciamo dal caso più semplice: la fortuna materiale. Poniamo, ad esempio, che un individuo disponga di un appartamento di sua proprietà. Ora, i casi sono tre: 1. l’ha ereditato 2. ha ereditato la somma necessaria per acquistarlo 3. ha aperto un mutuo. Ciascuno di questi casi è determinato almeno in parte da fortuna, che io definirei in questa sede come l’insieme di fattori che producono una condizione favorevole e che non sono ascrivibili al merito individuale. Anche il caso 3. non può considerarsi determinano esclusivamente dai meriti del soggetto in questione perché per aprire un mutuo bisogna fornire garanzie (ad esempio, la tipologia e durata del contratto di lavoro) condizionate anche da una buona dose di fortuna.

Altro caso: poniamo che un individuo svolga una professione che gli piace, che lo fa sentire “realizzato”, il tutto (esageriamo!) con un contratto dignitoso. Bene, anche questa situazione – a mio parere – non è solo ed esclusivamente merito del soggetto, ma anche di condizioni favorevoli che si sono create e che gli hanno permesso di occupare tale posizione. Questo non significa che la persona citata non abbia meriti, ma semplicemente che non deve solo a questi ultimi la propria condizione.

Ancora un esempio: poniamo il caso di un individuo che vive una relazione sentimentale felice e/o si trova circondato da amici cari a cui vuole e che gli vogliono sinceramente bene. Ora, anche qui non ritengo che sia solo ed esclusivamente merito della persona in questione se il suo bisogno di amore, affetto e riconoscimento sociale si trovano appagati. Il soggetto citato deve (non solo ma) anche alla fortuna le competenze sociali e le caratteristiche che contribuiscono a renderlo amabile, probabilmente prodotte in contesti familiari e sociali favorevoli. Incontrare le “persone giuste” così come acquisire intelligenza sociale ed emotiva è (non solo ma) anche questione di fortuna.

Dunque, ammesso e non concesso tutto questo, ovvero che – a mio parere – nessuno è esente dal dover ringraziare la sorte se gode di una condizione favorevole sotto qualunque punto di vista: che si fa? E proprio qui sta il punto. Data la disuguaglianza di opportunità fortunate che sempre esisterà e ammettendo che si tratta una disuguaglianza a volte evitabile o almeno riducibile, chi dispone di un bene (materiale o immateriale) ha l’obbligo morale di socializzarlo. Nessuno è colpevole se nasce in una famiglia ricca, ma se questa persona non fa niente – nel corso della sua vita – per limitare almeno un poco questa ingiustizia, finisce per rendersi corresponsabile del persistere della disuguaglianza. Naturalmente l’ideale sarebbe che lo Stato contribuisse ad appianare le disuguaglianze in termini materiali e di opportunità (lavorative, formative, affettive) attraverso una tassazione progessiva e l’utilizzo dei proventi delle tasse per servizi alla collettività (come nelle democrazie scandinave, per intenderci). Ma mi sembra necessario anche un percorso di educazione e auto-educazione all’importanza della socializzazione di ciò che la “buona sorte” ci regala, per completare l’azione dello Stato o sostituirla dove essa è carente.

Abituiamoci a pensare che non abbiamo il diritto di appropriarci di tutto ciò che ci appartiene. Se posso prendere 100, non è detto che io ne abbia il diritto. Magari ho diritto di prenderne 80 e il resto lo devo “restituire” al collettivo, in qualche modo, ad esempio finanziando enti o associazioni che limitano gli effetti negativi dell’attuale sistema economico-sociale sempre più “esclusivo” nel senso di “generatore di esclusi”. Oppure si dà il caso che io possa prendere 20 e magari ho diritto di prendere 50. Allora è facendo appello alla giustizia (non alla bontà) che chiederò a chi ha “troppo” di socializzare con me quel bene, che si trova lì concentrato, non equamente distribuito.

Mi sembra necessario cominciare ad educarci ad una visione più ampia rispetto a quella individuale o famigliare, in cui il centro non sia il mio “ego” né tantomeno i miei figli, ma qualcosa di più vasto, capace di comprendere anche i figli di chi ha perso il lavoro e non sa come mantenerli. L’obiettivo della mia vita non può ridursi “solo” nel soddisfare i miei bisogni materiali ed emotivi. Tutto questo va bene. Ma non basta: voglio chiedermi quotidianamente come posso socializzare ciò che ho e come posso contribuire a ridurre almeno un poco le disuguaglianze e i danni che contribuisco a creare o riprodurre prendendo parte all’attuale sistema economico-sociale. Non tutti devono né possono svolgere una professione “di utilità sociale” e quindi dedicare la maggior parte del proprio tempo e risorse al “bene comune”, ma tutti si devono porre il problema di contribuirvi, in qualche modo. Se lavoro in una multinazionale che sfrutta il lavoro minorile perché – poniamo – “non avevo scelta”, come minimo (ed è davvero il minimo!) devo utilizzare parte del mio stipendio e/o del mio tempo libero per limitare i danni che contribuisco a produrre durante le mie ore lavorative.

Insomma, il punto è: ti va bene qualcosa? Ti ritieni “fortunato” sotto qualche aspetto? Potresti partecipare maggiormente al bene della collettività, definito come la migliore condizione possibile per il maggior numero di individui possibile? Molto bene: allora hai la responsabilità di farti venire qualche idea creativa che permetta di allargare al massimo gli effetti positivi della tua condizione e/o di ridurre al minimo quelli negativi. Ho l’impressione che, se continuiamo a vivere “ciascuno per sé”, il nostro stare su questo pianeta si risolverà in una guerra tra avvoltoi (con tutto rispetto per gli avvoltoi).

Arianna

I tempi sono come noi

I tempi sono
duri
facce scavate affitti bollette imprecazioni.
I tempi sono
incerti
l’eterno presente nebbia fragili relazioni.
I tempi sono
magri
le vacche a dieta la cintura stretta in vita.
I tempi sono
come noi. Inevitabile? Augurabile?
Così mi pare.
Se siamo grassi in tempi magri
forse
siamo proprio un po’ stronzi.

Arianna

Cosa me ne faccio di tutto questo

Cosa me ne faccio di tutto questo
degli altri
ma poi mio
adottato
marmocchio capriccioso se almeno quando
le zampe
sui nuovi greve densità sottile
un dito
sollevasse dai primi potremmo a turno
riposarci
oggi faccio la notte ma domani
voglio il giorno libero.

Arianna

Capodanno con chi vuoi

Il 31 dicembre pomeriggio sono andata a trovare un’amica.
“Che fai stasera?”, naturalmente ce lo siamo chieste a vicenda. È ovvio, la sera di Capodanno uno fa sempre qualcosa.
“Vado a una cena” rispose lei “Sai, saremmo dovuti andare in montagna ma due persone malate non sarebbero potute venire. E io non ce l’avrei fatta a divertirmi senza di loro. Un conto è se sai che ci sono delle persone che stanno male in generale nel mondo, un altro è quando queste persone le conosci, e sei consapevole che se non vengono a cena con te si passeranno il Capodanno da sole”.
Forse il trucco consiste nell’imitare la mia amica: tenersi vicine, strette accanto a sé le persone sofferenti. Di qualunque sofferenza si tratti. E camminare insieme, in un nero che a noi, non tanto o non solo per merito ma soprattutto per caso, ci pare grigio. Ringraziandole, perché ci ricordano che la felicità esiste solo se condivisa. Ma condivisa con il maggior numero di persone possibile, non solo con i nostri amici.
E non aver paura di tendere la mano in cerca di sostegno, quando nel nero ci siamo noi. Se siamo in difficoltà e chiediamo aiuto, stiamo già dando il massimo.

Arianna