Personalmente consumato

Consumare in famiglia

Ultimamente ho passato molto tempo  a guardare la televisione spagnola, e sociologicamente parlando, ha dell’interessante. Ci sono pochi culi e poche tette, a far da amo per il consumatore di comunicazione, ad attrarre. Quello che ho notato è che la pubblicità, qui, ha un messaggio di fondo molto individualista, ossia molto centrato sulla responsabilità personale del consumo, e spesso orientato a instillare nel consumatore potenziale l’idea che nulla gli sia dovuto, che il mercato non è qui per lui, ma è lui a creare il mercato. L’esempio che mi sembra più calzante, è il claim di una catena di supermercati a basso costo, che recita: Si pagas màs es porque quieres, facilmente intuibile. Se paghi di più, è perche lo vuoi tu. Efficace, ti fa venire voglia di andare al supermercato in questione come se fosse una tua scelta personale, responsabile, saggia. Tornando alla fortunata mancanza di culi&tette, al posto di questo surrogato dell’istinto animale atavico troviamo, in molte pubblicità, semplicemente i bambini con le loro famiglie, ma soprattutto i bambini, ci sono bambini in quasi tutte le pubblicità, come se il bambino fosse il tramite della comunicazione, e il capro giustificatorio dell’azione del consumo. È strano, in un paese dove il modello di famiglia è messo quotidianamente in discussione, e rielaborato in maniera progressista e liberale, svincolato dalla santa inquisizione, che sia proprio la famigliola felice a farla da protagonista e da medium del messaggio pubblicitario. Da pensarci su.

Capire l’italiano attraverso lo spagnolo

Io non lo avevo mai pensato, che quando dici dieci anni fa, il fa è proprio la terza persona singolare del verbo fare. L’ho capito perchè in spagnolo si dice hace diez años, e l’unica differenza è che il fa si mette prima, che suona come “Fa dieci anni che” e via dicendo. Le solite note grammaticali.

Juan Marquez

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No, gracias – note sul rituale dell’interazione in Ispagna

Noi siamo abituati a rifiutare un’offerta con la formula no, grazie, e a vedere l’altro incassare questo colpo con la tranquillità che è propria di questa situazione. Qui, invece, dire no, gracias equivale a offendere l’interca cultura iberica. Tutti noi pensavamo che questi spagnoli fossero più diretti, meno formali, più spontanei e giocherelloni. Invece, il rituale dell’interazione in Barcellona è assai complicato. Ad esempio, se io chiedo a qualcuno «Andiamo a prendere un caffé?» a Milano risponderei con un semplice «No(, grazie)».Qui invece si ha a che fare con un delirio giustificatorio. Non si può rispondere semplicemente no, si deve dire sempre «No, es que…».  Ossia: no, è che… devo andare, ho da fare, ne ho già bevuti tre, mia madre è malata e sarebbe una cattiveria bere caffè mentre lei non può… e via dicendo. Ma non finisce qui. Quando qualcuno ti offre qualcosa, se rispondi subito sì, sei un morto di fame (ricordiamo sempre di non dire mai gracias). Di norma, l’interazione avviene in questo modo

«¿Quieres tomar algo?» – Prendi qualcosa (con me)?
«No, es que tengo que volver a casa» – No, è che devo tornare a casa
«¡Va! Tomate algo (conmigo)» – Dai, su, prenditi qualcosa
«No, de verdad, es que ya he tomado un café antes» – No, davvero, è che ho già bevuto un caffé prima
«Venga, tomamos una caña, ¿no?» – Beh, prendiamoci una birretta allora, no?
«Vale!» – Ok

Ancora peggio la situazione di congedarsi. Seduti ad un tavolo con della gente conosciuta da poco, se si dice Me voy (Me ne vado), poi non te ne vai prima di 10 minuti. O meglio, resti e poi dopo dieci minuti (tipo le ultime sigarette, l’ultima birretta…) ripeti Venga, voy (suona come: Ora proprio me ne vado), e solo allora puoi pensare che nel giro di 5 minuti ti puoi alzare dalla sedia e fuggire.

Tutto per dire, pazzi questi iberici. Divertentissimi. Adorabili. A me tutto questo piace un sacco.

dal vostro corrispondente a Barcelona
Gianmarco

Tipologia

Tipo che… Oggi a Barcellona nevica.
Tipo che… Non succedeva da trentacinque anni.
Tipo che… Sono qui da una settimana e mi sembrano anni.
Tipo che… Ho ripetuto anni e nonostante ciò suona bene.
Tipo che… Prima di scrivere la frase precedente ho dovuto cambiare le impostazioni della tastiera.
Tipo che… Qui hanno tutti gli accenti acuti.
Tipo che… È come dire che se la pensano acuta.
Tipo che… Talmente tante cose, che non hai più di che scrivere.
Tipo che… Non puoi scrivere di tutto, sempre.
Tipo che… Succede che con troppi stimoli ti ritrai e assumi un atteggiamento blasé.
Tipo che… Conosco Simmel.
Tipo che… L’atteggiamento blasé è quello che ti permette di non essere un turista.
Tipo che… Ti permette di essere un flâneur.
Tipo che… Ho letto molto Bauman.
Tipo che… Diverse cose.
Tipo che…

Gianmarco
o il vostro corrispondente da Barcelona