Lavorare gratis (ma anche) no

“Mi ha detto esplicitamente che è disposta a fare lo stage gratis… beh… potremmo pensarci”
“No, abbiamo sempre retribuito gli stage, continuerei a farlo”
“Beh comunque se è disposta a lavorare gratis significa che è davvero motivata… è un punto a favore, no?”

No, significa che non ha coscienza dei suoi diritti né del valore del suo lavoro. Ed eventualmente può significare (punto a sfavore) che non è sensibile al tema delle disuguaglianze tra chi può contare su risorse famigliari e chi, invece, ha bisogno di reddito.

Difendiamoli, quei pochi diritti che ci sono rimasti.
Eccheccazzo.

Il gran rifiuto

Gentili Selezionatori/trici,

vi scrivo per comunicarvi che non parteciperò alla giornata di Assessment.

Potrei inventarmi una scusa, ma penso che una delle due parti debba pur essere sincera: non parteciperò perché penso che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo.

Credo che la dinamica di gruppo sia una metodologia, seppur valida in taluni contesti, abusata. Vi basterà fare un giro per il web per scoprire che in un certo senso non ingannate più nessuno: è conoscenza diffusa che è privilegiato nella selezione chi è già allenato a sostenere questo genere di “colloquio”, ossia chi si rivela, per semplificare, il più simpatico nelle ore in cui, di solito, viene chiesto di sopravvivere nel deserto o di convincere gli altri a buttarsi dalla mongolfiera. Spesso le competenze o il curriculum o le motivazioni individuali passano in secondo piano, nel migliore dei casi.

Com’è possibile allora valutare l’idoneità di qualcuno attraverso la sua capacità di fingersi un altro per compiacere i rigidi schemi comportamentali di cui vi avvalete?

È completamente diverso il comportamento di una persona in un gruppo di sconosciuti con i quali è costretto a collaborare nel giro di venti minuti o di poche ore, sconosciuti che sono l’uno contro l’altro nella competizione, rispetto al comportamento della stessa persona in un vero gruppo di lavoro che si stabilisce fra chi è già collega. Per questo credo che il colloquio individuale, in cui il singolo ha lo spazio necessario per presentare se stesso, offrendo allo stesso Selezionatore la possibilità di conoscere a fondo chi ha davanti, rimanga ancora lo strumento migliore.

D’altra parte il problema è sempre lo stesso: c’è chi è dalla parte giusta della scrivania, e chi dalla parte sbagliata, meno garantita.

Parlo di garanzia anche in relazione alla vostra specifica offerta. Se solo ci fosse un’autorità garante della correttezza delle offerte, avrebbe da ridire su uno stage, l’ennesimo stage formativo, che offre un rimborso spese del genere, ridicolmente inutile e limitativo della libertà individuale di coltivare una qualche progettualità, per un periodo così lungo. In questo modo non fate altro che confermare l’opinione diffusa secondo la quale anche lo stage è diventato una forma di occupazione riservata a chi se lo può permettere, ossia a chi ha qualcuno che gli copre le spalle economicamente, nello specifico la famiglia, se non addirittura un altro lavoro: nella telefonata di conoscenza che ho ricevuto, mi avete chiesto di cosa mi occupassi attualmente, e alla mia risposta: niente, sono inoccupato, ha corrisposto un lungo silenzio da parte del mio interlocutore. Di cosa si trattava? Della sorpresa? Forse anche voi, nel profondo, sapete che se qualcuno si candida per la vostra offerta o lo fa per i soldi o per fare qualcosa, o credete realmente che ci sia una forte motivazione ad apprendere l’arte del taglio delle teste?

Sono passato spesso presso agenzie come la vostra, e ho sempre riscontrato lo stesso atteggiamento: non sembrate lavorare per chi si presenta da voi in cerca di una mediazione fra sé e il mercato del lavoro, in cerca di un facilitatore; lavorate “solo” per i committenti, e non sapete cosa farvene di curricula particolari che liquidate con un non è collocabile, salvo offrire mansioni che con il curriculum che avete davanti non hanno niente a che vedere. Sperate così di mettervi a posto la coscienza, ma d’altra parte il problema non è vostro, siete dalla parte giusta della scrivania, se alla persona di turno non piace l’offerta, il problema è suo: è colpa sua se non trova lavoro, se dopo varie esperienze lavorative e cinque anni di università e un master non vuole andare a piegare i calzini in un negozio di abbigliamento o a vendere abbonamenti internet alla Stazione.

So benissimo che vi trovate nella scomoda posizione di recepire le offerte che effettivamente emergono da questo immobile mercato del lavoro, e che non potete andare a caccia di offerte diverse da proporre a chi, in cerca di un posto nel mondo, richiede il vostro aiuto pensando di trovare la professionalità e scontrandosi invece con il mero interesse di far cassa.

So anche che, nella vostra mentalità, tutto quello che ho scritto fino ad ora verrà cestinato sotto la categoria “altezzosità”, d’altra parte a voi interessa solo il meccanismo del mercato del lavoro, e le persone, le loro individualità e peculiarità sono solo elementi di disturbo. Per voi un rifiuto è un oltraggio alla vostra buona volontà, così che siamo stati privati anche del diritto di scegliere: dobbiamo accettare qualsiasi cosa. Ma se c’è un Sistema, questo non offre niente in base alle nostre necessità, bensì in base alle sue e a noi non resta che scendere al compromesso con noi stessi, ma solo noi dobbiamo essere flessibili. Si chiede flessibilità solo alle persone, non al Sistema.

Come me, anche altri credono ancora che si possa cercare il posto nel mondo che più fa per noi, che si possa rifiutare, senza sentire di aver offeso chi ce l’ha offerta, una opportunità che abbiamo valutato come non adatta a noi.

Vi ringrazio comunque per avermi contattato, e per il tempo che mi avrete concesso, se me lo avrete concesso, e vi auguro di trovare le persone giuste per i vostri progetti.

Cordialmente

Gianmarco

«Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.»

(Dante Alighieri, Inferno, III Canto)

 

Ah, ecco

Ieri notte, preso dallo sconforto per la disoccupazione galoppante, e dall’entusiasmo per i progetti con l’amica attualmente oltralpe, ho mandato curricula (è il plurale, please) e candidature a chicchessia per qualsiasi genere di lavoro trovassi sotto la categoria disperazione in appositi motori di ricerca.

Una nota agenzia di somministrazione lavoro, di quelle che per amicizia chiameremo tagliatori di teste, offre uno stage presso le loro sedi per apprendere l’alchemica arte del Candidate Management, che altro non è se non l’arte di far perdere una mattinata a qualcuno che poi starà lì all’incirca cinque minuti per sentirsi dire che il suo curriculum è poco collocabile. Probabilmente ti insegnano come dirlo, un po’ quello che deve apprendere come dire ai parenti del paziente che è morto. Questo stage si svolgerà nel primo semestre dell’anno prossimo venturo. Ma quello che nella loro bacata testolina ha generato la meraviglia è che pensano che chi si candidi abbia talmente tanta voglia di fare lo stagista presso di loro -come dire, provare a passare dall’altra parte della scrivania – da accettare di farlo per 210 (leggi: duecentodieci,00) euro al mese e buoni pasto di 5 euro per ogni giorno di effettiva presenza. Non ci paghi nemmeno le bollette, o ti van via in metropolitana e spesa alimentare e di candele (perché se non ci paghi la luce, ai moccoli ti ritrovi).

Cosa vuol dire? Che persino lo stage è diventato qualcosa che può essere fatto da chi se lo può permettere, da chi ha le spalle coperte, la famiglia che lo sostiene e via dicendo. Che poi, se tu mi dessi quei duecento euro per un mesetto di mio impegno, ancora ancora, ma me li stai dando per sei lunghi mesi. Ossia, a non spenderli, alla fine avrò 1200 euro da parte. In metà anno.

Non so voi, ma credo che ormai sia chiaro che ci sia qualcosa che non funziona, non funziona, non funziona. Non va, non va, non va. Forse che di stage non si vive, lo sappiamo tutti, ma che io per sei mesi della mia vita debba cercarmi altri lavoretti per integrare quella miseria, è una limitazione della mia libertà. Ma tanto, lo fa chi può farsi pagare il resto da qualcun altro. Io sono uno di quelli, lo ammetto, ma mi sento libero di non chiedere più di tanto l’aiuto a chi vorrebbe, secondo una logica peraltro paternalisticamente irritante, darmela, quella mano.

Non è finita. Mi hanno chiamato, e mi chiedono se sono realmente interessato: non nego, invento qualche parolona e qualche frase ad effetto. Allora mi comunicano che ci sarà un assessment che mi porterà via la mattinata, è consterà di dinamiche di gruppo.
Non so voi (e due), ma io questa cosa dei colloqui con i giochi la trovo urticante: dobbiamo essere tutti capaci di interagire al centopercento, tutti dobbiamo essere bravi collaboratori in quella mattina, fingere un’abilità che, a parere mio, non si può improvvisare. Essere amiconi problem solving.

Mi darò alla macchia?

Gianmarco