Regola N.1 : Ottimizzare il proprio tempo

Mi chiedo talvolta perché si tenda a vivere a scatti, come una macchina fotografica, perdendo il tempo che trascorre tra una fotografia e l’altra.

Mi chiedo perché questo vivere così violento e innaturale che invece di scorrere si blocca e riparte di continuo.

Mi chiedo perché accade di essere in una successione interminabile di azioni, di eventi, di cose da fare, di cose che si fanno o che si vogliono fare, che terminano e cominciano, una in fila all’altra, ripetutamente, come un interruttore impazzito. Mi chiedo perché  invece non si viva un fiume d’acqua, che mai comincia e mai finisce.

Mi chiedo perché si viva così rudemente a pezzetti, dove ogni pezzetto è collegato al successivo da un tempo morto, che è tristemente chiamato sprecato. E ci si convince, ne si ha davvero la certezza, che quel tempo è proprio morto, è un tempo inutile, indegno di essere vissuto, di cui si farebbe volentieri a meno -se solo potessimo minimizzarli! se solo potessimo eliminarli!! se solo potessimo sradicarli per sempre dalla nostra vita!!!-

Come se esistesse un tempo migliore e uno peggiore, come se solo alcuni momenti diventassero la nostra vita mentre gli altri ne facessero appena la cornice, il tempo necessario affinché accada questo o quello.

Così il ritrovarsi in fila allo sportello diventa un momento inutile, il tempo che impieghiamo per muoverci da un posto all’altro tempo perso, il traffico che ci rallenta tempo morto, i 10 minuti che aspettiamo il nostro amico in ritardo tempo buttato via, e la nostra vita prende una forma spaventosa, surreale, orribile. Della vita ne accettiamo solo alcune parti, e costruiamo così un grande, immenso collage, e nella nostra testa prende così forma ciò che abbiamo costruito e ritagliato dai tempi morti. -Cos’hai fatto oggi? -Nessuno ti risponderà che ha vissuto camminando 15 minuti spostandosi da casa all’ufficio postale, o che ha vissuto quei 15 minuti di tempo in cui ha aspettato il suo turno, ti risponderà piuttosto con ciò che ha ritagliato, ossia che ha finalmente pagato il bollettino!

Stiamo vivendo l’illusione di una vita-mosaico, dove è dipinto solo il colore dei singoli pezzetti mentre lo strato sottile di calce che li congiunge diventa l’errore da eliminare, il tempo morto che non si vorrebbe vivere, e che in effetti, se guardi da lontano, scompare.

Giacomo

Desidero, desideri, desidera, desideriamo, desiderate, desiderano.

Non so, più si va avanti più mi sembra vera la frase che si desidera sempre ciò che non si ha dando per scontato ciò che si ha, dall’amore alla salute, dalle esperienze agli oggetti.

A ragione posso dire che è sbagliato, che si dovrebbe fare questo e quello, che la felicità sta dentro e non fuori, e tutte queste belle cose che ci insegnano i libri dei saggi o chi per loro. Solo che mi sentirei un ipocrita a raccontarmela così platealmente, io vivo sulla mia pelle costantemente questo desiderio continuo di fare, avere, essere più di quello che faccio, che ho e che sono.

A questo punto vorrei smettere di desiderare, e basta. Sono abbastanza stufo di questa qualità insoddisfatta che accompagna il mio vivere, sempre rincorrendo qualcosa. Mi sembra di correre e correre per niente, perchè tutto cambia ma non cambio io e il mio stato interno. Mi piacerebbe poter vivere tranquillo, finalmente, senza desideri.

Giacomo

Recitazionimia

Racconto presentato per la serata di Arte sotto il Tetto.

 

Si ringraziano tutti i presenti, Daniel che ha organizzato,
Giulio, gli altri Aironi e tutti quelli che hanno collaborato.

 

Mi hanno chiesto se ero un attore. Ero vestito in nero, con i piedi scalzi, su un palcoscenico. La domanda aveva perso da tempo la sua risposta, così sono stato in silenzio e ho guardato da un’altra parte, continuando ad inseguire i personaggi della commedia, per farmi ridare ciò che mi avevano rubato.

Questa è la mia storia.
Recitare.
Cosa sarà mai?
Tutti se ne stanno seduti, a guardare l’attore, e quello è là davanti a tutti.
Spesso si pensa che sia difficile che serva una qualche abilità, speciale.
L’abilità speciale, ho scoperto invece, serve per NON recitare, per fare esattamente l’opposto. Perché fare teatro ci viene abbastanza naturale.

Cosa vuol dire recitare innanzitutto? Interpretare, fare la parte di, fingere, impersonare.. ma dal dizionario si legge il vero significato: “Avere i coglioni di rifare in pubblico, ciò che si fa tutti i giorni inconsapevolmente”.

Ho cominciato a recitare quando ero un ragazzo, così, per divertimento. Quello che mi riusciva più difficile era proprio, calarmi nella parte. Interpretare un personaggio vuol dire cominciare a pensare con la sua testa, ridere quando riderebbe lui, piangere quando piangerebbe lui. Bisogna indossarlo un personaggio, fino in fondo, e dimenticare per quel tempo se stessi, i propri pensieri, le proprie emozioni.

Devo uscire dal mio corpo ed entrare in un altro senza portarmi dietro la mia personalità.
Questo bisogna fare.
Saper vestire e svestire un personaggio quando vogliamo.

Delle due l’entrare nella parte non è un problema. E’ piuttosto l’uscire la cosa difficile. I medici degli attori la chiamano “personaggite inversa acuta”, perché si manifesta di rado ma quando accade si fa sentire, come l’influenza. Non riesci più ad uscire dal tuo personaggio, sei bloccato là.

Come la scena del papà che al lavoro fa la parte del cattivo, per far funzionare l’azienda, mentre a casa è dolce e affettuoso finchè…

-Insomma, muoviti, ti pago per produrre, produrre! Tu, cosa fai là, fila in magazzino, c’è un camion da scaricare! Dove sono gli altri fornitori! Dove sono? Ma dov’è la mia segretaria, mai che ci sia quando serve! Tu, vieni con me che andiamo a ordinare le nuove macchine per la tintura. Cosa? Perché la catena è ferma? Non deve mai restare ferma, ogni volta che è ferma perdo soldi, guadagno! DRINN DRINN Scusate un attimo.
-Oooh! Ciao amore, come stai? Io bene, benissimo! Sì, qui al lavoro tutto bene, come sempre. La piccola come sta? Bene. Ok. D’accordo. Un bacio grande, a dopo.
-Eccomi. Stavamo dicendo? Ah sì, LA CATENA DI MONTAGGIO NON DEVE ESSERE MAI FERMATA SE NON IN CASI GRAVISSIMI!! E’ CHIARO?

E via così tutto il giorno. Poi torna a casa la sera, la piccola gli corre incontro:

-Ciao papà! Com’è andata al lavoro?
-BENE! COSA CI FAI ANCORA ALZATA A QUEST’ORA? FILA A LETTO, SUBITO!

-Ma papà sono le sette…
-FILA HO DETTO!QUI COMANDO IO!

La bimba avrà attacchi di panico per 3 mesi, il papà invece andrà a sentire il parere di un medico che gli dirà che è un evidente problema di stress e che sta per venirgli un esaurimento nervoso, gli consiglierà una pausa di assoluto riposo, non risolvendo però il problema alla radice. Se solo sapessero che esiste la personaggite inversa forse potrebbero curarla! Basterebbe che si insegnasse a uscire dalla parte, prima di tornare a casa. A non identificarsi nei propri personaggi! E invece…

Così imparavo i trucchi del mestiere e mi ci appassionavo. Il teatro mi piaceva molto! Mi allenavo, a casa, sul lavoro, in palestra, da solo o con gli amici, nella vita di tutti i giorni, facendo svariati personaggi. Recitavo il brillante, il timido, l’incerto il sapiente, il gioioso-travolgente e il leader incazzato, il sottomesso, l’oppresso, lo stupido. E recitavo, e vestivo svestivo abiti diversi più volte al giorno. Continuavo a cambiare la parte! E mi divertivo tantissimo.

Poi…
Accadde.
Lentamente, giorno dopo giorno. Quando me ne resi conto era ormai tardi. Mi sono ammalato di una delle più gravi e diffuse malattie di questo secolo: la recitazionimia cronica.
“Che roba è?”, vi chiederete.
Che, semplicemente, non si smette più di recitare, non si riesce più a farne a meno. Non esiste più il confine tra recita e vita, tra personaggio e noi stessi. Tutto si mescola e si confonde. Dopo aver indossato un abito non c’è silenzio, ho tolto i vestiti ma non rimango più nudo, nemmeno per qualche secondo, e ne indosso subito di nuovi. Comincio così una nuova parte, senza pause, e i personaggi si susseguono l’uno all’altro, ininterrottamente, come le gocce di pioggia sul marciapiede, durante il temporale. Non c’è più un contatto, un ritorno a chi sono io veramente.

Ho fatto questo per troppo tempo, troppo.
E… così ho dimenticato chi io sia.
Ho dimenticato quali sono i miei pensieri, le mie emozioni.
Ho dimenticato quello che io voglio dalla vita.
Perché la vita è mia e non dei miei personaggi.
Sono io che dovrei decidere di vestire i miei personaggi, non loro che si alternano nell’usare il mio corpo, senza ritegno!
I miei personaggi mi hanno rubato il “me stesso”, ognuno ne ha strappato un pezzo e se l’è tenuto.
Oggi non rimane più nulla. Rimane soltanto una manciata di personaggi che seppur falsi contengono: un, solo, piccolo, frammento, di verità.

Questo facevo quel giorno, cercavo i frammenti di me stesso, sul palco, nei miei personaggi. Per questo oggi vi avverto, affinché non vi accada ciò che è successo a me:” Se recitate, siatene sempre consapevoli, se no perderete voi stessi”.

Giacomo