Lo sterminio dei più deboli

Ricordo quel ragazzo a Venezia che lentamente affonda e la gente dalla banchina e dal vaporetto che gli urla “Africa, dai Africa”, che ride e che non si butta a salvarlo. Ricordo quel ragazzo a Lavagna, che lentamente vola dal balcone, mentre dentro la madre e la finanza dissertano sui suoi dieci grammi di hashish ed il suo funerale, con i ringraziamenti al corpo dell’arma.

Ricordo un mondo, un universo lontano, in cui gli esseri umani sono una trama smagliata, un orribile accumulo di orrori, soprattutto al di dentro. Orrori che vengono esaltati, perfino elogiati, orrori come; parole:

madre coraggio / dai Africa / questo è scemo! / la sua prima madre lo aspetta in paradiso

Orrori che mi lasciano inquieto, adombrato, che in qualche modo mi sento anch’io responsabile di queste morti, di questa enorme ingiustizia che schiaccia e violenta il fiore degli anni. Orrore per questa narrazione dominante così invadente, così avvilente, così capace di soffocare, ché la colpa è della droga, per esempio.

Un orrore che mi rimane,

un orrore a suppurare,

che mi sbuca dalle mani,

che non so come affrontare,

recidere,

lenire

che forse parlarne, scrivere,

ma nemmeno quello.

Un orrore che fa di questo tempo un tempo oscuro, nazista, vigliacco.

Il tempo dello sterminio dei più deboli.

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Giulio

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Le trafic est interrompu

“Le trafic est interrompu sur la ligne 5, dans les deux sens”.

A Parigi capitava spesso. Ieri, invece, a Milano, ci hanno comunicato che non si poteva accedere alla metro perché c’era stato un suicidio. Non “traffico interrotto” bensì “suicidio”: una persona ha detto ad altre persone che una terza persona si era suicidata.
“Ma quindi adesso come facciamo? Per quanto tempo è bloccata la verde?”
“Nooo! Vabbè, ma non è possibile! Bloccata fino a quando?”
“Ma pensa te che sfiga… proprio oggi che ero già in ritardo…”
“Sì, ma non ci pensano ai disagi che creano? Se proprio si devono suicidare, non possono farlo nel weekend?”.

06. semaforiMi sono fermata, a piangere, per la disperazione di questa persona che non conosco e per la fretta di arrivare ai nostri insignificanti luoghi di lavoro, così la metropoli gira gira, e non pensa.
Ho fatto tardi, ovviamente.

Foto: Mosca 2012

giovani psico-form-educatori crescono

Conversazioni captate (leggi: subìte, dato lo scilinguagnolo delle protagoniste) in treno questa mattina, mentre cercavo di dedicarmi alla lettura dell’amato David Foster Wallace.

Atto I, scena 1.
Ragazza 1: “…la madre le ha tolto l’oggetto di mano e lei si è messa a piangere. Allora io le ho detto: «ma T., questo non è un buon motivo per piangere!». Lei si è sfogata, e quando ha finito, dopo un po’, sai cosa mi ha chiesto?”
Ragazza 2: “…”
R1: “Mi ha chiesto: «Ma allora qual è un buon motivo per piangere?». Ma ti rendo conto? Ha due anni e fa già una riflessione così!
R2: “E tu, tu che cosa le hai risposto?!?
R1: “E che ne so, niente le ho risposto, non sapevo mica cosa dirle!

Atto I, scena 2.
R2: “…e quindi sai cosa ha fatto la prof? Ci ha divisi in gruppi, quindici persone sui banchi in fila, per il lavoro sull’affido: ci ha detto di immedesimarci nella situazione dell’affido di un bimbo di dieci anni, che ha chiamato Diego, e di immedesimarci nei sentimenti, nelle famiglia di partenza, in quella di arrivo, e poi dopo ha chiamato fuori per raccontare quello che è uscito.
R1: “e voi?
R2: “e noi, boh, lavorare non si è riuscito a lavorare nulla, tutti in fila coi banchi così, figurati… c’erano S. e F. che stavano in fondo e non han fatto granché perché non avevano voglia e poi neanche sentivano… e noi, boh, abbiamo parlato un po’ ma non sapevamo che dire e così alla fine abbiamo mandato fuori D., che sai che lei ha un affido no?, a raccontare la sua esperienza… e boh.
R1: “ah! e dopo?
R2: “e dopo abbiamo fatto l’ora in cui ci hanno parlato del carcere. Ma sì, interessante…

Ritorno a immergermi e rifugiarmi in Wallace, alle sue immagini di quello che gli esegeti chiamarono un suicidio annunciato – tanto facile, col senno di poi, quanto sterile, insensato ed insopportabile chiamarlo così. Mi rifugio nella lettura, a fatica, con una buona dose di pregiudizi che cerco di dissipare (“eddai, non conosci, hai sentito solo uno stralcio di conversazione“, mi ripeto nella testa) ma senza riuscire ad evitare la sensazione di acredine nei confronti di una realtà che sempre meno considera l’importanza di ascolto e comunicazione (ma di quelli veri, dico, quelli che ora va di moda chiamare, rispettivamente empatico ed ecologica: termini che, mi auguro, non tradiscano la sostanza); acredine, nei confronti di un mondo accademico stantìo e supponente (cari professori, il mestiere delle improvvisazioni teatrali, dei giochi di ruolo o dello piscodramma, di grazia, lasciatelo a chi lo sa fare); acredine, nei confronti di un sistema scolastico che confina in tempi infinitesimali degli interi universi di vita e viceversa dedica ore a colossali minchiate; acredine, nei confronti di chi, parlando con i bimbi, ha sempre meno capacità di stimolare domande ma sempre più risposte, possibilmente assurde e nel momento peggiore.
Milano Cadorna, il treno ha raggiunto il capolinea. I signori viaggiatori sono pregati di scendere e di sospendere i propri giudizi, grazie.
Ci provo, d’accordo, ci provo, ma è mica facile per un attempato fustigatore di costumi come me, sapete?

dfw

Tentativo anticonservativo

Lo chiamano così, i medici. In questo modo, diventa una cosa che non si capisce cosa sia, ma che non fa paura. Una cosa tipo gettare nell’apposito cassonetto un farmaco scaduto: mica lo puoi conservare per sempre, no?

Beh, invece “tentativo anticonservativo” significa suicidio, una pratica sempre più diffusa nel nostro Belpaese. “Anche in Grecia i suicidi sono aumentati”, ha dichiarato il Presidente del Consiglio in un’intervista pubblicata oggi su La Stampa. Mal comune mezzo gaudio, allora?

Donna di 58 anni fotografata con un cartello appeso al collo: “Senza lavoro, senza sussidi, senza pensione. Ministro Fornero: devo morire?”. La morte come dovere, come evento inevitabile. Inevitabile? “Beh, ma non ci si uccide solo per problemi economici…”. Eh no, certo, fa troppa paura pensare che anche i “normali” si suicidano, persone potenzialmente felici, che si sono semplicemente trovate nell’elenco sbagliato.

Sopravvivono i più forti? Forse. Forse, qui come in guerra, sopravvivono i più scaltri, i più ingegnosi, i più fortunati.
Vedo cani sdraiati sul divano con il pelo profumato, e persone fragili, sole volare giù dai balconi.

Arianna

Il diritto di morire

Nel quadro delle misure volte al contenimento demografico, il nostro parlamento ha approvato di recente una legge a sostegno del diritto di morire. In tutta sincerità, non ho mai manifestato maggior entusiasmo di fronte a una deliberazione parlamentare. Naturalmente non si prevedono incentivi espliciti al suicidio, però quest’ultimo non viene ostacolato e, anzi, si garantisce a tutti coloro che ne faranno richiesta la possibilità di morire senza dolore. Le liste d’attesa sono lunghe e permangono una serie di restrizioni e procedure burocratiche da compiere, ma nel complesso mi pare un notevole progresso.
Ho presentato stamattina la prima istanza, compilando un modulo in cui chiedo d’essere sottoposto all’iniezione. Non è necessario indicare il motivo, ma dovrò sostenere dei colloqui con medici e psicologi, atti a verificare la solidità delle mie intenzioni. Tali colloqui si ripeteranno a cadenza regolare per un anno, al termine del quale dovrò aspettare ancora sei mesi e poi presentare nuovamente un’istanza di suicidio e sottopormi a un ultimo colloquio. Da quel momento in poi, se l’équipe medica approverà la mia cartella clinica, potrò essere convocato per l’iniezione, compatibilmente con i posti disponibili. Purtroppo, non sono molti i medici che accetteranno di svolgere questo compito ingrato e pertanto non escludo di dover attendere ancora parecchi mesi prima di poter finalmente porre fine a questa mia sofferta esistenza.
Le nuove misure comprendono anche alcune restrizioni  che impediscono, ad esempio, ai minorenni di presentare istanza di suicidio, e anche ai genitori con figli a carico. Se invece i figli sono maggiorenni e indipendenti, i genitori possono chiedere di morire, ma la procedura in questo caso risulta più lunga e comporta il coinvolgimento diretto dei figli e del coniuge: essi devono infatti venire informati della richiesta inoltrata dall’aspirante suicida e partecipare ai colloqui con medici e psicologi.
Nel mio caso, per fortuna, non dovrebbero sorgere complicazioni di sorta. Convivo da diversi anni ormai, ma non sono sposato e, pertanto, la mia compagna non verrà convocata dall’ospedale né informata ufficialmente della mia scelta. Preferisco così: senz’altro avrebbe da ridire, non capirebbe, si sentirebbe ferita e la prenderebbe sul personale. È tipico di chi ama la vita, del resto. Non riescono proprio a comprendere le ragioni di chi vuole andarsene, ed è completamente inutile provare a spiegarle.
Ho rimandato finora quest’atto che desidero da tempo, perché mi sono sempre lasciato scoraggiare dal dolore fisico a cui inevitabilmente si va incontro col suicidio illegale, su cui incombe inoltre la minaccia del fallimento. La cosa peggiore – credo – sarebbe restare danneggiato nel corpo e nella mente da un mancato suicidio. Questa nuova procedura, invece, garantisce la morte e, al contempo, l’assenza di dolore. Finalmente, me ne posso andare in pace.

Arianna

Viktor vuole morire

«Hai saputo di Viktor?»
«Viktor? No, cosa…?»
«Non sai niente?»
«No. Ma cos’è successo?»
«Hai presente chi è Viktor, vero?»
«Ma certo: Viktor! Il ragazzo che segui tu, il ragazzo…»
«Cieco. Esatto, proprio lui»
«Cos’è successo?»
«La scorsa settimana ha avuto una crisi molto grave, insomma, era già da un po’ che non stava bene, però la scorsa settimana, ecco, c’è stata questa crisi ed è venuto fuori tutto… ha detto ai compagni che vuole morire… è stato molto violento»
«Nei confronti…»
«Di se stesso. Nei confronti di se stesso»
«Mi dispiace tantissimo, io… io non sapevo…»
«Già»
«Ma lui è cieco…»
«Dalla nascita. Però ha altri problemi, oltre a questo. Per qualche settimana non lo vedremo a scuola, oggi è venuto ma è l’ultimo giorno. Verrà ricoverato in una clinica dove cercheranno di aiutarlo»
«Capisco. Mi dispiace davvero tantiss…»
«Anche a me».

È l’una, la scuola è finita. Aspetto una collega all’uscita. Anche Viktor aspetta. È a pochi passi da me, naturalmente non mi vede ma chissà se percepisce la mia presenza, in qualche modo. Aspetta che lo vengano a prendere, poi forse lo porteranno alla clinica in macchina, oppure andrà a casa e alla clinica lo porteranno domani.
Adesso è qui, davanti alla scuola. E pure io sono qui, davanti alla scuola.
Vorrei trovare una parola, un gesto, mi accontenterei perfino di un pensiero, qualcosa insomma, qualsiasi cosa capace di alleviare – di pochissimo soltanto – il suo dolore. Invece niente, proprio niente niente.
Viktor ha tredici anni, e vuole morire.
Una macchina accosta, un uomo (forse il papà?) apre la portiera, Viktor sale in macchina, si siede, la macchina si allontana, poi svolta a destra, riesco a vedere la targa posteriore per un attimo ancora, poi la macchina, e l’uomo (forse il papà di Viktor), e Viktor, tutto scompare.

Nel frattempo, io sto piangendo.

Arianna