Primum non nocere

“Dài, non fare così: non volevo offenderti!”
“Massì, son cose che si dicono… perché, mi avevi preso sul serio?!”
“Non m’ero accorto che ci stavi male”
“Vabbé, ora non esageriamo: non l’ho mica fatto apposta!”
“L’ho detto senza pensarci”

Beh, no: non basta. C’è chi muore, di leggerezza, di ferite inflitte di passaggio, con le unghie nel morbido, che t’accoglie e sembra non avere fine, allora quasi quasi t’addentri ancora un po’, è caldo, fa piacere… beh, no: stai lacerando la carne viva d’un altro essere umano.
Quel che ti pare poco, può essere troppo. Non volevi, certo, ma non volere non basta. Devi ascoltare, osservare, restare. Lì, dove sei.
Ogni tanto, chiedere scusa e poi, però, cambiare.

Arianna

Il risveglio pt3/3

Guardavo in faccia gli altri passanti entrando infine nel parco vicino casa e rivedevo me stesso nei loro sguardi, nel loro modo di camminare, così deciso e frettoloso, diretto a una meta, senza alzare gli occhi. Una meta che poteva essere il lavoro, la scuola, un appuntamento… e in mezzo a tutte queste persone mi sentivo solo. Mi sentivo lontano lontano, a mille miglia da loro, dalla loro vita, eppure così vicino fisicamente.

La natura cittadina, che sopravvive in quei pochi alberi asfissiati nel cemento e in quell’erba  dei parchi, per quanto potesse sembrare artificiale e poco selvaggia, viveva di un colore quel giorno che mi era nuovo. La sensazione era quella di poter apprezzare per la prima volta quel frammento di poesia e bellezza che ancora traspariva tutt’intorno, percepibile nei profumi solitari dell’aria, nei riflessi del sole sull’erba e sull’acqua della fontana… caddi come incantato e mi sedetti su una panchina.

Mi sembrava che tutta quella poesia che sempre riempie l’aria, la vita e il tempo fosse in totale contrasto con l’uomo, così lontano dalla realtà, così preso dai suoi impegni al punto che avevo l’impressione che tutto ciò andasse sprecato, come una musica suonata per nessuno, o un piatto di una buona minestra calda che rimane là, solitario sul tavolo, a raffreddarsi. In quel momento di pace io vivevo, respiravo, godevo di quei pochi raggi del sole, dei colori, ascoltavo quella musica, nuovamente. Era poesia, sinfonia, bellezza che si esprimeva così, in una banale passeggiata al parco. Ed ero commosso. Perchè non ero stato capace di vivere così ogni momento della mia vita? La paura vera della morte mi aveva svegliato?

La morte spaventa, su questo non c’è dubbio. E quando ci tocca da vicino o ci fa sentire anche soltanto appena appena il suo odore ci sveglia dal sonno. Forse non siamo nemmeno realmente consapevoli che prima o poi arriverà il momento in cui dovremo lasciare tutto questo. Credo che dentro di noi esista la certezza che vivremo per sempre, perchè in caso contrario non sprecheremmo tanto tempo in cose inutili e sapremmo gustare di più tutte le sfumature che passano inosservate. Eppure la morte e la vita sono legate assieme come il bianco e il nero, come due opposti che esistono solo se esistono entrambi. Dice una legge della chimica: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Gli uccelli ancora cinguettavano e il sole mi stava regalando i suoi utlimi raggi della giornata. Aprii il mio libro e continuai da pagina 78, dove ero arrivato. «Meno noto, o forse direi più difficile da realizzare, è che la Trasformazione è la legge prima della evoluzione. La morte, così come ce la raccontano, non esiste. La morte non è cessazione della vita, ma trasformazione della stessa. Ogni cambiamento è morte, dove morte significa Trasformazione. Osservando davvero i mutamenti della vita, comprenderemo la vita stessa cessando di temere la morte. Le cellule del nostro corpo muoiono continuamente e rinascono, così emozioni, pensieri, desideri… anche nell’arte marziale possiamo trovare lo stesso principio con ogni attacco e parata effettuati. Opporsi alla trasformazione, che è evoluzione, è davvero morire. Com’è difficile scoprire quanta sofferenza, nella vita, derivi dalla non comprensione di questo antico e meraviglioso Segreto. Com’è difficile “realizzarlo” davvero, affinché il nostro Essere possa dispiegare quelle ali di Luce, nella levità di un “eterno Qui ed Ora” che vive lungo la Strada del Ritorno. Non avere paura, non soffrire. Impara quindi sin d’ora a distaccarti dalle sensazioni pesanti e negative del quotidiano. Si tratta di “lasciare andare” quel peso e quella sofferenza che talvolta tratteniamo e coltiviamo dentro di noi oltre la “giusta misura”. E’ una cosa difficile da fare, anche se la logica dovrebbe far pensare che per chiunque sia una liberazione lasciare la sofferenza; invece non è così. Siamo molto attaccati alla sofferenza, che sembra essere la più importante fra le sensazioni tramite cui riusciamo a sentirci vivere. Naturalmente si tratta di un’illusione, ma è molto forte e difficile da cogliere. Ma non va creata una dualità, nella quale si pone da un lato l’oggettivo e dall’altra l’illusorio. In realtà il distacco si deve maturare nei contronti delle opinioni e delle idee formate negli anni, nonché da tutta quella somma di abitudini che costituiscono ciò che chiamiamo “noi stessi” e che invece è solamente il vestito perituro della personalità».

Chiusi il libro e rimasi senza pensieri, finalmente con la mente vuota, godendo dei colori di quel timido tramonto cittadino, e nell’aria una musica cantava:

“E’ sulle note di un pianoforte, sul sussurro del vento, sulla voce di labbra di donna, sul sorriso di un bambino, sul saluto di un caro amico, sul dolce rimprovero di mia madre, che l’eterno domandarmi perchè son qui svanisce in favore della vita”.

End

Giacomo

Il risveglio pt1/3

“IL RISVEGLIO”

“Sapevo di dover capire molto dalla vita,
ma mai avrei immaginto che avrei dovuto imparare a capire.”

 

Da alcuni giorni vedevo la vita in modo diverso. Era come se fossi uscito da un film e mi trovassi ora in soggiorno, davanti alla televisione, guardando tutto da fuori. Si parla spesso di quanto sia importante il cambio di prospettiva, ma quello che mi era successo non lo si poteva chiamare così, era diverso, era qualcosa di più forte. Mi sentivo come se avessi sempre vissuto in un acquario, tra i pesci e quei finti scenari di fondali marini e ora potessi guardare lo stesso acquario dall’esterno. Avevo sentito parlare ancora di teorie sui mondi paralleli da alcuni miei amici, ma il discorso non mi aveva mai toccato particolarmente e, se devo dirla tutta, mi sembrava una grandissima scemenza, una cosa fantascientifica, assolutamente campata in aria, indimostrabile. Ora invece ne ero convinto, esistevano davvero. Il discorso è semplice: finché non ti capita di metterci il becco, non capisci veramente di cosa si sta parlando. E’ la stessa differenza che c’è tra imparare qualche nozione di pronto soccorso immaginando l’ipotetica scena e dover veramente soccorrere qualcuno, magari in uno spaventoso incidente stradale. Ebbene, cosa mi era successo? Mia figlia era all’ospedale, gravemente malata. Era grande ormai, aveva trent’anni, ed era cresciuta piuttosto bene, ero fiero di lei, della vita che faceva. Ogni volta che la vedevo mi capitava di viaggiare nei ricordi, a quando era ancora piccina, con quel suo sorriso immenso e quegli enormi occhi azzurri, talmente grandi da perdercisi dentro. Era stata la cosa più bella che mi era capitata in vita mia. Ed ora era là, in quel letto di ospedale, senza possibilità di alzarzi.

Era martedì mattina e stavo andando a trovarla. Lungo la strada per l’ospedale camminavo e rivedevo quei posti, quei luoghi che fino alla settimana scorsa facevano parte del quadro che era la mia vita. L’edicola, dove compravo il giornale ogni giorno, il supermercato dell’angolo, dove facevo la spesa tutte le settimane, il bar, dove mi fermavo spesso per un caffè o per due chiacchiere con gli amici, la pasticceria, dove ogni domenica compravo le solite paste o la torta di pasta sfoglia, con quel gusto e quel profumo, sempre uguali, per tutti quegli anni. Era la mia routine, era il cerchio stabile che mi ruotava intorno ed ero felice. Forse felice è una parola grossa, comunque facevo la mia vita, mi accontentavo, funzionava insomma. E quel giorno, invece, camminavo e mi sentivo distante, mi sentivo in un’altra realtà, lontana anni luce da quel mondo che fino a qualche giorno prima era il mio. Non facevo più parte del cerchio, ero fuori, ero in una realtà parallela dove mia figlia stava combattendo tra la vita e la morte e tutto il resto sfumava nello sfondo. Cosa era rimasto del mio quadro? Tutto aveva perso il suo senso, nulla mi interessava ormai, eccetto lei. Camminavo ma non mi sembrava nemmeno di percorrere le stesse vie che avevo percorso per tutta la mia vita. Sentivo chiaramente di non essere io a vivere in un mondo parallelo alla realtà, bensì era la vita che avevo sempre vissuto il mondo parallelo mentre quella in cui ero piombata, con mia figlia in ospedale, con la mia nuova scala di priorità, con gli oggetti usuali così lontani, inconsistenti e superficiali, era la vera e tremenda realtà, quella che ti cade addosso senza preavviso e che ti sveglia dal grande sonno. Non è bello svegliarsi, ma quando ti capita capisci che hai sempre vissuto in un sogno. Semplicemente lo sai, non hai bisogno di qualcuno che te lo dica, che ti faccia notare che questa è la vita e prima stavi sognando. Sostanzialmente perché è la vita che contiene il sogno e non il contrario. E’ un po’ come una matriosca dove ogni bambola sa perfettamente quali e quante altre bambole contiene, ma non sa quali e quante la stanno contenendo a loro volta. Anche mia figlia aveva vissuto una cosa simile con suo marito. Il tempo che non bastava mai, mi raccontava lui, ora si trovava. Ieri non avevo tempo per nulla, mi diceva, ero sempre di corsa, a correre dietro a questa o a quell’altra cosa, l’appuntamento alle otto, la revisione della macchina alle nove, la riunione con la delegazione alle undici, il corso con i dipendenti della filiale dell’altra provincia il primo pomeriggio…tutto sembrava così importante, essenziale, che non poteva essere rimandato o spostato. Poi mia moglie è stata male e tutto è cambiato, ha perso di importanza, può aspettare. Lei mi guardava invece con gli occhi lucidi, mi guardo indietro, mi disse, e cosa vedo? Qual è stata la mia vita per tutti questi anni, cos’ho fatto che valga la pena di ricordarsi, che rimarrà se il cielo mi chiamerà a sé? Tutti questi anni di lavoro come impiegata? No di certo. Le vacanze al mare? La spesa, la casa pulita, il giardino ben tenuto?” Rimasi zitto perché in cuor mio non le sapevo rispondere, non sapevo come consolarla. Quando la morte si avvicina e ti fa sentire il suo brivido ti chiedi un sacco di cose, cose a cui non pensi mai e che forse sarebbe stato meglio chiedersi prima. Quando la vita se ne vuol andare senti di non aver vissuto abbastanza, capisci come per magia cosa avresti dovuto fare, quali sogni non hai realizzato perché pensavi ci fosse ancora tempo per inseguirli più avanti, o quali sogni non hai nemmeno avuto, perché non avevi nemmeno il tempo di sognare. Ti chiedi il senso della vita, e vuoi delle risposte. Le pretendi, o forse davanti alla morte sei solo umile abbastanza da ammettere che le risposte che ti eri dato erano sbagliate e ritorni quindi a porti le domande.

to be continued

Giacomo