Dal Niagara all’Uzbekistan

Esco sul balcone e respiro l’aria umida della sera, il fresco che lentamente prende il posto della calura, i mille odori delle piante che si fanno più intensi. E mi vengono in mente alcuni ricordi che non rivivevo da un pezzo, ricordi dei miei viaggi, di quella sera a fare una corsa lungo il Niagara, dei colori dell’autunno che ne abbracciava lo scorrere, il cielo di quella mattina dopo una nottata di lavoro su quella spiaggia Tasmana, il vento in faccia su quel pickup mezzo scassato, viaggiando verso Pimenteiras, in Piaui. Così mi ritornano in mente sprazzi di ricordi di posti così lontani che non sembrano più nemmeno miei, che ho vissuto e che ora mi chiedo se fui proprio io, là, a vivere quelle cose, o se son ricordi di un’altra vita, vissuta tanto tempo fa. E forse è proprio così che funziona ogni volta che si cambia, che ci si ferma in un posto a vivere per un po’ di tempo. Si assaggia un’altra vita, si conosce un sapore diverso. Non che sia più buono, ma semplicemente è così, differente e pure piacevole. Un nuovo cielo, un panorama diverso alla finestra di casa, un lavoro diverso, una lingua diversa, un’usanza diversa. E sta il fatto che potrebbe diventare una droga questo vagabondare, questo farsi prendere dalla voglia di provare a vivere tante vite, indossarle e guardarsi allo specchio, come se fosse un altro abito. Infatti, quando ci si ferma, rimane quel desiderio, sopìto, latente, senso di insoddisfazione fastidioso, di saper già come va a finire, di sentirsi già pronti per un’altra vita, voglia di ripartire per un nuovo viaggio, uno zaino, un biglietto e ricominciare, magari, così, da un ostello a Samarcanda.

Giacomo