I soliti idiomi alla velocità della luce più uno

L’ombra di una rivoluzione copernicana si avvicina, il neutrino minaccia almeno un secolo di storia del pensiero, e noi siamo qui a parlare di Domenica In. Ne parliamo perché, con la spada di Damocle della caduta del relativismo, il quesito che si propone alla massa degli astanti è: Perdoneresti la tua madre biologica per averti dato in adozione?.
Ahimé, quanta cultura, quanto sostrato corrotto racchiude questa domanda? Aldilà del bene e del male, aldilà del principio del piacere, la colpa è insita nell’atto del distacco. Come si sa da Freud in poi, in fin dei conti è sempre colpa della madre.
La cultura della colpa, figlia dell’impalcatura teologica occidentale, non ammette niente al di fuori del binomio perdono/vendetta. Nella storia di una figlia adottiva che scopre di essere stata adottata, il confronto con la madre parte dalla definizione della situazione come madre colpevole di, non ammettendo nessun esito diverso da quello della penitenza o della redenzione. Risulta chiaro e lampante il riferimento a un paradigma religioso in cui la responsabilità è individuale, ma il giudizio sull’azione non può non essere universale e aprioristico (caratteristiche della stessa divinità). Di conseguenza, a prescindere dalla motivazione dell’azione, il destino del responsabile è rimesso alle sole categorie del pensiero contaminato dalla dottrina, come se ognuno in sé potesse farsi giudice ex machina dell’altro, solo perché una cosa lo riguarda in prima persona; ancora peggio, come se la collettività potesse, con la sola imposizione del dogmatismo, farsi valutatore dell’azione altrui. Come se, dopo 30 anni di vita come figlia adottiva, il confronto con la madre biologica non fosse un confronto fra due donne, ma sempre e comunque fra un genitore e un figlio. Perché è sempre colpa della madre, di una madre assente o di una madre troppo presente.
La grande battaglia del laicismo consiste nel decostruire quella parte del pensiero attivo (ossia quello che si agisce nel vivere sociale, concretizzato nelle decisioni individuali e collettive, sociali) che utilizza le categorie del pensiero religioso nel discorso sul vivere civile e riportare le competenze ai loro legittimi detentori, ossia i neutrini, gli unici in grado di darci quella rivoluzione del pensiero che stiamo tanto aspettando.

Gianmarco

Antroproduzione: oltre il Rettangolo

THE TELESCREEN RECEIVED AND
TRASMITTED SIMULTANEOUSLY. ANY SOUND
THAT WINSTON MADE, ABOVE THE LEVEL OF A
VERY LOW WHISPER, WOULD BE PICKED UP BY
IT, MOREOVER, SO LONG AS HE REMAINED
WITHIN THE FIELD OF VISION WHICH THE
METAL PLAQUE COMMANDED, HE COULD BE
SEEN AS WELL AS HEARD.

1984 – Orwell

Dalla sua nascita il CEFALEO fu diviso in tre reparti, che svolgevano mansioni differenti. Il Primo Reparto era l’organo decisionale, il cui direttore faceva direttamente riferimento alla Commissione di Finanziamento. Il Secondo Reparto aveva invece la funzione di monitoraggio della popolazione Europea, di indagine statistica e sociale. Questa sezione era incaricata tra le altre cose di redigere il Rapporto di Disviluppo (*1). Il Terzo Reparto era quello incaricato della ricerca e della sperimentazione di nuove tecnologie.

A seguito di una indagine svolta dal Secondo Reparto nell’88 emerse una gravissima mancanza legata all’utilizzo del Rettangolo. Lo strumento di Philips veniva già utilizzato su larga scala, tuttavia, nonostante le politiche di cinestasi (*2) messe in atto, ci si rese conto che vi erano alcune parentesi temporali anche molto cospicue in cui la popolazione non entrava a contatto né con le emozioni negative fornite tramite la tecnica di Telegiornale, né con altri strumenti creati appositamente per l’apatizzazione.

In questo modo si rese necessaria l’invenzione di una tecnologia che permettesse all’essere umano ordinario di auto indurre una frattura nella propria realtà qualora ne sentisse la necessità e quindi anche lontano dal Rettangolo installato all’interno dell’abitazione. Fu il Terzo Reparto a porre rimedio a questo inconveniente. In un breve lasso di tempo furono sviluppati due strumenti capaci di ridurre questo difetto, due tipologie di Rettangolo portatili: Rettatile e Rettafono.

Note

(*1) il Rapporto di Disviluppo conteneva tutti i dati relativi allo sviluppo inverso della popolazione Europea e prendeva in considerazione cioè tutti quei parametri che andavano poi a comporre il CdC. Tale rapporto conteneva dati suddivisi per nazione.

(*2) la cinestasi è una politica introdotta dal CEFALEO nell’85 insieme alla sovralimentazione, atta a favorire un rallentamento e una atrofizzazione del veicolo fisico. Una minore mobilità fisica risponde ad una minore mobilità mentale e quindi a un CdC più ridotto.

Giulio

Adesso sbocco – La nascita di un pazzo

La nascita di un pazzo
Chi sono io?
Non so ancora.
Cerco me stesso.
Cerco me stesso in ciò che mi circonda, cerco di vedere me stesso riflesso nelle persone che mi stanno attorno.
Cerco i miei simili.
Dove sono i miei simili?
Esistono?
Mi sento solo.
Esco di casa, mi immergo tra la gente.

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Casual talkings
Qui parlano di moda.
Cosa va oggi? Come bisogna vestire? L’hai vista quella rivista?
Non ho mai saputo nulla dell’argomento.
Sto zitto.
Faccio sorrisi, ma non capisco cosa ci trovi la gente di interessante.
Poi il discorso gira, cambia, e ci si ritrova nei gossip.
Hai visto chi hanno fotografato su…?E hai visto con chi si è messo quella?
Non avrei mai pensato che l’attore Caio fosse gay…
Sto zitto ancora.
Non so nulla.
Mai che mi sia interessato nulla dei gossip, dei vip, di vite di persone che manco conosco e che non c’entrano nulla con la mia vita. Fosse il capo del governo potrebbe anche interessarmi, visto che fa le leggi che dovrò poi rispettare, che faranno il mio futuro, ma cosa mi interessa invece di altri personaggi “famosi”…(famosi per gli altri, io non avevo mai sentito il loro nome fino ad oggi!)
Mi guardano.
Silenzio dalla mia parte.
Annuisco.
Continuano a guardarmi.
Sorrido, faccio un cenno, dico sì sì, avete ragione, ci stavo pensando pure io, poi stacco la testa e tutto quello che ci sta dietro, lascio il mio corpo a osservare inespressivo di fronte a sé mentre dentro penso ai cavoli miei e fuori scorrono inesauribili fiumi di parole che non hanno per me alcun senso.
Zac.
Un occhiata, un attimo di silenzio.
Rientro e mi ricollego al discorso.
Siamo arrivati ai film usciti di recente al cinema.
Sto zitto ancora.
Stacco.
Riattacco.
Siamo allo sport.
Sto zitto.
Stacco.
Riattacco.
Eccoci ai motori, nuove macchine, quella ha 300 cavalli…
Zitto ancora.
Non ho il tempo nemmeno di staccarmi che subito si cambia e…
…si parla dei programmi televisivi, hai visto quello, quella lì ha fatto proprio una brutta figura, hai visto chi hanno eliminato là, cosa hanno pensato qua, che ridere che ha fatto quel tipo sull’altro canale…
Stacco.
Sono ormai 6 anni che la televisione non la guardo più.
Sono stufo delle pubblicità, dei programmi, di quello che passa in quel cubo (ormai diventato piatto).
Quindi sto in silenzio, è l’argomento tra i tanti di cui sono ignorante, dove sono davvero un fuoriclasse di ignoranza.
Riattacco.
La voce passa ai cantanti pop, quelli che fanno i video in mtv, quelli che sono nelle top ten, quelli di qui e quelli di là, quelli di su e quelli di giù, ossia sempre a parlare di quelli di cui ancora non so nulla di nulla, e rimango ancora, un’altra volta, inevitabilmente irrimediabilmente in silenzio.
Cosa penseranno di me?
(“Ma perchè non parla mai quello? Che antipatico!”)

Il discorso di un pazzo
Non mi dispiace però. Me lo merito forse. Sono io a non interessarmi per primo. Mi dispiace invece di buttar via il mio tempo a dover sorbire questi discorsi, mi dispiace ancor di più di non aver il coraggio di urlare in mezzo a quella piazza, gremita di gente, che non me ne frega un cazzo di tutte queste cose inutili, assurde, futili, che non mi aiutano a sentirmi bene, a farmi crescere, ad essere felice, a dirmi chi sono e cosa ci faccio qui. Piango dentro me stesso, stritolato da convulsioni, afflitto da conati di vomito, quando invece mi piego a questo fiume, a questa corrente e fingo (per lavoro o per altro) di essere interessato, e faccio un sorriso, dico sìsì hai ragione, che roba, ascoltando queste parole, questo little chatting di cui non me ne è mai fregato nulla.  Sono un ipocrita? Lo dico apertamente, e qui mi sfogo, forse faccio male, ma questa musica che le bocche di tutti cantano io non la so, non mi piace, non l’ho imparata. A volte vorrei scappare da tutto questo, mi sembra solo un mare di falsità e immondizia che mi soffoca. E chi cavolo è sta gente? Non mi riconosco in nessuno di loro. E’ un incubo che mi fa sudare freddo. Dove sono i miei simili? Esistono ancora? Sono io quello sbagliato? Il diverso? L’associale? Quello fuori-sistema? Sono fuori? Sono pazzo? E se non voglio parlare di queste cose quali sarebbero i miei discorsi allora? Di cosa vorresti parlare potreste chiedermi?
Vorrei parlare di quella signora, con la testa china, seduta sui suoi talloni, ginocchia a terra, che fa la carità, con vestiti sporchi, senza guardare in faccia i passanti, così belli, così alla moda, così lontani che le passano accanto, le sfiorano la mano con i loro cappotti e le loro borsette di alta moda, ma non si fermano, non si accorgono? Non la degnano di uno sguardo e passano oltre, attirati dalla prossima vetrina. Dubito che si siano proprio accorti di esserci passati accanto. Occhi che non vedono ciò che gli sta davanti, ma vedono bene ciò che sta dietro questa vecchia signora, la maglia di gucci per esempio, sul manichino dietro le sue spalle. Io cammino là nel mezzo, non mi sento né da una parte né dall’altra, incapace di prendere una decisione, vedo e rimango di sasso, passo oltre come tutti ma tormentato,  pieno di domande, e come sempre in vita mia non riesco a prendere parte, e continuo a cercare di capire quale sia la mia strada, come se non l’avessi appena sentita chiamarmi e graffiarmi la pelle. Forse più di tutti sono io che mi faccio schifo. E tiro oltre, per non dovermi cambiare, perchè è faticoso e forse non so nemmeno bene cosa voglia dire. Cos’altro vorrei dire? Quali altri sono i miei discorsi? Ecco, potrei porvi un’altra cosa su cui riflettere.

Pensate un attimo, scusate, all’assurdità della cosa, da un punto di vista esterno, completamente fuori degli schemi. Pensate all’assurdità della cosa dal punto di vista di chi non conosce le dure leggi dell’economia e della società del consumismo. Cosa vede della medesima scena di cui sopra?

L’uomo sta in strada, al freddo, vestito di stracci.
I manichini invece stanno al caldo, vestiti di lana e flanelle.

Io sono un pazzo.
Sicuramente.
E…
Scusatemi.
Ora…
Basta parole, basta.
Aiutatemi a distruggere questa società, distruggiamola e ricostruiamola da capo.
Non ne posso più.
Davvero.
Ho la nausea.
Adesso sbocco.

Giacomo