Infelicità autogiustificata

“Tutte le persone di cui ho solo sentito la voce o di quelle che ho visto di persona hanno una straordinaria abituale capacità: elaborano precise giustificazioni del loro dolore, profondo o leggero, esistenziale o superficiale. In questo modo permangono nell’angoscia. Incapaci di trovare di meglio del male della vita e soffrendolo, rimangono capaci di autogiustificare la propria condizione: giustificatamente infelici, piuttosto che involontariamente felici.”

“Come comportarsi nei confronti di un mondo tutto sbagliato? Come inserirsi in un sistema eterno, immobile, attonito, torto su se stesso e privo di intelligenza. L’idiozia è colpevolizzare quel poco di sensato che c’è nel mondo, quel briciolo di verità scintillante che è tutto nella vita. Un senso, una dignità. Troppo facile vivere bene, troppo facile è amare il prossimo, riconoscergli un valore. Bisogna uccidere e uccidere. A detta di tutti è un male inevitabile: uccidi il tuo pensiero, fallo a brandelli, distruggi il tuo corpo, ma stai in silenzio. Solo a brandelli ti è dato vivere.”

“Uno sguardo di una ragazza, due occhi nel traffico per uno sgomento unico. Mi parlavano del suo senso di estraneità nei confronti di un’istituzione ch’essa amava, nonostante tutto. Mi raccontava del fatto che si sentiva inadeguata rispetto ai tempi, al cronometro inflessibile dei tram, delle metropolitane, dei genitori e degli impegni. Non riusciva a darsi pace del fatto di essersi “persa nel frattempo”, di aver “perso del tempo”. Mi chiedo se si possa perdere ciò che non si può possedere. Il giudizio del mondo, mi diceva, la condannava nell’errore. Il passato non si può cancellare e lei aveva “perso due anni”. Ormai neanche Dio ci poteva far nulla e lei sarebbe stata dietro quelli che l’avevano sorpassata. Una ragazza di vent’anni o poco più che aveva “perso due anni”. -E quanti minuti?- Le chiedo io… -Più che abbastanza-. Mi dice lei. Il tempo a nostra disposizione è limitato, non dalla morte, ma dalla nostra infelicità. Non vale la pena di tutto questo, se la vita si riduce al vuoto di un numero qualunque.”

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di

Giangiuseppe Pili