Perché piangi

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Perché piangi?
Scusa ti ho svegliato
proprio tu
che domani sarai
a trattenere il respiro
a contrarre la spalla
destra, piango
perché ho sentito Salvini
dire chi muore
non è vivo non c’interessa
perché ho visto il sorriso
odioso di Berlusconi
di nuovo sicuro
piango
perché ho toccato
le pieghe
sulla tua fronte
fatica e commozione
un soffio appena.

 

 

E’ anche che ho aspettato
mezz’ora il tram
stasera, sono stanca ma
un amico parte, un altro
ancora la Svizzera
e un contratto
che lascia aperta la fine.

Scusami, amore, scusa:
non riesco
adesso
a piangere piano.

 

Foto: Islanda, 66° Nordur 2.0

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La piega della tristezza

Milano, lunedì mattina, tram 14.
Umanità schiacciata e infastidita dal contatto reciproco, ciascuno pensando allo spazio che vorrebbe prendere, e allo spazio occupato dagli altri.
Tra una fermata e l’altra, un signore calvo con gli occhiali si mette a sbraitare contro il vicino: “Se non ti piace tornatene nel tuo Paese! Caproni! Puzzate come dei caproni, ci mettete il profumo sopra per coprire la puzza… fate schifo!”.

Mentre mi unisco al coro dei “Basta! La smetta!”, cerco il viso dell’uomo a cui sono rivolte quelle parole. Ma vedo soltanto la nuca, il collo, dove una piega, di colpo, profonda: la piega della tristezza.

Pomeriggio d’afa

Pensieri al condizionale passato, quelli che ormai, con potere e dovere confusi, come gocce, di sudore o pioggia, o forse.

E pianto acuto di donna, bambini cantano, gli indiani al centro della terra, cappotti sul braccio, fa caldo.

Poi è soltanto, nell’afa, latrare di cani.

Domanda: “Andate d’accordo?”
Risposta: “Sì”
(sospiro)
“Ma siamo tristi”.

Arianna

Dipinto: Federico Marchinu

L’ultimo inganno

 

L’ultimo inganno è la vita così intesa,
di chi si crogiola nella sofferenza
e si incorona, d’arte, altissimo poeta,
triste incompreso genio trafitto,
per darsi una chance di esser grandi,
per sentirsi meglio nel peggio,
e non esser banali uomini sofferenti.

Giacomo

Povera rabbia

ostacolo sormontabileOk, le cose sarebbero potute andargli meglio. Tutto sommato, però, non se la passava male. Neanche bene, d’accordo, ma sarebbe potuto stare peggio. Si può sempre stare peggio, no? No, questa forse era una cazzata. Però nel suo caso era vero: sarebbe potuto stare peggio.
A volte, di nascosto, se lo augurava: stare peggio, per essere finalmente in diritto di sfogare quella rabbia che gli montava dentro, da parecchio tempo ormai, e poi se ne stava lì, incastrata tra i pensieri, e l’affitto da pagare. Sempre a inizio mese, poi. Ma chi glielo assicurava che ci sarebbe arrivato, al fondo di quelle quattro, cinque settimane?
Quattrocento euro mensili non sono tanti, non bastano per starci dentro, inutile starsela a raccontare. E la rabbia montava, la sentiva in pancia, nelle vene delle gambe, tra i denti. Ma coi tempi che corrono… quante cazzate! I tempi, quelli se ne fregano, a correre sono sempre gli sfigati che s’arrabattano tra un lavoretto e l’altro, si sbattono di qua e di là con un piano B sempre pronto in testa: “Faccio domanda per ‘sto bando, così se non mi rinnovano il contratto ho le spalle coperte per altri tre mesi. E se poi mi rinnovano il contratto, alla peggio rinuncio”.
Non riusciva a rilassarsi, gli rimproverava il suo amico Fili, dall’alto del suo contratto a tempo indeterminato. E la rabbia montava, più furiosa. Furiosa? Sì, furiosa. Ma anche triste. Non c’era una logica, un senso alla base di quelle disuguaglianze macroscopiche, era tutto un gran casino, un gran casino di merda. Aveva paura di ammalarsi: “Se mi ammalo, affondo, è la volta buona che affondo. Come lo pago l’affitto, se mi ammalo?”.
Si faceva troppe paranoie, gli rimproverava il suo amico Fili (quello del contratto a tempo indeterminato). E mai una volta che offrisse da bere. Erano amici, però ognuno si faceva la sua vita: felice, quella di Fili, infelice, la sua.
Dava troppa importanza al lavoro, ai soldi. Forse Fili aveva ragione, forse si stava perdendo dietro ai contratti, ai soldi che non bastano mai, alla rabbia che monta dentro da tanto tempo, dietro alla tristezza che gonfia gli occhi, e all’invidia. Per le vite degli altri.

Arianna

Chiedo un miracolo

Non ci sei.
E’ proprio vero che sei morta, allora. Non è come quando ti arrabbiavi, sparivi per un po’ e poi ti passava. Questa volta è diverso.
Ti cerco, dimenticandomi che non posso trovarti. Ti cerco nei cassetti, non ci sei. “Forse dovrei provare nell’armadio”, penso. Ma niente, neppure lì ti trovo. Ti cerco nei capelli arruffati di una bambina che mi chiede: «Dove dormi?». Ti cerco stasera a teatro, appena prima di commuovermi, e nel riflesso di una candela, diventate due nel bicchiere.
Non ci sei, va bene, lo devo accettare. Ma chiedo un miracolo: sopravviverti senza tristezza. Chiedo di trovarti nel modo in cui puoi esserci e godere della tua esistenza, passata – è vero – però reale. C’eri.

E fanno tre mesi.

Arianna