Tsunami

Un uomo e una donna.

Una piccola casa.

Un figlio

e una briciola d’amore.

Due figli

e una briciola d’amore.

Un’altra piccola casa,

un’altra ancora.

Una stradicciola in terra battuta.

Qualche albero

e un campo coltivato.

Gli attrezzi del contadino

il pozzo, il secchio

l’acqua fresca sulla pelle del mattino.

Altre case e stradicciole

molti uomini e donne:

un piccolo villaggio sulla costa.

Un porticciolo

dieci barche grandi come conchiglie

dieci vele rammendate.

Uomini che fanno colazione di riso

e salpano al primo sole.

Le risa dei ragazzi che giocano a palla

le botte dopo le risa

le piccole ingiustizie.

Un mazzolino di fiori di campo

occhi timidi, sguardi divergenti

e una briciola d’amore.

Un’altra piccola casa

riso e sorrisi di tutti

invidie di alcuni.

Il giorno dopo

i rumori di sempre

di terra e animali

di uomini e donne

che si fanno la vita.

Poi un giorno come altri dal mare

l’acqua si alza in un muro di pietra

e corre verso la costa.

Sbiancano i cuori di tutti

mentre i corpi, le case, i figli, le stradicciole in terra battuta, gli alberi e i campi coltivati, gli atrezzi del contadino, il pozzo e il secchio e l’acqua dolce e fresca del mattino, altre case, il villaggio, il porticciolo, le dieci barche e le dieci vele rammendate e le reti, i ragazzi e il pallone, i fiori di campo e le invidie e tutte, tutte le cose di sempre

vengono cancellate dalla faccia della terra.

Persino la briciola d’amore.

Gli usignoli perdono il canto

quando il mare recede e scopre la terra:

ogni cosa è distrutta, scomposta e ferita.

I superstiti vagano

tra le macerie sconvolte dal lutto.

Niente, nulla, nessuno

è più come prima.

 

Poco dopo

dal sole e dalla terra germoglia

una briciola d’amore.

Questa poesia è dedicata a tutto ciò che viene costruito a ridosso dell’oceano interiore e che vive costantemente il rischio del maremoto. A ciò che di superbo di fa senza considerare di quanto in fretta può scomparire.

Giulio

La bella Yoko, grossi seni e gambe lunghe, aveva ragione

E’ passato uno tsunami di tempo, con le persone come omini del lego e un traghetto che riposa placido sul tetto di una casa dell’entroterra. Immagini, migliaia di scatti alla rinfusa di persone, morti, dispersi, sfollati e altro. Molti interrogativi e poche risposte. Mentre cerchiamo le risposte, circa diecimila morti.

Ma queste morti, le morti dello tsunami, non mi portano l’ansia e il rancore di altre morti. Se la terra non ha un guscio solido, se galleggiamo su un mare di lava incerto, le cui zolle barcollano a destra e a manca senza controllo, in una lentissima deriva, non possiamo farci nulla. Cercando il bandolo della matassa è possibile solamente guardarsi negli occhi e rimboccarsi le maniche per ristabilire l’ordine, per ricomporre le carte sparigliate dal mare e dalla terra.

L’ansia e il rancore sopraggiunge invece quando le morti le facciamo da soli, quando la nostra umanità si porta sull’orlo di un harakiri immotivato senza nemmeno sapere il perché, capendo forse di essersi sbagliata, che non sapeva, che non si pensava, che si ritenesse non fosse possibile. E’ l’imbecillità che mi spaventa. Siamo imbecilli e mostruosi.

Per quanti anni abbiamo venduto armi a Gheddafi, tra i sorrisi e i baciamano, prima di considerare il fatto che prima o poi le avrebbe usate? Ora c’è l’embargo. Quanti stati abbiamo attaccato senza che nessuno chiedesse nulla dal 2001 in poi? Quanto abbiamo impiegato per decidere di entrare in guerra in Libia? Fino a una settimana fa c’era, sui giornali locali, una odiosa freccia verde che mostrava la ripresa delle città ribelli da parte dell’esercito regolare del colonnello. Verde, come la speranza, l’avevano messa! Quanti morti servono per mettere in moto la Nato? Mille? Cinquemila? Diecimila? Uno tsunami di morti?

E poi quella centrale, i cui omini sono già verdi, come gli alieni, da quante radiazioni si sono ingoiati. Fukushima mi ha fatto ricordare un fumetto giapponese che leggevo da piccolo, Golden Boy, dove tra scene di sesso ed erotismo una donna di nome Yoko si chiedeva perché il Giappone si stesse suicidando con il nucleare dopo aver subito le bombe atomiche. La bella Yoko, grossi seni e gambe lunghe, aveva ragione. Ora evacuiamo.

E’ questa stupidità quella che soffro: quella delle guerre, delle centrali nucleari che subiscono un malfunzionamento. Soffro le morti per cui i responsabili esistono e hanno un nome: umanità.

E poi le persone dicono: io non voglio la guerra, io non voglio il nucleare, io non voglio, io sono buono/a e intanto, tutti insieme, ce ne fottiamo, se il mondo va a fuoco. Bastava ascoltare la bella Yoko, forse eccitarsi per le scene di sesso, ma leggere con attenzione quelle vignette. Bisognava leggere le vignette.

Giulio