L’ultima volta

L’ultima volta che ci siamo viste non sapevo che sarebbe stata l’ultima.

Eri lenta lentissima nei movimenti, citofonai tre volte perché non scendevi più: “Un attimo, arrivo!”. Nella tua voce c’era l’irritazione di chi si scontra ogni giorno con la goffaggine dei sani. Mi vergognai della mia impazienza, mi sentii così stupida, superficiale, così… e poi, di colpo, eri lì.
Sul tuo volto stava la sofferenza che non potevo capire, che sapevo, sì, sapevo, eppure no, in quel momento m’accorsi che non sapevo proprio niente. Come abbracciarti senza farti male? Come parlarti senza ferirti? D’un tratto, eravamo estranee. Il mio passo troppo veloce nonostante cercassi, facessi attenzione, t’assicuro che c’ho pensato, e dire che Eli m’aveva preparata: “Non sarà piacevole vederla così”. 
Provai a farti ridere, ricordi? “Malgrado le cure, sei sempre la mia Trendy Teacher!”, ma il tuo sorriso – per la prima volta – mi parve forzato. Non avevi proprio voglia di scherzare. Qualche mese in più negli occhi, e già appartenevi a un’altra generazione. Quei ricci fragili, il viso grigio, scavato, e poi il ventre, grande, gonfio: “Una commessa ieri mi ha chiesto se ero incinta… davanti a mio padre! Guarda, la gente, veramente…”.
Non riuscivi a stare seduta, andai a chiedere dei cuscini ai ragazzi del bar (“Che antipatici in questo posto, se la tirano come non so cosa!”), mi feci dare tutti quelli che avevano: “Grazie, tesoro”. 
“Come va lo stage al museo?”, sì, ti trovavi bene ma avevi energie soltanto per un part-time, ti dispiaceva. “Non va troppo male però, ecco, io una che può andare in giro così la invidio”. Una ragazza in minigonna, alta, slanciata, coi tacchi. “Ma non perché bella o brutta, semplicemente perché cammina… così, vedi?”.
Non c’era molto che potessi dire, tu però insistevi, volevi che ti raccontassi di me, come al solito: “Hai dei bei progetti, si vede che ci credi. Ce la farai”.

Non lo so, Trendy Teacher, non so se ce la farò. Ma ti prometto che ci proverò. E ti prometto che, di fronte alle mie fatiche, mi ricorderò delle tue parole: “Sai meglio di me che non è questo il problema: il problema è che non ti ami abbastanza”. La sento ancora la tua voce che me lo ripete.
In effetti, ha ragione.

Arianna

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La frutta

Ci siamo arrivati, alla fatidica frutta. Le parole che corrono sulle prime pagine dei giornali e nei forum di informazione, quelle che suonano più o meno come “Meglio essere uno sporco maschilista che essere gay”. A questo punto, cosa rimane da fare? Non lo sappiamo più, forse. Più che denunciare, indignarci, dire fare baciare lettera testamento, sembra che niente abbia la forza necessaria a far cadere questo soffocante potente che si è nutrito dei bassi istinti, che è stato votato dalle basse emozioni… Questo è il punto: Berlusconi è un’emanazione culturale (lo è sempre stato, lo è diventato?), penso a volte che sia una specie di concretizzazione di alcuni valori culturalmente accettati, un’incarnazione di come l’italiano vorrebbe che sia l’italiano che cerca di essere. Un uomo con una virilità ostentata, detentore di un potere squisitamente economico con cui può raggiungere i suoi obiettivi, raggirare la legge, trovando l’inganno una volta fatta la legge, o facendo una legge con l’inganno, sistemando i propri affari, salvaguardando gli interessi del familismo amorale. Un uomo che, nonostante l’avanzare dell’età, si attornia di gioventù, legittimando la costruzione di mete culturali allineate alla logica del successo e dei quindici minuti di celebrità. E ci sarebbe da dirne ancora: il fatto è che ho l’impressione che ad un certo punto B. sia apparso, come fosse stato creato nel laboratorio della società italiana, come fosse comparso nella forma che conosciamo, cullato e alimentato dalle nostre infime volontà di potere, pompate dal rampantismo degli anni Ottanta e dal modello d’azione sociopolitica che – piccolo incidente di percorso – Tangentopoli aveva mostrato. Che sia apparso come quella frutta geneticamente modificata che non marcisce mai, se non in chi se ne ciba, diventando tumore.

Gianmarco