Vetro liquido

Sta rinchiuso
separato
in una sfera
di denso vetro liquefatto;
batte, si dimena
urla perfino
ma giorno dopo giorno
le sue forze scemano.
Ogni tanto uno slancio,
ma sempre più radi.
La sofferenza
lo porta a riprovare,
ancora,
e ancora,
a rompere quello strato,
ad uscire,
così ogni tanto
si crea un pertugio,
una rottura del guscio
come una stella
in un vetro rotto;
la sua voce trova così spazio
ed esce
col pianto,
quel pianto così temuto,
compresso,
negato,
che piange!
finalmente!
il suo cuore si libera!
ma la mente lo frena:
-tenta di non piangere,
smettila!
o si romperà la sfera!-
e lui smette
in attesa
di quell’onda
che lo travolga,
senza più speranze
di trattenere la ragione,
si ferma!
si contiene!
la sfera si rimargina.
sa
nel suo più intimo
luogo segreto
che più piange
più la sua voce si rafforza,
più scorrono le lacrime
più il suo urlo lacera il vetro,
che da liquido,
infrangibile massa,
si secca e cade
in frantumi,
come cristallo spezzato,
foglia secca sbriciolata
portata via dal vento.
così si libera
-potesse farlo per sempre!-
che fatica ogni volta
creare una falla
attraverso cui
farsi sentire
raggiungere l’essere,
la sua voce,
difficile,
come creare un buco nell’acqua,
ma non impossibile
per un cuore che scalcia,
che attinge
ad una forza sua
che non s’immaginava,
che si oppone di morire,
che s’impone
di rompere finalmente
quell’opprimente
sfera:
quell’immagine di se stesso
che forte,
non ha paura,
non conosce
il dolore,
senza lacrime,
invincibile
vetro
senz’anima.

Giacomo

nell’urlo, la rabbia

sasso nel dirupo
e s’avvia, frana,
slavina di nervi,
indomabile tigre,
bestia da schiaffi,
ti vedo ti sento
seme dell’odio,
che mi consoli,
mi accompagni,
mi difendi
violento;
rabbia:
vecchia amica
ti rincontro,
inconscia,
strega,
e sotto il velo,
lentamente,
dopo tanta fatica,
scorgo il tuo volto:
…e nell’urlo
riconosco me stesso.

Giacomo

translation:

rock in a gorge
it begins, landslide,
avalanche of nerves,
untamed tiger,
beast made to be slapped,
I see you I feel you
seed of hatred
you that consul me,
you that accompany me,
you that defend me
violent;
anger:
old friend
we meet again
unconscious,
witch,
and under the veil,
slowly,
after so much effort,
I see your face:
…and in the shriek
I recognize myself.

Giacomo

Prima delle prime luci dell’alba

Lì fuori un vento sibilante spazza la notte. Sono le cinque del mattino e gli infissi tremano. Tremano di paura. Nel mio stanco pensare notturno getto l’orecchio al di fuori, dove l’aria combatte contro la disuniformità della superficie terrestre, contro la struttura segmentata della città. S’infila nei vicoli: i cavedi e gli spazi nascosti, tra casa e casa intonano un lugubre canto, un lamentoso frusciare che gioca e riprende i versi delle piante spettinate dall’aria. Ondeggia non visto nel buio l’abete fuori dalla mia finestra, si piega alla forza che squote la notte. Poi lontano lontano, odo un meccanico rantolo, un cardine che scricchiola disumano, sgradevole. Dopo quel grido disperato nulla rimane e d’un tratto stoc!, il legno dell’infisso batte violentemente contro la pietra della casa, forse ne ferisce l’intonaco, forse scopre una lacrima di calce. Spalanco gli occhi per meglio udire il rinnovato silenzio figlio del contrasto con il momento prima.  Ad ogni folata un’onda di pressione s’insinua dentro casa ed anche le porte lo sanno e prendono vita, oscillano in quel mugghio ruvido che mi spaventa, che non mi lascia sprofondare nel torpore del sonno. Di nuovo le zampe del vento artigliano le case là fuori, sento un cadere di cristalli infranti, quasi una fragilità umana caduta di fronte ad un nemico di impari forza e brutalità. Quasi una poesia morta, cantata per l’ultima volta, e non udita.

Giulio