La caduta

Seduta sul divano mi guardi
con occhi dal passo incerto,
incespicanti,
chiedi
Sono caduta come cadono i vecchi,
sono vecchia?
Domandi e affermi,
cercando di colmare
quel tratto di futuro sdrucciolevole:
spazio vuoto, gradino, inciampo
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Grattacapo anagrafico

“Tu sais, j’ai choisi cette maison de retraite car j’ai une amie qui est là aussi… moi, j’habite au cinquième et elle, elle habite au troisième!”
“Et vous avez le même âge?”
“Bah… quand on était jeunes, on avait le même âge. Mais là, elle est en voiture, tandis que moi, je marche encore… alors je dirais que non, on n’a pas le même âge”.

***

“Sai, ho scelto questa casa di riposto perché ho un’amica qui… io abito al quinto piano e lei al terzo!”
“E avete la stessa età?”
“Beh… quando eravamo giovani avevamo la stessa età. Ma adesso, lei sta in carrozzina, mentre io cammino ancora… allora direi che no, non abbiamo la stessa età”.

Arianna

 

Tutti i ciò che ero

Tutti i ciò che ero

ora sono morti.

Piango i cadaveri

dei me stessi perduti

come fossero

i più cari compagni

di questa mia vita.

Vedo innumerevoli me

uno in fila all’altro

sulla coda del tempo;

in fila distesi

come cadaveri.

Anzi cadaveri,

ne sono certo,

di me stessi che ora non sono,

dalle mie scelte spenti.

Ogni attimo un omicidio

ed una foglia

che prende commiato

dalla realtà.

Mi mancano quei me stesso che ero,

come l’aria li penso,

li frugo e li cerco

dentro di me.

Eppure mi accorgo

che sono morti

– semplicemente morti –

e che ora io

sono tutt’altro.

Ora sono me stesso,

un me stesso fugace

che già crepa

schiacciato da me

– lo stesso

un verso più in là –

già radicalmente io

diverso dai prima

dai quando

dai giorni che sono

e più non saranno.

Rimane il peso

di questo eterno

morire;

di questo crescere

scartare, acquisire,

trovare, scoprire,

vivere, essere

sempre nuovo;

di questo nuovo

che accomiata

mette all’uscio

esclude

ciò che è stato,

senza ritorno.

Mi manco

mi manco in ogni squisito frangente

irripetibile attimo

di ciò che sono stato.

Amo il mio passato

ne amo i dettagli

che molti affiorano

alla mia mente

(quanti sono?)

(hanno limite?)

In questo eterno morire

sento grande vecchiaia,

come un trapasso continuo

di migliaia di vite

rapidissime

una aggrappata all’altra

senza pausa.

Mi sento

un vecchio

nel cimitero dei propri se stessi.

(Quante lapidi!)

(Quante storie diverse!)

Ecco:

io sono quel vecchio

che porta i fiori

su ogni tomba

e s’inchina profondo

e prega

e mentre prega

muore e muta ancora

nella speranza

che quelle morti

non siano vane.

Forse dovrei

allontanarmi dalle tombe,

eppure indugio poiché

tra quei sentieri a grani bianchi

trovo la traccia

di un senso

come una storia

che trapela dalle foto ingiallite

e che è la mia storia.

La storia di questo

che è il mio presente.

Sull’altra non so,

ma su questa sponda

del mio sentire

ogni respiro

è un trapasso

ed una foglia

che prende commiato.

 

Questa poesia è dedicata a tutte le persone che ho incontrato in questa parte della mia vita, a tutte quelle persone che ho sfiorato anche solo per una frazione di me stesso o di secondo, che in fondo è la stessa cosa.

Giulio

Speranza di vita

Madame E. non se la passa poi male. E’ vecchia, certo, ma non malata. “Non ho dolore da nessuna parte”, ripete, quasi per convicersi che, in fondo, sta bene. Eppure, anche se nessuna sofferenza la tormenta, i suoi passi sono incerti, affaticati. Esce solo in carrozzella, altrimenti detta “voiture“.
Abita in una casa di cura, nel suo quartiere di sempre: stessa linea di metrò, un paio di fermate più in là. Si mangia bene – dice – e le infermiere sono gentili, però Madame E. si annoia: “Vuoi sapere cos’ho fatto stamattina?” “…” “Niente” “Niente?” “Niente”. Poi ci ripensa: “Beh, ti ho aspettata”.
La memoria, ogni tanto, la tradisce: “Non sapevo che saresti venuta oggi!”, esclama quando mi vede comparire nella sala comune. “Oggi è mercoledì? Allora sì, è giusto, ti avevo detto mercoledì, in effetti. Ah, ma lo vedi? Non ho più niente qui, niente di niente!”. Una testa vuota, così si sente.
“Allora, andiamo? Ce l’hai la voiture?”.
Fuori, al parco, incrocio gli sguardi di altre donne, mamme, con i loro bambini nei passeggini. Io invece non ho figli, e porto a spasso Madame E.
“Non voglio vivere fino a cent’anni”, mi dice, e pare quasi una supplica, come se mi stesse chiedendo di prometterglielo, di rassicurarla che no, non la obbligheremo a restare.
“Nemmeno io voglio vivere a fino a cent’anni”, penso.

Arianna

Dipinto: Federico Marchinu

Cocaina e Viagra, così si combatte la vecchiaia!

Oggi tuo nonno, invece che fare il nonno, può continuare a lavorare meglio di un quarantenne, sentendosi ancora un leone nel pieno  della forza (e col piffero che se ne va in pensione!). Può occupare posti di lavoro importanti, e impedire ai giovani di cominciare a farsi una vita, può farsi di cocaina perché tanto c’è la pillola del cuore, e scopare come un ventenne perché c’è il viagra o l’iniezione magica simile a quelle che si fa il premier sei volte la settimana.
Così la società che già gira su sesso-droga/viagra-cocaina continua come una trottola, con i giovani che sono disoccupati e i nonni che invece di dare consigli e starsene buoni fanno gli irriducibili come se la potenza sessuale e i soldi fossero gli unici valori in cui investire, unici valori che rendono la loro vita ancora vivibile.
D’altronde se il cervello si ferma a 30 anni e rimane lo stesso senza mai crescere in saggezza allora non ci stupiremo se oggi possiamo vantare un parco trentenni ampissimo, solo che l’età anagrafica risulta essere piuttosto variabile (dai 30 ai 90).
Consiglio vivamente alle donne tutte di non trovarsi di notte, assolutamente e per nessun motivo, in un vicolo buio in compagnia di un anziano signore, specie se ha una pillola blu in mano e il naso infiammato. Il panorama di quello che potrebbe accadere è che leggeremo sui giornali scandali di stupri da parte dei nonni o, per chi se lo potrà permettere, fiumi di prostitute anche minorenni e cosche di favoreggiamento alla prostituzione, come quelle a palazzo Chigi.

Giacomo

A mia nonna

Minuscola
ancora ripeti
“sei cresciuto”
ma da anni sei tu
ad esser piccina.
Raccolgo di te
la figura sfumata
che ruga su ruga
scompare.
Bianca è la veste
di mattina, bianca
la pelle
della tua mano stanca.
Hai sepolto
le labbra di oggi
nella vita di ieri:
il futuro non aspetta
e t’abbandona
poco a poco
piegata nei ricordi.

Piegato indietro
un giorno forse
anch’io riavrò quei doni
che tu mi feci
e adesso
proprio non ricordo.
E con quelli magari
il tuo volto più giovane
che dirò e ridirò
e dirò ancora
a nipoti già grandi
stanchi
di storie da vecchi
masticate tra le gengive
mie, stavolta
e inciampate tra labbra
senza più denti.
Sepolte anch’esse
nella terra scura
della vita di ieri.

Giulio

La mia nonna

È vecchia.
Vecchia vuol dire
è nata prima di me
prima di mia mamma
prima della guerra.
Vecchia vuol dire
dimentica ieri e ricorda
trent’anni fa; vuol dire
giorni e notti piegati con cura
sul volto; vuol dire
quando accarezzi le sue mani, la pelle
s’increspa.

È grassa.
Grassa vuol dire
obesa.
Obesa vuol dire
non si sa quanto pesa; vuol dire
quando si veste al mattino
fatica
a infilarsi le calze; vuol dire
quando l’abbracci le tue dita
non si toccano.
Obesa vuol dire
il dottore
dice che è obesa.

Ma come fa quel corpo così
vecchio
ingombrante
a ospitare una bambina che
ride
quando chiedi dove ha nascosto il cioccolato
(ed è sempre “al solito posto”)
piange
quando zia e cugino litigano furiosi
(“Madre e figlio non vanno d’accordo”)
si addormenta
con il respiro incastrato lì: tra il naso e la bocca.
Chissà cosa sogni, nonna…

Arianna