Heaphy 08

Almost in  Lo Mantang - Upper Mustang 2012

Almost in Lo Mantang – Upper Mustang 2012

Santander, Cantabria, Spagna, primi giorni di giugno. La città a me ignota era una piacevolissima scoperta. Non l’avevo mai visitata; ci ero solo passato una volta in precedenza, in volo da Milano, proseguendo direttamente per la stazione degli autobus per andare ad Oviedo nelle Asturie. Era bello, dopo qualche anno, reimmergermi nell’atmosfera dell’amata Spagna e scoprire che quel precario castigliano appreso per strada “hablando con la gente” era ancora vivo sotto la polvere di tante altre cose.

Al brindisi inaugurale della conferenza incontrai Gramie. Erano solo cinque mesi che non ci vedevamo, dall’addio a Christchurch, ma l’incontro era inaspettato. Chiamai Mick Jagger a Zurigo. Rimanemmo quasi sospesi e senza parole per l’emozione.

Qui per ora si chiudono i racconti neozelandesi. Ci sarebbero altri cammini, altre notti all’addiaccio, altre montagne e cascate e valli e mari di cui parlare, ma non ora. C’è poi una serie di storie che a queste si allacciano, di circostanze e rimandi che non ho chiarito, e che vanno dalla Spagna al Canada all’Australia alla Russia, intrecciandosi sempre in Italia. Magari un giorno mi rimetto a scrivere; magari racconterò a voce a chi è interessato.

Kia ora tatou e buona fortuna.

…the end.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

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Heaphy 07

Tsarang Palace - Upper Mustang 2012

Tsarang Palace – Upper Mustang 2012

“Da dove vieni?” avevo chiesto.
“Dal Canada”
“Il Canada è grande”
“Dal Quebec”
“Sono stato. Dove in Quebec?”
“Il Quebec è grande. Non è detto tu conosca …”
“Scommettiamo!”
“Vengo dalla penisola della Gaspesie”
“Ci sono stato, qualche anno fa. L’estuario del San Lorenzo. Rimouski, Rivière-du-Loup. Sainte-Anne-des-Montes. Mont Albert. Fourillon, Gaspè, Percè. L’Île-Bonaventure, dove nidificano le sule, per poi migrare in Messico prima della cattiva stagione. E poi c’era quel villaggio, come si chiamava? Sulla strada per il New Brunswick, là dove comincia l’Appalachian Trail, il sentiero che ti porta a Sud attraverso gli Appalachi fino in Georgia, là dove c’è la confluenza tra le Riviere Restigouche e le Riviere Matapédia …”
“Matapédia. Sono di Matapédia”
Matapédia, un borgo di 500 anime sperduto nel Quebec rurale, dove trovare qualcuno che parli inglese non è immediato e spesso, per chi non parli il francese, è meglio provare ad intendersi con lo spagnolo. Matapédia, dove mi divertii con una uscita in kayak e camminando per un po’ di Appalachian Trail, tra gli aceri dalle foglie rosse in settembre e le betulle d’argento.
Incontrare una Québécoise di Matapedia a Christchurch, nella South Island della Nuova Zelanda, qualche settimana prima, era stata una discreta sorpresa.

C’era anche lei al un barbecue di addio a Christchurch il mio ultimo giovedì. Di quella festa si ebbe poi a dire “we partied like rockstars!”.

Non fece in tempo a passare invece il collega indiano, rimasto a casa con la moglie e la bimba di un mese. Allora passai a salutarlo io a casa sua il sabato mattina, sulla strada dell’aeroporto; la moglie mi mostrò l’unico superstite degli orecchini di giada screziata d’oro di Hokitika.

Arrivò il decollo a rimescolare i pensieri. Ero sulla via dell’Europa; seduto vicino al finestrino sul lato sinistro, in pochi minuti vidi la South Island stagliarsi sotto di me da costa a costa e distinsi chiaramente il fiume Rakaia. Nella testa andava “All the roadrunning” cantata da Mark Knopfler e Emmylou Harris:
“… and if it is all for nothing
all the roadrunning
is in vain”.

Cominciai a meditare a come trovare il modo di tornare. Sto meditando tuttora.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 06

Scar detail - Upper Mustang 2012

Scar detail – Upper Mustang 2012

Come raccontare cento chilometri di pericolosi saliscendi tra Westport e Greymouth percorsi su un lurido furgoncino giapponese a motore centrale, che ansimava in salita e sembrava perdere l’equilibrio in discesa? Come descrivere quel meccanico americano cordialissimo ed enorme, che si fermò a raccogliermi a bordo della highway e perse mezz’ora a dare una rassettata al sedile passeggero per renderlo minimamente presentabile e potermi fare spazio? Lasciai lo zaino in uno dei vani esterni della cabina, unto di grasso e sudiciume, e montai a bordo. Per rendere l’atmosfera ci vorrebbero tutti i suoi “hey bro”, il suo accento inimitabile e i suoi modi di dire del tutto nuovi per me.
Quando seppe che sono veronese, si illuminò: aveva vissuto a Verona, appena ventenne, quando riparava i cingolati dell’esercito americano nella base NATO. Di questa esperienza era rimasto folgorato: mi disse in tutta serietà che non ci sono al mondo donne belle come le veronesi. Si dilungò in molti dettagli boccacceschi, ma questi li riporterò a voce a chi me li chiederà.
Dopo tante peripezie, il meccanico si era infine sposato e stabilito in questo remoto angolo di Nuova Zelanda, dove si manteneva riparando tutti i mezzi agricoli della West Coast tra Karamea e Greymouth e giù fino oltre Hokitika. Mi raccontò della sua ultima disavventura in una fattoria, quando era stato attaccato da un toro mentre riparava un trattore ed era riuscito a rifugiarsi nella cabina per poco.
Mi porterò dietro, di lui, il tono di genuino stupore e ammirazione del mondo e delle sue infinite varietà e la sua semplice contentezza del tutto.

Mi lasciò vicino alla stazione di Greymouth, la “metropoli dell’Ovest” posta alla foce del fiume Grey. Dopo aver tentato invano di trovare un passaggio in autostop per gli ultimi duecento chilometri, mi risolsi a prendere un autobus per Chrischurch. Il coast to coast attraverso Arthur Pass fu piacevole e a metà pomeriggio scesi al capolinea a Christchurch. Dalla fermata in Riccarton Road fino alle pendici delle colline, dove viveva il mio ospite Reg, camminai. Oramai avevo preso il passo e non potevo ammettere di tornarmene a casa coi mezzi: non dopo Abel Tasman e Heaphy.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 05

Walking - Upper Mustang 2012

Walking – Upper Mustang 2012

Bisogna mangiare pasta senza sale, un po’ di uva passa e una mela al giorno per una decina di giorni per capire quanto possa mancare una bistecca. Bisogna bere tè liscio per lo stesso tempo per capire quanto si possa desiderare una birra. Sì, sono d’accordo con voi: la moderna tecnologia applicata all’alimentazione del camminatore mette a disposizione pasti liofilizzati dotati un sapore. Ma non sia mai investire denaro in tali mollezze borghesi quando si ha a che fare con lo Heaphy, avevo pensato; quanto al sale e allo zucchero, semplicemente e prosaicamente, pesano, e al trentacinquesimo chilometro di cammino la sera, per ogni grammo risparmiato, le spalle e le ginocchia ringraziano. Per farla breve, il mio desiderio di una bistecca era tale che l’ultima notte del mio tramp, nella Heaphy hut, ero giunto a sognarla.

Ero dunque a Westport con l’Irlandese, che aveva trovato il modo di scolarsi da par suo una cassa di birra mentre ancora io mi godevo il tepore del sole morente al largo della West Coast nel giardino dell’ostello. Uscimmo decisi a cercare delle proteine animali, ma le nostre istanze furono frustrate dai prezzi dei ristoranti. Allora comprammo al supermercato dell’ottima costata di angus e cipolle e verdure e funghi. L’Irlandese si occupò della carne, cuocendola magistralmente nella birra e nella margarina, mentre io preparai il contorno da accompagnare. La mia ammirazione va a quell’uomo di pelo fulvo stanco e fuori forma, visibilmente scottato, con tutte le lentiggini che protestavano del sole preso sulle montagne, disidratato e ubriaco, che riuscì a produrre un piatto così saporito a tarda sera.

Irish si dedicò poi, probabilmente con poco garbo e stile, e temo con poco successo, ad una viaggiatrice canadese. Qualunque cosa abbia detto e fatto in quelle ore della prima mattina e in quello stato di mente in cui tutto sembra a portata, glielo passeremo bonariamente e non lo riporterò qui.
Io mi ritirai a dormire un paio d’ore. Scivolai fuori dell’ostello di prima mattima e camminai verso l’estremità meridionale di Westport. La mia intenzione era di trovare un pendolare che uscisse dalla cittadina verso Sud per fare autostop. Non dovetti aspettare a lungo: presto si fermò un furgoncino e il suo padrone, un meccanico di mezzi agricoli, mi fece salire.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 03

Kaligandaki river - Nepal

Kaligandaki river – Nepal

Per i primi due giorni di cammino sugli ottanta chilometri dello Heaphy mi ero sentito estremamente soddisfatto. Incontravo e superavo altri camminatori, che si concedevano quattro o cinque giorni per percorrerlo. Io invece avevo solo tre giorni, non tanto per scelta ma per la necessità di prendere il mio aereo per l’Europa, ed ero deciso a farli fruttare. Dopo aver camminato lentamente e svogliatamente in Abel Tasman, sfruttando ogni cala della sua dolce costa quasi mediterranea per nuotare, su questo percorso più duro e a questi ritmi misuravo davvero la mia voglia di fare mia la Nuova Zelanda.

Il secondo giorno incontrai Relocator. Era un uomo asciutto sulla sessantina e camminava in senso opposto al mio. Viaggiava leggerissimo, con uno zaino minimo. Relocator non camminava per piacere, anche se immagino che la cosa in definitiva non gli dispiacesse; Relocator era al lavoro. Il suo mestiere consisteva nello spostare le auto dei camminatori da un capo all’altro del sentiero, da Collingwood a Karamea o viceversa, e rendere le chiavi ai clienti incontrandoli lungo la via. Per questo servigio si sobbarcava i trasferimenti a piedi da un capo all’altro dello Heaphy Track in due giorni di cammino, fino a tre volte la settimana. Si portava dietro solo la mantellina da pioggia e la cena, zampettando leggero come un passero al cospetto dei lenti camminatori impacciati da zaini di decine di chili. Dormiva sempre nello stesso bivacco a metà del sentiero, dove lasciava il sacco a pelo.

Chissà come deve essere il lavoro di Relocator sullo Heaphy, come sia attraversare a tutti i costi il Little river, in cima all’altipiano, quando il guado diventa impraticabile in piena, e quanta fatica costi fare le Gowlan Downs con la pioggia che trasforma il sentiero in un mare di fango dove si sprofonda alla caviglia. Chissà se si riesca ancora a gioire della bellezza dei luoghi, o se invece si imprechi e maledica, o se piuttosto non si goda sottilmente della propria forza e perizia anche in quelle situazioni. Magari un giorno, se il mio mestiere mi viene a noia, quando Relocator si sarà ritirato, ne rileverò l’attività e saprò dare risposta.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 02

Villaggio di Marpha - Nepal

Villaggio di Marpha – Nepal

Karamea, Nord-Ovest della South Island. Il villaggio più remoto del mondo, per ciò che mi sia mai capitato di vedere: una interminata main street, sulla quale proseguire strizzando gli occhi nel sole implacabile del primo pomeriggio; le case disperse nei campi e il pub a metà della main street, dietro il quale si poteva campeggiare; un alberghetto di fronte.
Proseguendo verso l’interno, si giungeva ad un crocicchio che rappresentava il cuore della cittadina, con il supermercato, l’ufficio postale, la pompa di benzina, l’ufficio turistico. Di lì a cento metri, il paese finiva e la strada si inerpicava immediatamente sulle montagne; un cartello avvertiva minaccioso di controllare di avere benzina per i successivi 100 chilometri, perchè fino a Westport non ci sarebbero stati distributori.

A Karamea abitano essenzialmente agricoltori; qualcun altro vive dei servizi ai camminatori.
Non ci sono autobus che arrivino o partano, ma si può chiamare uno shuttle-bus che venga appositamente da Westport, affrontando saliscendi vertiginosi lungo l’alta e selvaggia west coast. Se si ha fretta, si può noleggiare un piccolo aereo da turismo che parta dalla air stripe di ghiaia per raggiungere Nelson, poichè le strade nella regione sono tanto poche che si preferisce volare. Egoisticamente, spero sarà così per sempre, perchè questo isolamento è ciò che fa dello Heaphy ciò che esso è. Oppure si può provare in autostop, ma “solo il mattino”, come mi disse qualcuno, “perchè il pomeriggio la gente ritorna dai campi, non esce certo dal paese”.

Mi misi in attesa al crocevia nel sole; ogni tanto un’auto arrivava a rifornire, illudendomi, e ritornava in paese. Si aggiunse un Irlandese, venuto dallo Heaphy come me. Finalmente dopo ore passò un’auto di turisti inglesi e ci prese. Arrivammo a Westport in serata.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 01

Boudanath - Kathmandu

Boudanath – Kathmandu 2012

Zurigo, un giorno soleggiato di maggio. Arrivai a Hoch Bahnhof verso mezzogiorno, proveniente da Basilea, dopo aver volato da Amsterdam. Mick Jagger era lì ad aspettarmi. Era passato del tempo dall’ultima volta che lo avevo visto, ma lo riconobbi subito. Lui ci mise qualche attimo di più; mi ricordava capellone, ma in quei due anni avevo perso la criniera.

Percorremmo velocemente quei dieci minuti a piedi fino a casa sua. Mi fece il caffè mentre estraevo dallo zaino i regali a ricompensa della sua ospitalità. C’era dell’oude kaas olandese, ovviamente, e c’era un libro di miti e leggende Maori che gli portavo direttamente dagli antipodi. Partirono i racconti dei vecchi tempi in Nuova Zelanda, dove io e Mick ci eravamo conosciuti. Parlammo del Fiordo di Milford, delle foche a Kaikoura, delle terme di Hanmer, di quella volta a Sydney all’Opera House e poi sulle Blue Mountains, di quando andammo a lavorare la giada a Hokitika, degli orecchini di greenstone screziata d’oro e della loro inaspettata fine, di quella volta che campeggiammo a Mount Fyffe, di quando ci paracadutammo sul ghiacciaio di Fox di fronte alla West Coast. E poi gli raccontai delle cose nuove: di come Christchurch si stesse riprendendo dai terremoti, della Stewart Island e del mio tramp in solitario in Abel Tasman e nello Heaphy, che lui non aveva mai percorso. Parlammo degli amici dei vecchi tempi e di come stesse il suo capo a Christchurch, Gramie, con cui aveva lavorato ad un progetto sulla laguna di Karamea.

La mia cartolina da Karamea, inviata a gennaio, era appoggiata sulla credenza in cucina. Karamea …

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

L’ospedale di Afagnan

L’OSPEDALE DI AFAGNAN
E IL VIAGGIO NEL VIAGGIO

Fuori dalla porta giungevano delle grida strazianti, come se a qualcuno stessero segando una gamba. Era l’urlo di un bambino. Il mio cuore fece un sussulto. Cosa avrei visto in quella stanza?
Visitare un ospedale è un’esperienza toccante, di grande impatto. Visitare un ospedale in Africa può essere davvero qualcosa di forte, che ti cambia la vita. Eravamo ad Afagnan, nel sud del Togo, e l’apprendista infermiere ci faceva da guida nei vari reparti, per mostrarci come lavorano, la bellezza dell’ospedale se confrontato con i vari dispensari presenti sul territorio, il sistema di lavoro, le malattie che si ritrovano a dover affrontare. Ospedale famoso che serve un raggio di duemila chilometri, quello di Afagnan riceve ammalati dal Ghana, dal Benin, dal Burkina Faso. Un caso più unico che raro, che riesce a sopravvivere in un clima di povertà estrema solo grazie agli aiuti dei donatori europei.
Durante il giro era previsto anche di visitare alcune stanze dei ricoverati. Qual era il senso di entrare dai malati? Perché entrare? Li stavamo forse considerando come bestie in uno zoo? La figura di padre Donato mi aveva superato ed entrava nella stanza. – Bon jour, ca va? – lo sentii dire, e poi continuare con un Francese che non capivo. Altre urla ancora più forti mi pietrificarono sullo stipite. Vidi un bambino, in un letto, dietro la zanzariera, in lacrime, con le mani protese verso di me. Entrai anch’io. Mi avvicinai. Avevo paura di guardare. In fondo alla stanza, Donato, era accucciato vicino ad un altro letto a salutare.
Prete e missionario comboniano, la sua presenza era un abbraccio per i malati, come una goccia d’amore che si dona, gratuito, per loro. Il suo calore umano diventava aria fresca in quelle stanze, che seppur arieggiate tutto il giorno albergavano l’aria più viziata che avessi mai sentito. La sua parola, dolce, avvolgente, la sua mano che prendeva quella del malato, diventava fonte di gioia e di speranza per i visi contratti dai brividi di un attacco di malaria. Perché ero entrato? Cosa avevo io da donare a loro? Un senso di impotenza cominciava a farsi spazio dentro di me e mi irrigidiva sempre più a due passi dall’ingresso. Avevo paura? Da cosa indietreggiavo? Da dove veniva questa voglia di scappare? Io potevo essere uno di loro. Al loro posto sarei stato contento di vedere qualcuno che non riusciva ad avvicinarsi a me? Sarei stato contento di capire che aveva paura di me e della mia malattia? D’altronde, cosa potevo fare io per questi malati? Non sono medico, infermiere e nemmeno un prete, aveva senso che entrassi per visitarli? Donato si voltò e mi guardò negli occhi.
Poi, sorrise.
Come un lampo a ciel sereno in quell’istante senza tempo compresi, mi vidi chiaramente come un bambino, dal cuore piccolo che non sa guardare più in là del proprio naso.
Capii.
Ero come loro. Io ero loro. E loro erano me. E il sorriso racchiudeva un valore immenso specialmente in un clima di tristezza, di dolore. Anch’io avevo un sorriso che potevo donare. Anch’io potevo donare un po’ di calore umano, un po’ di amore. Anche se non so guarire i malati, anche se non so alleviare le loro sofferenze, potevo comunque donare qualcosa. I miei dubbi erano d’un tratto scomparsi, e mi accorsi che al posto della paura il mio cuore traboccava di amore per quel bambino dolorante.
Mi avvicinai, e vidi che il suo braccio e la sua gamba sinistra si stavano spellando vistosamente a causa di un’ustione grave. Vidi la carne viva sotto la pelle che si alzava come fogli di carta velina. Volevo distogliere lo sguardo, guardare altrove, far finta di non aver visto. Mi forzai di osservare invece il suo viso, e lui ricambiò, mi guardava mentre piangeva, il suo dolore era inimmaginabile. Capita spesso qui in Africa che qualche ragazzo si ustioni gravemente. Tutti cucinano all’aria aperta sul fuoco, o sul carbone. E le pentole di acqua bollente vengono talvolta lasciate incustodite perché le mamme con 6-7 figli piccoli non riescono ad essere ovunque. E così succede che qualcuno si tiri addosso una pentola o cadi nel fuoco. Il dolore del bambino diventava dolore mio. Così provai a sorridere. Provai a dargli un po’ di dolcezza, uno sguardo per dargli conforto. Non ho mai fatto così fatica a fare una cosa tanto semplice. E in quell’istante un flusso di amore indicibile mi ha attraversato il petto, come un torrente che in piena trabocca e si riversa fuori nella campagna. Mi accorsi mentre uscivo dalla stanza che alcune lacrime mi stavano rigando le guance. Tanta paura ha l’uomo di emozionarsi, di piangere, che farebbe di tutto per scappare, tanta paura ha l’uomo della sofferenza che piuttosto di accettarne l’esistenza negherebbe la realtà e vivrebbe in un mondo illusorio.
Può capire di sentire l’espressione Viaggio nel viaggio.
Non è un’espressione poetica.
Direi piuttosto che è un modo di vivere, una predisposizione mentale, un sistema di approccio alla vita e a quello che ci circonda.
Quando il mio Maestro mi parlava del viaggio io non capivo a cosa si riferisse. Lentamente ho compreso che significa vivere la vita intensamente e con costante umiltà. E questa umiltà permette numerose e bellissime cose. Permette innanzitutto di accettarsi, con i propri difetti, i propri dubbi, con le proprie paure, i propri limiti. Ci dona un punto di osservazione di noi stessi che possa essere anche un punto di partenza sul quale lavorare. Vivere un Viaggio nel viaggio significa vivere un’esperienza, qualunque essa sia, con un’attenzione rivolta non solo all’esterno, a quanto ci circonda, ma anche all’interno, mantenendo la consapevolezza delle proprie emozioni, delle proprie paure, delle proprie reazioni istintive che abbiamo di fronte al dolore e alla sofferenza.
L’uomo ha sviluppato durante la sua crescita un sofisticato meccanismo inconscio di autodifesa per proteggersi dalla sofferenza e dal dolore. Spesso si manifesta con paura, voglia di scappare, voglia di rimanere inconsapevoli di fronte a fatti che ci destabilizzerebbero, voglia di far finta di non vedere, di cercare scuse per non affrontare la sofferenza e la realtà, di auto generarsi dei sensi di colpa, inutili e che non portano a nessun cambiamento…
Questi istinti sono sicuramente efficaci, ma tutti inutili nella loro sostanza perché non risolvono il problema della sofferenza, ma lo rimandano, non portano l’uomo a migliorarsi, a superare una difficoltà, bensì a fuggire da essa. Fare un Viaggio nel viaggio significa imparare su più livelli, contemporaneamente. Viaggiare nel mondo, vedere posti nuovi, conoscere persone, conoscere realtà, e al contempo viaggiare dentro se stessi, scoprendo i propri limiti, i propri punti deboli, le proprie paure. Conoscere e conoscersi al contempo stesso, osservando sia quello che ci accade “fuori” sia quello che ci accade “dentro”.

Il Viaggio nel viaggio è quindi un modo di vivere, un modo di essere, che riesce a donare moltissimo e a moltiplicare velocemente il bagaglio di esperienza che una persona può fare nel corso della propria vita. Ciò che questo insegnamento mi sta donando, ciò che mi ha donato in Africa e che continua a donarmi ogni giorno, è a dir poco fantastico. Non ringrazierò mai abbastanza il mio Maestro per questo frammento di saggezza che è stato capace di tramandarmi.

Viaggiare: grande possibilità e grande pericolo

Guardi dall’oblò la terra avvicinarsi, senti il carrello abbassarsi, poi il grande uccello di latta tocca l’asfalto e comincia a frenare. Ci siamo, ti dici.
Sono arrivato.
E qualcosa dentro di te già si agita, una strana trepidazione prende spazio e si insinua nel tuo inconscio.
Stai per cominciare un nuovo capitolo della tua storia.

Viaggiare offre una grande Possibilità e nasconde al contempo un grande pericolo.

Si dice che gli altri siano degli specchi che usiamo per vedere noi stessi. Utilizziamo il loro feedback come strumento di autovalutazione del nostro essere. Se le persone che ci stanno attorno ci guardano con interesse o fanno degli apprezzamenti sul nostro aspetto fisico otterremo delle conferme del fatto che siamo belli. Questo vale anche col nostro carattere: negli altri analizziamo in continuazione, in modo consapevole o inconsapevole, la risposta se siamo simpatici, divertenti, riflessivi, pensierosi, inopportuni, educati…
Per questo, nel momento in cui ci si trova in un ambiente completamente nuovo, ci viene offerta un’incredibile opportunità di crescita, perchè le persone nelle quali ci specchieremo non conoscendo noi e il nostro passato, ci daranno una risposta nuova, un’immagine di noi stessi diversa, ma che più corrisponderà al vero perchè più libera dalle catene del passato, dai nostri sbagli, dalle etichette che nel corso della nostra vita ci siamo attirati addosso.
Per questo viaggiare ci permette di scoprire lati di noi che non immaginavamo avere, ci conferma il nostro cambiamento, ci conferma che il passato rimane tale e che il futuro è tutto da scrivere. Ci fa sentire nuovi, rinnovati, liberi.
E se questo è il più grande dono del viaggiare è anche il suo più grande pericolo. Perchè se da una parte ti viene data la possibilità di vederti e specchiarti in un modo nuovo, scoprendo parti di te stesso che ancora non conoscevi, dall’altro ti viene data anche la possibità, o il sogno, di scappare dalla tua vecchia vita, cancellare gli errori, i problemi, le cose che non vanno. Ti si mostra l’allettante possibilità di non risolvere ciò che andava risolto, di non fare quella fatica, e di ricominciare semplicemente di nuovo tutto, da capo. Così viaggiare può diventare invece che crescita, involuzione. Un modo per vivere facile e non affrontare la vita, scappando dalle decisioni difficili e dalle scelte sofferte del nostro cammino.

Giacomo