Un pazzo

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E’ stato un pazzo. L’ISIS non c’entra. Non c’entrano, dunque, le guerre dell’Europa, l’integrazione fallita, l’emarginazione, la povertà.

Era pazzo: psicologo, psichiatra, psicofarmaci. Un pazzo vero, non di quelli “pazzi”, tanto per dire.

Già. Come se la pazzia non ci riguardasse. Come la violenza fosse soltanto (alternativamente) dell’ISIS oppure dei pazzi – e, nel secondo caso, venisse scaraventata sulla Terra da un altro pianeta.

Ma pazzi, e violenti, non si nasce, si diventa. Il lavoro, la scuola, la casa, le relazioni che costruiamo, chi accogliamo, chi escludiamo, e poi ancora (soprattutto?) come curiamo, come ci prendiamo cura della sofferenza, delle ferite nostre e altrui.

In Italia, con poche eccezioni, chi soffre di disturbi psichiatrici non ha diritto alla terapia psicologica. Solo psicofarmaci, prescritti in fretta e furia, con l’obiettivo principale di sedare, per evitare guai.

Chi non guarisce resta quello che è: un essere inutile, storto e sbagliato, un insieme di sintomi senza umanità, qualcosa da nascondere, da respingere.
E di chi sarà mai, se non la colpa, per lo meno la responsabilità? Dei pazzi, naturalmente.
Dei malati, e delle loro famiglie.

Siamo, noi presunti normali, assolti.
Un bel sollievo.

Foto: Venezia 2016

Ribadire la libertà delle donne

Ho saputo dei fatti di Colonia mentre ero in vacanza, in Marocco. I primi pensieri non sono andati ai rifugiati, alle politiche europee, al razzismo. Ho pensato alle donne, all’umiliazione di essere guardate e toccate, come pezzi di carne in macelleria. Ho pensato alle volte in cui mi sono sentita così, e al disagio di trovarmi in un posto in cui gli uomini sembrano padroni dello spazio, della strada. Le oppressioni sono molteplici, eppure soltanto le proprie risultano auto-evidenti: stanno lì, nella pancia.
Perché negare, però, che in alcuni contesti vi sono maggiori disuguaglianze, e più repressione affettiva e sessuale? Nelle politiche di accoglienza occorre ribadire la libertà delle donne (ci son volute lotte!), così facciamo un ripasso anche noi, già che ci siamo.

Violenza, a partire da me

Ieri era la giornata contro la violenza sulle donne.
Inutile dire che lo è anche oggi. O per lo meno dovrebbe esserlo.
Oggi, domani, dopodomani, dopo dopodomani.
Tante parole sono state spese quindi forse non serve aggiungerne altre.
Però una cosa la vorrei dire: la violenza, in generale, e quella contro le donne, in particolare, ci tocca da vicino. Non riguarda solo gli altri. Non sono “mostri” i mariti, i compagni che picchiano, umiliano e uccidono. Non sono “stupide” o, peggio, “corresponsabili”, le mogli, le compagne che subiscono. E magari giustificano, si sentono in colpa, e poi però odiano, hanno paura, si contraddicono.
Sono persone “normali”. Può capitare anche a noi, e purtroppo capita.
E forse quando cominceremo a parlarne di più, a partire dalle esperienze concrete, a partire da noi, forse qualcosa, forse, si spera.

Quindi comincio, parto da me: ho avuto paura, diverse volte nella mia vita.
Ho avuto paura una volta sul pullman, a Torino, di sera. Un uomo si è seduto dietro di me e ha cominciato a parlarmi nell’orecchio. C’era pochissima gente. Mi sono alzata, ho cambiato posto, ero terrorizzata. DSC_0095Ho chiesto a mia mamma di venirmi a prendere alla fermata. E poi però non sono riuscita a non chiedermi: “Come mai si è seduto proprio dietro di me? Magari ero vestita in modo sbagliato? Sono stata imprudente?”.

Ho avuto paura tante volte a Parigi, l’anno scorso. Quando tornavo a casa in bici (o in metro) e dovevo passare davanti a un gruppo di uomini che puntualmente stazionava davanti a un piccolo supermarket aperto fino a tardi, proprio sotto casa. A volte mi squadravano. A volte (loro o altri uomini incontrati lungo il cammino) mi dicevano qualcosa, tipo: “ça va?”; “vous allez où?”. A me dava molto fastidio, e se questi commenti arrivavano di giorno magari rispondevo e mi arrabbiavo; però di sera, di notte, stavo zitta, subivo, avevo paura.
Non ho indossato gonne per un anno, per tutto il tempo in cui sono stata a Parigi. In particolare la sera, facevo molta attenzione a non indossare niente che potesse dare nell’occhio. Sapevo che era un comportamento stupido, che vestirmi con giacconi larghi e scarpe da ginnastica non mi avrebbe protetta né dagli sguardi né dai commenti e che, per converso, se avessi indossato una gonna e avessi ricevuto commenti non sarebbe stata colpa mia; eppure mi sono comportata così. Desideravo rendermi invisibile, speravo di non essere guardata da nessuno, volevo solo che mi lasciassero in pace.

Credo che anche questa sia violenza.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Maschile plurale

Un amico mi ha inoltrato un’email dell’associazione Maschile plurale. Che mi è piaciuta molto.
Per esempio, mi è piaciuto leggere cose come:

“Il nostro percorso di riflessione e trasformazione maschile si è confrontato e tuttora inevitabilmente si confronta con il problema della violenza nelle sue molteplici manifestazioni, anche perché è un dato di fatto che la violenza nella grande maggioranza dei casi viene esercitata dagli uomini.
Questa assunzione di responsabilità maschile è, almeno in Italia, relativamente recente e mira a riconoscere le radici profonde che il fenomeno della violenza ha nella nostra società, così segnata dalle forme e dalle abitudini di un sistema patriarcale in crisi ma ancora in grado di condizionare fortemente le vite individuali e la dimensione collettiva”.

Ecco. Per esempio.  Poi mi è piaciuto anche leggere che per cambiare bisogna partire dai desideri, così come mi è piaciuto  leggere che il pensiero e le pratiche delle donne hanno aperto la strada al cambiamento, e al tempo stesso che è importante, per gli uomini, aprire altre strade, le loro: ma sempre in relazione a, nel confronto, nelle differenze dei percorsi e degli approdi.

Insomma: qualche ragione di speranza ce l’abbiamo.
Grazie, Maschile Plurale.

Arianna

 

 

Piccola violenza domenicale

Montagna, neve, una domenica come le altre. Un rifugio lassù, più o meno lontano a seconda delle gambe di ognuno. Fuori dal rifugio, una famiglia. Mamma, papà e tre bambini, il piccolo che razzola intorno alla madre, i grandi che cercano la pendenza perfetta per scaraventarsi giù col bob dalla breve discesa.

Mamma e papà, donna e uomo, siedono su uno slittino. Pare mangino qualcosa. I bimbi trovano il pendio, oltre lo steccato. La neve è bianca, inondata di sole. Si preparano a partire e due voci li rincorrono.

Mamma dice: non di là – attenzione – pericoloso – cadere – caduta – ripido!

Papà dice: buttatevi – forza – dai dai – tienilo – mollalo – vai!

È a questo punto che la donna, seduta accanto all’uomo e sotto i miei occhi, si gira verso di lui e di scatto lo afferra per l’orecchio, glielo torce.

È un attimo, finisce subito.

L’uomo fa finta di nulla, il padre è più zitto di prima.

Una piccola violenza famigliare domenicale, una violenza da nulla, su cui soprassedere.

Papà insiste: tre, due, uno…!

 

Giulio

Contro la violenza

violenza-donne-3Pochi giorni fa, mentre tornavo dalle ferie, me ne andavo sul bus 73 da Linate a Stazione Centrale. Guardando fuori dal finestrino, su una casa o una chiesa, o in qualche luogo ho letto uno striscione “la violenza sulle donne è un problema degli uomini”. Mentre ci penso vedo dentro il bus i quattro volti coperti, quelli che ho messo qui, della campagna del Ministero delle Pari Opportunità “Riconosci la violenza”.

Le frasi, sono belle frasi. Mi piacciono. Quel che tuttora mi fa star male, senza bene capirne la ragione, sono i quattro volti coperti, quegli uomini acefali, che sembrano amare, ma “la violenza ha mille volti” e chissà che dopotutto anche quegli abbracci, anche quegli affetti…violenza-donne-1

…così, mentre la donna impara a riconoscere l’uomo violento, l’uomo rimane un oggetto sullo sfondo, un meccanismo che “fa” o “non fa” la violenza, ma che non ha possibilità di cambiare, per quanto la violenza sia un problema suo.

Anni fa girava una bella pubblicità sull’abbandono degli animali che diceva “se l’abbandoni, il bastardo sei tu”. Era una pubblicità pensata per i carnefici, non per le vittime. Anche in questo caso mi piacerebbe leggere qualcosa per i carnefici.violenza-donne

Forse avrei voluto vedere, insieme ai ottimi consigli per le donne, un consiglio anche per l’uomo, magari “se tocchi una donna, la troia sei tu”. O forse più raffinato “pestare una donna è calpestare il tuo amore”. Qualcosa insomma che tolga quel bollino, che dia un volto all’uomo che può e vuole partecipare alla fine della violenza sulle donne.

Giulio

Una riflessione sulla maschilità

Cari Aironi,

vi invito a leggere questo bel post che un caro amico ha scritto per l’associazione “Il Cerchio degli Uomini“, sulla scia delle emozioni suscitate da una serata di condivisione.

Buona lettura!

Arianna

Valzer dell’omertà a puntate (6 di 6)

La furca è pri lu poviru, la giustizia pri lu fissa.
La forca è pel povero, la giustizia pei minchioni.

Epilogo. Dopo alcuni giorni incontro A. A ha delle medicazioni sommarie al braccio buono e alla gamba. Gli chiedo e lui mi dice, E’ successo di nuovo sai, ho fatto ancora un casino e mi hanno cacciato definitivamente da lì, Capisco A, capisco, ma i bendaggi, Ma quelli me li ha fatti F, sai lo stesso del braccio, con un coltello…me lo voleva mettere alla gola, ma nel difendermi mi sono tagliato la mano. Hai 19 anni, A, cerca di stare attento, alla tua vita, soprattutto.

Povero poviru, povero fissa.

Giulio

Valzer dell’omertà a puntate (5 di 6)

Carzari, malatii, e nicissità provanu lu cori di l’amici.
Carcere, malattie e disgrazie provano il cuore degli amici.

B incontra A dopo la dimissione dall’ospedale e con aria sorpresa fa: A! Ciao bello, ma che hai fatto? Che è quel gesso? A abbassa lo sguardo e si chiude nelle spalle, rispondendo, Mah sai, quel casino dell’altro giorno, non so come, mi sono ritrovato così in ospedale, con il braccio rotto. B non si scompone nemmeno di una virgola e dice, Davvero? Cristo A se mi dispiace, chissà com’è successo. Io che assisto, me ne vado disgustato.

Giulio

Valzer dell’omertà a puntate (4 di 6)

La tistimunianza è bona sinu a quannu nun fa mali a lu prossimu.
La testimonianza è buona finchè non fà male al prossimo.

C arriva la sera, zoppica visibilmente e ha un occhio nero pece. Ha quarant’anni circa, beve ma con moderazione. C, ciao, ma che succede che zoppichi (mentre si avvicina), ma cos’è quell’occhio nero, Non mi stringere la mano, ho il pollice gonfio e mi fa ancora male.

Ma che è successo?

Le ho prese, ecco cosa è successo, sai a mettersi in mezzo tra amici, ecco il risultato alla fine, ma con me quello lì ha chiuso, Ma da chi le hai prese, Da uno, Da uno, Sì da uno, insomma fatti miei, Va bene C smetto di chiederti se preferisci.

Giulio