Valzer dell’omertà a puntate (2 di 6)

Cappeddu e malu passu dinni beni e stanni arrassu
Cappello (per galantuomo e funzionario) e mali passi, dinne bene ma stanne lontano.

Arrivo in ospedale. A è nella stanza 14 del terzo piano. Ha 19 anni, è in strada insieme alla sua ragazza, insieme si fanno le pere. Ciao A, Ciao Giulio, Ma come stai, che è successo, Eh, un casino guarda, Ti hanno ingessato fino alla spalla, però, sarà stato un casino doloroso. Sì…sai, mi hanno rotto il braccio con un colpo di spranga.

Con un colpo di spranga?

Mah sì, eravamo lì tutti insieme, ho fatto un casino sai e mi hanno picchiato, Ma chi è che ti ha rotto il braccio? Mah, non so, ero fatto di rivotril e bevuto, non ricordo, E adesso, E adesso niente, mi han chiesto se voglio sporgere denuncia ma non mi ricordo niente se non io che corro in mutande per strada, con il braccio che mi fa male.

Giulio

Valzer dell’omertà a puntate (1 di 6)

A cu ti leva lu pani levacci la vita.
A chi ti fa perdere il mezzo di vivere (qualsiasi) levagli la vita.

Prologo. Accampamento delle tende. Pranzo tutti insieme, per una volta. Cibo sgraffignato da due o tre in qualche supermercato di periferia. Molti ubriachi, alcuni impasticcati. Chiameremo A e B e C e D e E le persone. A, dopo aver finito di mangiare, vuole mangiare ancora. B, che ha procurato la roba che A sta mangiando, sta per mangiare pure lui. A è fatto, non ci vede e sputa nel piatto di B. B prende una spranga e spacca il braccio ad A. C si mette in mezzo senza esito alcuno, se non di prenderle. D prende un bastone e pur se mingherlino e bonaccione lo da in testa ad A, che come un cane scappa lontano, in strada. Ferma una macchina, arriva l’ambulanza.

Giulio

Antroproduzione: il Rettangolo

WAR IS PEACE
FREEDOM IS SLAVERY
IGNORANCE IS STRENGTH
1984 – Orwell

Nel 1984 la Commissione si rese conto che il solo benessere non sarebbe bastato. Non per rendere l’essere umano completamente inoffensivo. Si capì che non era sufficiente garantire una corretta sovralimentazione(*1) per spegnere nell’uomo ogni necessità creativa e renderlo adatto allo sfruttamento. Bisognava fare un passo oltre.

Inoculando nei soggetti utilizzati per l’esperimento una certa dose di emozioni negative, questi manifestavano in breve periodo una maggiore docilità ed una più rapida attitudine al servilismo. Nel 94% dei casi i soggetti avevano un CdC(*2) minore di quindici punti percentuali rispetto ai soggetti del campione che seguivano una semplice dieta di sovralimentazione.

A questo punto fu chiara la necessità di trovare una tecnica per fornire a tutta la popolazione la corretta dose di emozioni negative. Philips, un ricercatore del Terzo Reparto, teorizzò uno strumento rivoluzionario, capace di ottenere il risultato in modo semplice. La sua invenzione fu chiamata Rettangolo(*3).

Installando un Rettangolo per ogni nucleo famigliare era possibile, secondo Philips, fornire a tutta la popolazione la giusta dose di odio, violenza e paura quotidiana, in modo da rendere gli esseri umani più adatti alla vita di regime, pur senza intaccare in loro l’idea illusoria di una qualche libertà e capacità decisionale. Il Rettangolo venne quindi prodotto e diffuso in grande quantità.

La dose veniva fornita agli esseri umani – questa l’idea forse più rivoluzionaria del lavoro di Philips – durante l’orario del pasto, due o tre volte al giorno ed in particolare dalle 12.30 alle 14.00 e la sera dalle 19.30 alle 21.00. In questo modo era possibile indurre i soggetti campione (ed in seguito la popolazione) a cibarsi di propria spontanea volontà di tali emozioni negative, collegando le due forme di nutrimento e senza sottrarre ulteriore tempo utile allo sfruttamento della risorsa umana. Philips chiamò questa tecnica Telegiornale.

La tecnica di Telegiornale fu utilizzata a lungo, tuttavia i valori di CdC non erano ancora sufficientemente bassi. Sette anni dopo, Smithson teorizzò la necessità di modificare alcuni comportamenti della sessualità dell’essere umano per un più rapido progresso nel processo di Antroproduzione.

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Note

(*1) la sovralimentazione è una dieta particolarmente ricca di cibo, con grandi quantitativi di carne e dolci, atta a ridurre il CdC di un essere umano.

(*2) il Coefficiente di Creatività (CdC) è quel valore utilizzato in Antroproduzione per indicare la capacità espressiva, artistica, emozionale, motoria e di pensiero di un essere umano. Un basso valore di CdC indica un soggetto docile e malleabile, non incline al pensiero autonomo e alla creatività.

(*3) il Rettangolo è uno strumento composto da un parallelepipedo. Un lato di tale parallelepipedo è costituito da un materiale trasparente (plastico o vetroso) in modo tale da permettere la fuoriuscita di onde elettromagnetiche. Il Rettangolo necessita di una connessione ad una antenna per il funzionamento corretto.

…to be continued.

Giulio

In collegamento dalla Repubblica Centrafricana

… e con il crespuscolo anche il silenzio si appoggia sugli edifici di questa città. E si confonde con la polvere come un sudario tessuto da un sarto maldestro. La fine della brevissima e chiassosa campagna elettorale lascia il posto a un finesettimana addobbato di striscioni arancioni già gualciti e qua e là strappati. Il funerale per i due morti di un povero provvisorio bollettino di guerra si farà nella settimana successiva, quando le barriere che impediscono l’ingresso nella capitale permetteranno l’arrivo di parenti festanti dai villaggi. Per ora le boutique abbassano la saracinesca di legno umido, i depositi di bevande alcoliche chiudono in magazzino i resti dei bagordi pre-elettorali senza troppo preoccuparsi di recuperare i vuoti in vetro che resteranno tre giorni a testimoniare sotto i tendoni delle kermesse improvvisate ai crocicchi delle strade il tono del dibattito politico. Tacciono anche i clacson dei pulmini e non stridono più le gomme delle camionette militari sull’asfalto rattoppato per l’occasione: c’è scarsità di carburante e sigarette in città anche per permettere ai soldati del Presidente uscente di far bella mostra della propria forza dissuasiva di fronte alle case diroccate occupate dai comizi dei candidati d’opposizione. Gli operatori umanitari si sono già ritirati nelle rispettive residenze, obbedienti ai consigli diramati dalle Nazioni Unite durante tutta la settimana: si controlla la scorta d’acqua, la benzina super nei generatori, le scatolette di carne in gelatina, le fette biscottate Melissa, le olive greche in salamoia e quell’ultimo pezzo di Parmigiano Reggiano sottovuoto che lasciato il suo scaffale dell’Esselunga ci ha raggiunto attraversando mari e deserti. Radio Francia Internazionale tace da stamani, tra poco perderemo la connessione internet. Il contatto telefonico con le sedi europee delle nostre organizzazioni, e con le mamme, è assicurato dagli apparecchi satellitari. “Controlla la batteria, sbadato!”. Acqua ed elettricità non ci sono da più di un’ora. E’ insolitamente fresco a Bangui in questa stagione, dopo il tramonto. Porto due giacche a vento della Decathlon ai miei guardiani, fuori nel loggiato, e chiedo loro di assicurarsi della chiusura dei portoni esterni della concessione. Che cosa dici, quando dici Democrazia?

Alessio Salvadori

Un discorso perlomeno inutile

Alla fine, se ogni mattina nessuno sembra potersi permettere di perdere un treno della metropolitana, nonostante il successivo arrivi entro tre minuti, e di conseguenza si sta come sardine in scatole, questo non inerisce una certa cultura della puntualità, che non concede nessun quarto d’ora accademico fuori dalle università? Ci sono luoghi di lavoro in cui o entri all’orario prestabilito, mettiamo le nove, o se entri alle nove e zerodue hai perso un’ora, ossia hai perso una parte di stipendio, e per due minuti di ritardo nel passare la tua banda magnetica nell’apposito lettore, devi farti un’ora intera in più per recuperarla. Va bene, la puntualità è un valore, ma un valore imposto con la minaccia della violenza è un fondamentalismo, e non va più tanto bene. È anche vero che se ci fosse il permesso di entrare tra le nove e le nove e un quarto, ad esempio, la maggior parte se ne approfitterebbe e entrerebbero tutti a ridosso delle nove e un quarto. Che è un po’ come dire a ridosso delle nove. Ma ne siamo sicuri? Siamo sicuri che si tratti di semplice opportunismo o “voglia di lavorare saltami addosso”? È un po’ come dire: i giovani sono tutti maleducati e non rispettano. Poi io vedo in giro solo giovani che chiedono scusa se urtano una persona per strada; che cedono il posto a una donna incinta o a chiunque ne abbia più bisogno; che si imbarazzano a chiederti una sigaretta e ti danno del Lei anche se potresti essere il loro fratellone; che si interessano del mondo a modo loro, senza sbandierarlo o comprare giornali, ma andando sui quotidiani online; che sono contenti di aver potuto votare, come azione civile; che sono più generosi di noi “adulti” con chi ti suona la fisarmonica in metrò; che fanno tanto i bulletti e ti rubano il cappello, ma se glielo vai a richiedere te lo ridanno, anche un po’ dispiaciuti… In poche parole, vedo dei giovani. Tutto questo per dire, che se magari si accogliesse un po’ di più una certa cultura del ritardo, che poi altro non è che una cultura della lentezza ritrovata, non credo che ci sarebbe una cloaca di opportunismo. Magari, vedendo il treno pieno, qualcuno potrebbe dire: va bene, prendo quello dopo; mi leggo ancora un po’ il free press o il mio romanzo; dai, dicevi?
Tutti più rilassati, che già fa freddo.

Gianmarco

V per Violenza

Si fa presto a dire violenza.
Cos’è la violenza? Non abbiamo una visione precisa, una definizione. Di sicuro si tratta di un’azione, che può essere fisica o psichica, finalizzata a recare un danno, generalmente grave, a chi o cosa ne è destinatario finale. Può essere una violenza lucida o meno. Personalmente propendo sempre per la prima versione: non credo all’irrazionalità totale dell’atto violento. Credo piuttosto che la violenza sia un modo di organizzare l’azione, ossia l’azione è violenta non nell’effetto (o non solo), ma nel modo. La violenza è quindi un repertorio, e l’azione violenta è una performance. Forse è un concetto difficile da immagazzinare, ma si rifà alla caratteristica delle azioni violente: gli strumenti della violenza sono i soliti, soprattutto nel caso della violenza fisica. Di conseguenza si può affermare che esiste una cultura della violenza come forma legittima di reazione all’azione. La componente irrazionale non sussiste del tutto, si sceglie di applicare una certa dotazione culturale  a una situazione, di rispondere in maniera violenta. Ancora non conosciamo a fondo le motivazioni – e in casi come questi siamo soliti liquidare la questione con un “Sarà pazzo” o simili, negando la possibilità di una costruzione mentale che legittimi la violenza – le motivazioni di chi ammazza un taxista per l’involontario omicidio di un cane per la strada, ma ho motivo di pensare che sapranno giustificare l’azione, motivarla. Probabilmente faranno ricorso  una qualche tecnica di neutralizzazione delineate da Matza (vi rimando a questo link di Wikipedia, comunque un buon inizio). Cosa significa? Che la cultura offre all’individuo un repertorio di scusanti, di motivazioni alla scelta violenta – nel caso dell’autore, deviante. Il contributo di Matza, per inciso, fu quello di ridare al deviante una dimensione razionale reinserendo nel processo di costruzione dell’azione deviante l’elemento volontà. D’altra parte la violenza culturale non si manifesta anche tra le poltrone dei palazzi istituzionali, dove la modalità di fare politica è una modalità violenta nei contenuti, nelle forzature, nelle ostentazioni di uno stile di vita che si fa beffe di ogni regola, di ogni strumento che la civiltà ha utilizzato per trasformare l’hobbesiano caos della violenza del tutti contro tutti nel quieto vivere civile?
L’aggressività stessa è una costante della natura umana, si nasce aggressivi, non si diventa. Si imparano i modi di trasformarla, di usarla sotto altre forme più profittevoli. Si apprende a conoscere l’aggressività e a riconoscerne la natura e l’utilità.
Riassumendo, la violenza, seppure istantanea, è un’azione che trova legittimazione in una certa cultura della violenza a livello collettivo, sociale. L’azione possibile per una prevenzione della violenza è quindi a livello culturale, di condanna continua da parte delle Istituzioni e di educazione alla relazione con gli altri.
La violenza è un’azione espressiva, ossia un medium di comunicazione di qualcosa, non è mai fine a se stessa, per questo bisogna capire che cosa vuole esprimere ed evitare di (ri)correre ai ripari della facile emotività. Che è, molte volte, proprio violenta.

Gianmarco