O

Ospedale di Rho.

Al primo piano l’Oncologia,
al secondo l’Ostetricia:

chi va e chi viene.

Annunci

Ricordi secchi portati dal vento

Camminavo da un po’ di tempo fuori dal sentiero che solitamente battevo.

Sotto i miei piedi foglie secche cadute copiose dal mio passato formavano un morbido tappeto colorato che ricopriva ogni cosa attorno a me. Mi sentivo perfettamente solo, nonostante la mia mano fosse tenuta stretta da un’altra.

In quel periodo la mia solitudine era rotta da frequenti apparizioni di pensieri che mi turbavano la mente, già avvolta da quella nebbiolina sottile che sale spesso dal fondo del bosco al mattino. Non comprendevo ancora che dovevo aprire un altro sentiero, anziché cercare di ritrovare quello ormai perso per sempre. E ciò mi turbava l’anima perché non avevo più alcun punto di riferimento.

Durante il breve sonno notturno mi aggiravo attraverso strani sogni che mi nascondevano qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Desideravo ardentemente che accadesse qualcosa, uno shock che mi scuotesse dal quel torpore.

Ma niente.

I giorni passavano e a me sembrava di continuare a girare attorno, senza giungere mai da nessuna parte.

E allora, in un preciso istante, decisi con volontà di fermarmi.

Stop.

Tutto sarebbe stato diverso da prima.

Cambiamento.
Nuovo.
Vita.

Demetrio

La montagna

Quassù: un altro mondo – libertà.
Abbracciami Natura,
busso alla porta del tuo giardino,
mi tolgo le scarpe per entrare.

Le nuvole le mie sorelle,
il sole mio Padre,
Respiro, a pieni polmoni, il cielo
sono vicino a Dio.

Giacomo

Eppur sei sazio, bambino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hai gola dolce principe
di ciò che ti offre la tavola,
eppur sei sazio, bambino,
che la pancia ti scoppia.

Qual è il mostro, mi chiedo,
che ti spinga così oltre,
che non ti permetta di fermarti
di renderti conto che sei felice.

Così insaziabile nel delirio
divori ciò che non dovresti;
ti ritrai Adamo nell’incubo,
tra i denti la tua vita.

Giacomo

Speranza di vita

Madame E. non se la passa poi male. E’ vecchia, certo, ma non malata. “Non ho dolore da nessuna parte”, ripete, quasi per convicersi che, in fondo, sta bene. Eppure, anche se nessuna sofferenza la tormenta, i suoi passi sono incerti, affaticati. Esce solo in carrozzella, altrimenti detta “voiture“.
Abita in una casa di cura, nel suo quartiere di sempre: stessa linea di metrò, un paio di fermate più in là. Si mangia bene – dice – e le infermiere sono gentili, però Madame E. si annoia: “Vuoi sapere cos’ho fatto stamattina?” “…” “Niente” “Niente?” “Niente”. Poi ci ripensa: “Beh, ti ho aspettata”.
La memoria, ogni tanto, la tradisce: “Non sapevo che saresti venuta oggi!”, esclama quando mi vede comparire nella sala comune. “Oggi è mercoledì? Allora sì, è giusto, ti avevo detto mercoledì, in effetti. Ah, ma lo vedi? Non ho più niente qui, niente di niente!”. Una testa vuota, così si sente.
“Allora, andiamo? Ce l’hai la voiture?”.
Fuori, al parco, incrocio gli sguardi di altre donne, mamme, con i loro bambini nei passeggini. Io invece non ho figli, e porto a spasso Madame E.
“Non voglio vivere fino a cent’anni”, mi dice, e pare quasi una supplica, come se mi stesse chiedendo di prometterglielo, di rassicurarla che no, non la obbligheremo a restare.
“Nemmeno io voglio vivere a fino a cent’anni”, penso.

Arianna

Dipinto: Federico Marchinu

Regola N.1 : Ottimizzare il proprio tempo

Mi chiedo talvolta perché si tenda a vivere a scatti, come una macchina fotografica, perdendo il tempo che trascorre tra una fotografia e l’altra.

Mi chiedo perché questo vivere così violento e innaturale che invece di scorrere si blocca e riparte di continuo.

Mi chiedo perché accade di essere in una successione interminabile di azioni, di eventi, di cose da fare, di cose che si fanno o che si vogliono fare, che terminano e cominciano, una in fila all’altra, ripetutamente, come un interruttore impazzito. Mi chiedo perché  invece non si viva un fiume d’acqua, che mai comincia e mai finisce.

Mi chiedo perché si viva così rudemente a pezzetti, dove ogni pezzetto è collegato al successivo da un tempo morto, che è tristemente chiamato sprecato. E ci si convince, ne si ha davvero la certezza, che quel tempo è proprio morto, è un tempo inutile, indegno di essere vissuto, di cui si farebbe volentieri a meno -se solo potessimo minimizzarli! se solo potessimo eliminarli!! se solo potessimo sradicarli per sempre dalla nostra vita!!!-

Come se esistesse un tempo migliore e uno peggiore, come se solo alcuni momenti diventassero la nostra vita mentre gli altri ne facessero appena la cornice, il tempo necessario affinché accada questo o quello.

Così il ritrovarsi in fila allo sportello diventa un momento inutile, il tempo che impieghiamo per muoverci da un posto all’altro tempo perso, il traffico che ci rallenta tempo morto, i 10 minuti che aspettiamo il nostro amico in ritardo tempo buttato via, e la nostra vita prende una forma spaventosa, surreale, orribile. Della vita ne accettiamo solo alcune parti, e costruiamo così un grande, immenso collage, e nella nostra testa prende così forma ciò che abbiamo costruito e ritagliato dai tempi morti. -Cos’hai fatto oggi? -Nessuno ti risponderà che ha vissuto camminando 15 minuti spostandosi da casa all’ufficio postale, o che ha vissuto quei 15 minuti di tempo in cui ha aspettato il suo turno, ti risponderà piuttosto con ciò che ha ritagliato, ossia che ha finalmente pagato il bollettino!

Stiamo vivendo l’illusione di una vita-mosaico, dove è dipinto solo il colore dei singoli pezzetti mentre lo strato sottile di calce che li congiunge diventa l’errore da eliminare, il tempo morto che non si vorrebbe vivere, e che in effetti, se guardi da lontano, scompare.

Giacomo

Le prime lettere dell’alfabeto

Si ricade sempre lì, dopotutto. In una affannosa ed egoica ricerca del proprio benessere. Il che andrebbe anche bene, se sapessimo dove sta, il benessere. Invece credendo di saperlo ci muoviamo a gran casaccio nel mondo, seminando soprattutto casini e sofferenze. Questo è il periodo delle marce indietro.

A. vuole fare A, ma mentre persegue A incontra B. e allora di punto in bianco si mette a fare B. Poi B. si allontana, A. si arrabbia e ritorna a fare A. B. nel frattempo, avendo lasciato A. è finalmente libero di cercare C., però incontra D. e poi di nuovo A. e allora si stufa di tutti e si trova benissimo con F. Tralascio cosa fanno A. C. e D., perché la storia si complicherebbe oltre misura.

Va tutto bene, così come ognuno desidera.
Poi però la vita finisce.
Peccato.
Un vero peccato.

Giulio

La vita? me la vivró più avanti, se avrò tempo, ora ho da fare.

20110827-103529.jpg

Cera una volta un pescatore. Si alzava molto presto per andare in mare, gettava le sue reti e pescava. Faceva una vita modesta, riusciva sempre in qualche modo a pescare ció che gli serviva per vivere e mantenere la sua famiglia. Ogni giorno, al mattino, tornato in porto vendeva il suo pesce e trascorreva poi il resto della giornata prendendo il sole, leggendo, giocando con i suoi bambini, stando in compagnia di sua moglie. Non era ricco, ma nemmeno povero, era felice.
Un giorno un uomo d’affari venne in città e incontró il pescatore, così, dopo essersi conosciuti l’uomo d’affari esordí:
-Perchè se la pesca va bene non provi a risparmiare un poco? In breve tempo potresti permetterti altre reti, con le quali prendere più pesce e guadagnare di piú. Poi potresti comprare una barca più grande, altre reti, permetterti un paio di persone che ti aiutino. Dopo dieci anni, diciamo, potresti essere diventato abbastanza importante da comprare altre barche, ed espanderti in altri mari, avresti una compagnia bella grande e dopo, diciamo, altri vent’anni potresti ritirarti poco a poco, essere capo di una compagnia che funziona da sola, trovare un buon amministratore, e avere tempo libero per fare quello che tutti vorrebbero e goderti finalmente la vita.
-Dimmi, cosa potrei fare nel mio tempo libero allora? Come mi godrei la vita?
-Mah, vedi, potresti per esempio leggere un libro, avere tempo di stare con tua moglie, giocare con i tuoi nipoti tutto il pomeriggio, stare un po’ al sole…

Giacomo

ciclamino

petali rossi
al vento.
rugiada di sangue
sugli steli d’erba
silenzio
i soldati hanno chiuso gli occhi.

camminavo adagio
un ciclamino in mano
se Dio ha un profumo
è certamente questo
che come una spada
tra la vita e la morte
cala e fende ciò che appesantisce il mio cuore
e gli toglie il senso.

rimango così vuoto
sopra la valle
tra l’anemone e il cristallo
ciò che cambia e che rimane per sempre
così mi chiedo in lacrime
da dove vengono poi
quei petali rossi
a quale fiore siano mancate
quelle volteggianti gocce di sangue.

Giacomo

Translation

red petals
in the wind.
Dew blood
on the stems of grass
silence
The soldiers have closed their eyes.

I walked slowly
a cyclamen in hand
if God has a scent
This is certainly his
and as a sword
between life and death
drops and splits the weighs that loads my heart
and takes away its sense.

I remain so empty
above the valley
between the anemone and the crystal
what changes and that remains forever
So I ask in tears
where they are then
those red petals
which flower has been plucked
of those twirling drops of blood.

Non smettere mai di guardare le stelle…

Oggi il tempo ha rinfrescato. Mi ricorda molto quelle giornate di ottobre, quando alla sera si alza un’aria fresca fresca, pulita, ma che contiene già l’autunno, il vento e i primi freddi. Alcuni dicono che l’estate sia già finita, ma io non ci voglio credere, perchè il tempo mi passa troppo in fretta che non me ne accorgo più, e solo a fine stagione mi rendo conto che è andata davvero. Eh sì, perché si aspetta con tanta ansia per tanti mesi di mettersi la maglietta a maniche corte, anche alla sera, di far respirare i piedi senza calzini, nei sandali, di prendere un po’ di sole, di lasciarsi alle spalle tutti quei mal di gola e raffreddori dell’inverno, di asciugarci fuori l’umidità dalle ossa. E quando è già l’ora non ci sembra vero, non l’abbiamo goduta abbastanza ci sembra e ci si aggrappa all’autunno, con tutte le forze, nel disperato tentativo di restare un po’ più a lungo al caldo, almeno di giorno, sotto il sole, ma anche quello inesorabilmente è destinato a lasciarci e farsi ricoprire dalla neve. Così come le stagioni anche le persone vanno e vengono e per quanto si sforzino di fermare il tempo non possono fare a meno di vivere, in un modo o nell’altro, e vivere i giorni, le settimane, i mesi, almeno finché stanno qua. Così il tempo ci aiuta tutti alla fine, che sia inverno o estate, perché scorre e si rinnova sempre, dandoci l’esempio, senza paura di andare avanti, di rialzarsi una volta di più, perché ieri ormai è passato, e quello che è successo è ormai accaduto, e oggi è un nuovo giorno, diverso dagli altri, ancora da scrivere, pieno di vita se riusciamo a vederla, e sarebbe un peccato credere di saper già come va a finire, o non aver più voglia di esserci, di fare, di combattere, di stupirci, di sorridere e di piangere, perché è proprio l’ignoto che ci vibra nell’anima e che ci fa sentire vivi, è proprio grazie all’ignoto se abbiamo sempre, ancora, e ancora, un’altra possibilità di essere felici.

Giacomo