Lasciarsi toccare

Come molti neo-genitori, ho seguito un breve corso di massaggio infantile.
Ecco qualche appunto sparso sul tema.

I neonati integrano più facilmente nel proprio schema corporeo le parti che vengono toccate, nude. E se anche per noi grandi funzionasse un po’ così? Forse anche nel nostro caso esistono soltanto le parti di noi che lasciamo – almeno ogni tanto – esposte allo sguardo altrui, e al contatto. Le parti che invece teniamo sempre nascoste, sempre protette a un certo punto smettono di esistere perfino per noi stessi.

Toccare è sempre reciproco: chi tocca è anche toccato, inevitabilmente. Se massaggio il mio bimbo, la sua pancia è toccata dalla mia mano, e la mia mano dalla sua pancia. E’ dunque un’esperienza intima per entrambi, ché anche toccare espone, non solo lasciarsi toccare.

Il contatto è generativo: una mano e una pancia che si toccano sono qualcosa di nuovo e di più della mano e della pancia prese singolarmente. Allora occorre curare sia il momento dell’avvio del massaggio (chiedendo il permesso prima di massaggiare) sia il momento della fine (staccando delicatamente e lentamente le mani, in modo che la transizione sia graduale).

Il massaggio produce sempre un effetto, anche se non immediato. Più una pancia (o una gamba, o una schiena…) è massaggiata, più – in qualche modo – “matura”.

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Il punto in cui fa male

C’è un punto, da qualche parte,
qui con me, in cui
ti sei accoccolato
ti sei acciambellato
hai fatto il nido
hai fatto la tana
te ne stai lì, fermo
a tremare di paura
a piangere di rabbia
per il dolore del mondo
che ti attraversa come spilli.

Restiamo appiccicati, a premere
forte
le nostre parti morbide, aperti
come ferite, ad ascoltare
il suono delle mie mani
che ti accarezzano i capelli:
fruscio di vento tra le foglie.

 

Foto: Nadia Lambiase

 

E’ primavera, mi commuovo

E’ primavera, mi commuovo:
senza sapere
che tempo farà
gli alberi mettono fuori
le loro foglie
più tenere
verde chiaro chiaro
così piccole

proprio adesso
che non sappiamo
quasi niente.

Foto: Hoi An, Vietnam 2016

Ospitare la fragilità

Che cosa ne facciamo della nostra fragilità, delle nostre sofferenze?
Possiamo tentare di sradicarle, di esiliarle in un luogo talmente nascosto che ci sembrerà di averle eliminate per sempre. Però questa soluzione mi pare estremamente faticosa e, soprattutto, credo che ci troveremmo impoveriti alla fine del processo.
Forse potremmo imparare a trattare la nostra vulnerabilità, le nostre ferite, i dolori che ci accompagnano come se fossero ospiti graditi, anche se dal carattere difficile.
A volte ospitiamo una bambina capricciosa, ma non possiamo sempre metterla in castigo: “Senza televisione per una settimana!”. Ogni tanto bisognerà farla giocare, e comprarle il gelato, ai gusti che vuole lei, senza discutere.
Altre volte, invece, ospitiamo un adolescente ribelle, che non vuole proprio sentire ragioni, si chiude in camera e non parla con nessuno. E allora bisogna prenderlo con le buone, portarlo al concerto di quel gruppo punk che piace a lui o andare insieme in montagna, fargli sbollire la rabbia, e poi farlo piangere, perché anche se fa il duro vuole piangere tutta la sua stanchezza del mondo, la sua delusione.
Altre volte ospitiamo un vecchio saccente e presuntuoso, che ci ricorda tutti i nostri fallimenti passati e sostiene che se solo gli avessimo dato retta… Che noioso! E’ difficile non rimproverarlo, non tenergli il muso per la sua antipatia. Però è un ospite, e dobbiamo trattarlo bene. Forse possiamo invitarlo fuori a cena, portarlo in quella trattoria del centro, oppure a teatro, lui che è un tipo all’antica. Insomma, addolcirlo un poco e dimostrargli che, nonostante il suo caratteraccio, gli vogliamo bene lo stesso.

Arianna