Era mia zia

“Che fortuna che hai, che la B. è tua zia”.
Avevo sei anni e – ricordo – rimasi basita.
Con tutto l’impegno, non riuscii a trovare alcun motivo per cui un’altra bambina potesse desiderare una zia come la mia.
Le volevo bene, sia chiaro, ma senza ragioni particolari.
Chiesi: “Perché?”
Rispose: “Beh, perché ha tanti soldi!”.

Corsi da mia mamma, in lacrime: “Ma quindi io voglio bene alla zia perché ha tanti soldi?”.
La domanda era fondamentale, una questione d’identità e posizionamento morale, che in sostanza equivaleva a chiedere: “Sono una stronza?”.
La risposta della mamma fu: “No”.
Meno male.

E poi i soldi divennero soldi al contrario, cioè debiti, e poi la malattia d’un figlio e poi una società, e poi un’altra, con i casini e i debiti, e poi di nuovo bilanci in attivo, e impiegate fedeli, e un amore mai tradito eppure divorziato, e una malattia questa volta in prima persona, e la morte che sempre – con una così – pare improvvisa: “Non fare quella faccia: mi credi forse spacciata? Ma figuriamoci! Ce la farò come ce l’ho sempre fatta”.
Lo stesso tono di voce di quando qualcuno faceva notare il taglio di capelli troppo ardito: “Ma figuriamoci! E’ all’ultima moda!”.

Una chiesa colma di gente, alcuni dicono li hai salvati, altri si chiedono adesso,
come faranno.
E tanti pezzi sparsi, contratti e firme in banca, vestiti e borse e scarpe all’infinito.
E quei romanzacci Harmony e le telenovelas.
Eri l’unica che riusciva a guardare Tempesta d’amore.

Ci mancherai.

Arianna

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